Sogno

Una speranza non ha prezzo, non importa se puoi realizzarla

scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

Era giunto scortato e con l’auto blu. Da anni ormai si spostava così e ormai non ricordava più l’ultima volta in cui era salito su un pullman. Venuto fuori agilmente, s’era avviato a passo svelto e sicuro, col fresco lana antracite che scendeva a pennello sulle spalle dritte, i gorilla che gli facevano scudo tra la solita folla di curiosi e gli immancabili giornalisti.

Sembrava semplice e spontaneo, ma conosceva a memoria la lezione dei curatori d’immagine:
– Sciolto, giovanile, deciso… un uomo che sa il fatto suo, uno che se la gente lo guarda si sente tranquilla, si fida. Anzi, no: si affida.

Sembrava che neanche il caldo appiccicoso, esploso inspiegabilmente in quel pomeriggio di primo maggio, riuscisse a infastidirlo, ma non era così. Da tempo dedicava al mare i fine settimana di maggio e la testa era lì, nella barca lasciata all’ormeggio. Un prezzo però ogni tanto occorreva pagarlo s’era detto, anche se col segretario, che organizzava come meglio non si sarebbe potuto la sua vita pubblica, era stato durissimo:

– Questa buffonata proletaria me la potevi evitare! Avrò pure diritto a una vita privata…

Non gli piaceva ammetterlo, ma Luigi, il vecchio marpione, amministratore del suo tempo, aveva perfettamente ragione:

– Sai che vita privata faresti senza queste “buffonate proletarie”? Quella che fanno i poveri disgraziati per i quali uno come te rappresenta una speranza!

Luigi pensò che ci fosse poco da replicare, ma lui lo fulminò:

– Mettimi dove vuoi, caro mio, dove e come vuoi, senza un aiuto, senza un soldo e senza un amico. Riparto da zero. Fallo e vedrai. Uno come me la sua strada la trova e sta certo: sale in alto. I deboli hanno bisogno di uno forte che li faccia sognare. I rassegnati, di un ribelle che li sappia scuotere. Gli ingenui, di un furbo che gli eviti le fregature. Poi certo, se sei forte, furbo e ribelle, qualcosa per te la guadagni. Ma è poco, pochissimo per quello che dai. Il mondo è questo. Vendo speranze? Può darsi. Dimmi, però: quanto vale una speranza per chi è disperato? Che c’è, non rispondi, stai zitto? E allora la risposta te la do io: non ha prezzo, Luigi. Una speranza non ha prezzo, non importa se puoi realizzarla. Se ci credi, non è una patacca.

Quel posto era uno schifo. Per i “Centri sociali” provava ormai da tempo un vero e proprio fastidio fisico. Ne aveva le tasche piene di giovani tutti uguali, illusi che ripetevano il suo sogno d’un tempo e pretendevano di poter costruire un mondo migliore. Quale mondo? E migliore in che cosa?

Ecco ciò che desiderava chiedere a quella teppa che diceva di fare politica. Ma i curatori d’immagine avrebbero certamente disapprovato, la macchina elettorale ne avrebbe risentito e poi a che sarebbe servito? In politica la verità è un veleno e, se vuoi riuscire, alla gente devi raccontare ciò che vuole sentirsi dire. La verità non la vuole nessuno e perciò non lo avrebbe detto che il “battesimo” di “Posto nostro okkupato” era un sacramento che si sarebbe volentieri evitato. Non l’avrebbe detto, no. Meglio sorridere e alzare il pugno chiuso, tanto tutto sarebbe durato solo il tempo necessario:

Luigi in queste cose valeva quasi quanto le sue inarrivabili speranze. Entrando, s’era rassegnato alla rituale monotonia delle bandiere rosse, allo sguardo severo di Che Guevara che, gira gira, s’era fatto ammazzare come un idiota, all’immancabile kefia prevista dal cerimoniale, ai fanatici che l’indossavano e alle solite chiacchiere sull’Intifada.

