Taiuti e il tempo “scaduto” di Krapp

L'ultmo nastro di Krapp di Samuel Beckett è stato messo in scena da Tonino Taiuti al Ridotto del Mercadante (dal 14 al 24 ottobre) come simbolo universale della precarietà esistenziale; interessante anche la mostra dei suoi dipinti che accompagnano lo spettacolo

Scritto da Antonio Grieco

Immobile, in silenzio, seduto dietro la scrivania appena illuminata dalla luce fioca di una lampada che pende dall’alto, con le mani poggiate sul tavolo, lo sguardo perso nel vuoto, in penombra e con panciotto e camicia bianca, così Tonino Taiuti appare nella prima scena de L’ultimo nastro di Krapp, uno dei testi più estremi di Beckett e della drammaturgia contemporanea. Attraverso i suoi diari registrati su nastro con la sua voce, Krapp, il protagonista della pièce, ormai vecchio, in realtà ci parla del suo fallimento esistenziale, del suo tempo “scaduto”, di cui sembra resti ormai solo la nebbia di un vissuto incerto. Così, mentre uno dei nastri magnetici – i nastri sono due, uno di molti anni prima e l’altro inciso direttamente in scena – scorre rimandando echi di una lontana vitalità giovanile, egli ora non vede altro che il riflesso di un’assenza, di un vuoto. Di un mondo che se n’è andato ormai per sempre senza lasciare tracce memorabili.

Messo in scena – come ricorda Gabriele Frasca nell’illuminante introduzione allo spettacolo – nel 1958 da Patrick Magee, che ne fu letteralmente conquistato, questo monologo beckettiano  per un attore  è  stato sempre un difficile banco di prova. Perchè chi lo interpreta in qualche modo deve svuotarsi, entrare in empatia col mondo sommerso di Beckett e dello stesso Krapp; comprendere anche che l’autore in qualche modo ha inteso qui destrutturare radicalmente la forma stessa della rappresentazione intesa come riproduzione del visibile. Per renderla viva, dunque occorre scavare in profondità captando quei segni, quegli echi interiori, sotterranei, che affiorano a sbalzi dall’ inconscio di Krapp come apparizioni fantasmatiche.

Ecco, noi pensiamo che per mostrare in scena questi fantasmi, non vi poteva essere un attore artisticamente più sensibile di Tonino Taiuti; un attore artista  poliedrico – oltre che attore, egli è anche un originale musicista d’avanguardia e pittore – capace, anche curvo col suo corpo sul registratore, di intercettare le ombre, le più impercettibili incrinature dell’inquietudine esistenziale di Krapp.

Talvolta, con gesti spaesati (e clowneschi), che forse alludono al nostro stesso presente, alla caducità di un mondo in cui nulla sembra più davvero avere un senso.

La scena, come abbiamo accennato all’inizio, si apre con il protagonista seduto dietro la scrivania con i cassetti rivolti verso il pubblico; qui Krapp – il registratore e le scatole delle bobine dei nastri accanto – riascolta i suoi  diari registrati, e, come recita la didascalia beckettiana, di tanto in tanto «guarda l’orologio, si fruga in tasca, estrae un piccolo mazzo di chiavi, se lo avvicina agli occhi, sceglie una chiave…apre il primo cassetto, vi scruta dentro, ne trae una bobina, la esamina da vicino, la rimette dentro, chiude a chiave il cassetto, apre il secondo cassetto, tasta con la mano, ne trae una grossa banana…e rimane immobile, gli occhi fissi nel vuoto».

Sul tavolo, Krapp poggerà poi disordinatamente con le bobine anche il registro dove sono catalogati con precisione i contenuti dei suoi diari. Riprendendo frasi apparentemente sconnesse ma rivelatrici del suo stato d’animo: «Con tutta questa oscurità mi sento meno solo»; oppure, ricordando il suo vizio dell’alcol (che non lo ha mai abbandonato); o, ancora, meditando sulll’inutilità stessa delle sue più intime esperienze di vita, dei suoi amori finiti nel nulla:«Ho ripetuto che secondo me non avevamo speranza, che era inutile continuare, e lei ha fatto segno di sì….».

 Nella sua lunga vita di attore artista, Taiuti si è sempre misurato con testi complessi, con uno sguardo interdisciplinare (che gli deriva soprattutto dal lungo sodalizio con Antonio Neiwiller), in cui innovazione e tradizione si sono sempre mescolate sulla soglia di un sottile equilibrio espressivo. Nel tempo, ne è scaturita una drammaturgia molto personale che rifiuta decisamente una spettacolarità fine a se stessa. In questa operazione autoriflessiva dell’arte teatrale, Taiuti – è bene chiarire questo aspetto che riteniamo decisivo per comprendere la sua poetica – si rivela autore attore, un artista in grado cioè con la sua azione performativa di dar nuova linfa vitale al testo messo in scena. In questo monologo beckettiano, per esempio, con pochi gesti, una voce sussurrata, le ombre, il buio, egli ci svela tutto lo spaesamento di Krapp («Forse i miei anni migliori sono finiti»), cogliendone l’ inesorabile declino, trasformando il suo desolante tramonto in un inquietante (e attualissimo) segno della nostra precarietà esistenziale.

Nascono da qui, da questo lacerato sguardo sul nostro tempo, anche quei  movimenti incerti (e straordinariamente espressivi) del suo corpo che mescolano comico e tragico, ed anche quelle improvvise, incomprensibili e assurde risate di Krapp mentre ascolta i suoi ridicoli fallimenti d’amore.

 Nel salone d’ingresso del Mercadante, Taiuti espone anche molte opere della sua ricerca artistica dedicate in questi anni al maestro irlandese. E qui il cerchio potrebbe chiudersi, se non fosse che certe inquiete visioni del monologo, certi gesti dell’attore nello spazio vuoto, possiamo, per molti versi, scorgerli anche in questi lavori surreali, che di Beckett evocano solo ombre, figure dai tratti animaleschi, frammenti spettrali di un immaginario povero: forse per ricordarci che in una società strutturata come la nostra, è solo l’innocenza dello sguardo che può aiutarci a decolonizzare il nostro immaginario.

Queste opere – soprattutto quelle contenute in una vetrinetta (volti fantasmatici,  libri  bruciati dedicati all’autore, oggetti misteriosi, esili figure beckettiane)  – fanno pensare a  reperti archeologici di un sepolto passato remoto; oppure a certi “prelievi” dadaisti dal quotidiano, “scarti”che si caricano di valenze simboliche e ci invitano a scoprire un’altra, più autentica dimensione della nostra esistenza. In sala, applausi prolungati del pubblico a Taiuti, magistrale interprete e regista dello spettacolo; ma sono da segnalare anche Luca Taiuti aiuto alla regia, Sara Marino per i costumi, Carmine Pierri per le luci, Paolo Vitale per il suono, Ivan Nocera fotografo di scena. Prodottto dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, L’ultimo nastro di Krapp di Taiuti è una lezione di teatro e di libertà espressiva che sarà difficile dimenticare

Un commento

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  • Marisa Crudele Borgia
    24 ottobre 2021 at 16:34 - Reply

    Antonio Grieco, in questo articolo, parla del monologo di Beckett,appartenente alla drammaturgia contemporanea,interpretato dall’attore Tonino Taiuti e non poteva essere meglio interpretato che da lui,in quanto potremmo definirlo poliedrico.
    Come spesso succede, anche questa rappresentazione potrebbe,in qualche maniera, rispecchiare la realtà che stiamo vivendo.