– Sursum corda, s’era detto, ravviandosi i capelli tinti alla perfezione. Mi volevate? Ci sono. La fabbrica chiude? Vedremo, non è detto. Farete il diavolo a quattro? Lasciate stare, che è peggio. Una via la troviamo, ma occorre pazienza.

Scherzo di pessimo gusto o trappola anacronistica che fosse, s’era sentito soffocare quando il lampo della digitale l’aveva avvolto: in mano teneva “La Repubblica” e alle spalle una striscia di stoffa con la scritta “Nuove Brigate Rosse“.

La scorta era svanita nel nulla, non c’erano kefie o bandiere, non c’erano immagini del Che, non c’era Luigi a spiegargli che cazzo fosse quella messinscena e in tanti anni di politica nessun curatore d’immagine gli aveva mai spiegato come vendere fumo a uno che ti sta di fronte con la pistola spianata.

– Qui, caro compagno, si ferma la tua storia di mascalzone nemico della povera gente – gli diceva il giovane bruno e smilzo che lo aveva fotografato, corrugando la fronte larga sotto ciocche di capelli neri e fini.

– Ai miei tempi dicevamo nemico di classe – trovò la forza di obiettare con un filo di voce e d’ironia, ma ottenne solo che l’altro gli spiegasse:

– Ai tuoi tempi, i figli di buona mamma della tua razza non ebbero mai il tempo di trasformarci tutti in disperati senza identità.

In condizioni normali avrebbe certamente risposto che aveva fatto sempre e solo ciò che la gente gli aveva chiesto di fare, ma non gli era nemmeno venuto in mente di provarci. La vecchia e collaudata capacità di valutare uomini e fatti lo aveva subito avvertito: aveva di fronte gente decisa a fargli male. Uno parlava con lui, gli altri parlottavano tra loro, ma gli occhi li avevano tutti carichi di un odio gelido e irriducibile. Venivano da mezzo mondo: uno slavo freddo e tagliente, uno più nero della pece che si mordicchiava le labbra tumide e screpolate, una specie di mongolo inquietante per il viso olivastro e inespressivo. Gente di mezzo mondo: coalizzata.

– Guardate che siete fuori tempo. La foto, il panno rosso, il tribunale del popolo, la trattativa per la liberazione. Domani sarete già tutti in galera.

Aveva preso a parlare per gettare un ponte tra sé ed i fantasmi che aveva di fronte, ma il suono delle sue parole lo atterriva.

– Non ci sperare. Non si farà nessuna trattativa. La foto che ti abbiamo fatto è il “prima”. Poi verrà il “dopo”, ma sarai già in viaggio.

Replicando, trovò che nella voce s’avvertiva un brivido invincibile:

– Quale viaggio?

– Non hai scampo e non farti illusioni: non abbiamo progetti politici. Ve la siete rubata la politica e non sappiamo che farcene. Tenetevela pure. Non abbiamo nulla da chiedere e non sogniamo di cambiare il mondo. A noi basta ammazzarti.

Il panico lo sorprendeva e la voce era spezzata:

– Ammazzarmi per ottenere cosa?

– Perché se cominciamo ad ammazzarvi avrete paura. E tanto basta: sapere che vivrete tremando, che avrete paura di uscire di casa, che avrete paura della vostra ombra. Paura per voi, paura per quelli che vi stanno attorno, paura e basta. Un mondo migliore non c’è, non è possibile costruirlo. E noi non ci proviamo nemmeno. Noi vogliamo solo che abbiate paura. Tutta la paura possibile. Voi che vendete speranze siete i padroni della disperazione. I padroni veri. Tu non immagini quanto bene ci faccia mettervi paura. La vostra paura è la nostra sola ricchezza. Una speranza disperata che non si vende nei vostri magazzini.

Il colpo non era partito. La paura l’aveva svegliato di soprassalto. Aveva sognato. Un incubo pensò. Ma c’era un buio profondo e per quanti sforzi facesse, il lume sul comodino rimaneva spento.

 

No commento

Lascia risposta

*

*