Napoli contro Eduardo. Breve storia di una fuga

Costretto dal potere politico a lasciare Napoli, Eduardo (a distanza) ne divenne la sua coscienza critica

scritto da Antonio Grieco

«Ma volete capirlo una buona volta che da Napoli non me ne sono andato. Me ne hanno cacciato. Io da Napoli e dai napoletani non ho niente da farmi perdonare».

Con queste durissime parole inizia una lunga intervista di Carlo Franco a Eduardo, pubblicata dal Mattino il 16 gennaio 1983 col titolo Eduardo e Napoli. Più avanti, il grande autore attore napoletano aggiunge: «Da Napoli me ne hanno cacciato. Non il popolo, che mi vuole bene, ma la città che non mi ha mai messo in condizioni di fare a casa mia quello che faccio fuori».

Per  capire questo tormentato rapporto di Eduardo con Napoli e il  suo duro giudizio sulla sua classe dirigente, occorre fare un passo indietro nel tempo risalendo agli anni Sessanta del Novecento e alle difficoltà che allora viveva il teatro napoletano. Di fronte alla crisi che si andò sempre più aggravando – crisi che ricorda molto da vicino l’attuale condizione dello spettacolo dal vivo in Italia per l’emergenza Covid – un gruppo di critici drammatici e scrittori italiani lanciò un appello alla cittadinanza per salvare il teatro cittadino, appello che raccolse ampi consensi, tra cui quelli dei sindacati e dei partiti della sinistra; ed Eduardo stesso, per contribuire all’iniziativa, mise a disposizione «Il San Ferdinando» –  il teatro da lui acquistato e ricostruito con grandissimi sacrifici – per alcuni spettacoli di altre compagnie italiane, a prezzi molto popolari.

Va detto che in quel periodo Eduardo – su sollecitazione dell’avv. Ferdinando Clemente, sindaco di Napoli – elaborò un dettagliato documento che affrontava in modo organico i nodi strutturali del teatro cittadino. Bastava solo che chi allora guidava la città avesse risposto positivamente alle sue richieste e ascoltato i suoi consigli e la scena napoletana avrebbe avuto la possibilità di rinascere con un respiro europeo.

Ma poi – come avvenne  in altre occasioni – nonostante il suo puntuale contributo, non se ne fece nulla,  «per i giochi trasformistici – scrisse Paolo Ricci, artista e critico teatrale amico di Eduardo (A Napoli si ricorre finalmente a Eduardo, l’Unità, 21 novembre 1963) – finiti come di consueto con l’ennesimo abbraccio tra clericali e laurini».

La questione si ripresentò nel 1964, quando l’amministrazione, che sembrava voler affidargli anche la direzione dello «Stabile», gli chiese di redigere uno statuto per la sua gestione. Eduardo lo scrisse, ma anche questa volta l’atto, cui mancava solo l’approvazione del consiglio, cadde nel vuoto per il sopraggiungere della crisi comunale.

Successivamente, quando la nuova giunta di centro sinistra tornò a occuparsene, lo statuto fu sostanzialmente modificato, svuotandolo – come scrive Maurizio Giammusso, suo biografo, in Vita di Eduardo – «di ogni significato svilendo la figura del direttore artistico a quella di un semplice consulente in balia di un consiglio di amministrazione, che sarà probabilmente un famelico e incompetente parlamentino di sottogoverno».

Questo inaccettabile intervento censorio mise in discussione anche l’idea, cui teneva molto Eduardo, di una scuola e di un teatro come centro culturale moderno aperto ad altre espressioni artistiche interdisciplinari. Fu a questo punto che disgustato da una politica sempre più lontana dagli interessi generali del teatro, egli scelse di allontanarsi dalla città. Prendendo atto che ancora una volta a Napoli avevano vinto quei personaggi legati a un potere politico familistico e clientelare, che Ricci definì con sarcasmo “parenti di San Gennaro” (Paolo Ricci, Uno Stabile dei «parenti di San Gennaro»?, l’Unità, 6 giugno 1965).

Va anche ricordato che negli anni Cinquanta, anche oltre la Napoli –  guidata allora, come  ricorda Annamaria Sapienza in Il padrone del vapore, da Achille Lauro con un piglio autoritario che condizionò pesantemente la vita culturale della città – la classe conservatrice al governo non accettò mai Eduardo, né comprese la sua drammaturgia – realistica e insieme visionaria – che nel riattivare la tradizione paterna con la costituzione della compagnia «La Scarpettiana», non mancò mai di squarciare il velo sui mali di Napoli e del Paese.

Più in generale, apparve chiaro che ad essere messo sotto accusa da una vecchia politica, che attraverso la censura esercitava un feroce controllo sulla nostra cultura, fu in quegli anni il suo impegno etico e civile, impegno che, come è noto, continuò anche da senatore per il riscatto dei ragazzi rinchiusi nel carcere minorile di Nisida.

Uno degli esempi più eclantanti del rifiuto di Eduardo da parte della classe dirigente del tempo, si ebbe, nel 1957, con la messa in scena di De Pretore Vincenzo – la favola del ladrucolo che con la protezione di san Giuseppe dopo la morte viene accolto in paradiso con simpatia dal Padreterno («De Pretore Vincenzo rimarrà a casa mia… Mi spiego? E’ giusto?»). Ad una delle prime repliche romane, la Questura, nel clima di forte disapprovazione delle forze clericali e dei benpensanti che ritenevano blasfema la commedia, ordinò di sospenderne la programmazione. Di fronte alle critiche della Chiesa, Eduardo reagì con fermezza, dichiarandosi sbalordito e sostenendo che se la motivazione della sospensione della rappresentazione è di «offendere la morale cattolica, penso che la mia nuova commedia non sia solo morale, ma cristiana». Anche questo amaro episodio, ci induce a pensare che in fondo, negli anni  del dopoguerra, Eduardo, pur lontano dalla sua città, non smise mai di interrogarsi sulle sue lacerazioni umane e sociali, divenendone in qualche modo coscienza critica, un ineludibile punto di riferimento ideale per tutti coloro che intendevano (e,  possiamo dire,  ancora oggi intendono), ben oltre lo stereotipo della napoletanità, ridare dignità ad una umanità ai margini.

Vogliamo dire che la sua lezione (a distanza) in qualche modo ha un valore per l’oggi: alluda cioè alla necessità che anche in questa drammatica pandemia chi vive di arte e di spettacolo continui a far sentire la propria voce, denunciando la condizione di miseria in cui per l’ignavia del potere il suo mondo è precipitato insieme a quello delle classi meno abbienti di tanta parte del nostro Paese.

Un commento

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  • Marisa Crudele Borgia
    12 maggio 2021 at 13:52 - Reply

    È il caso di dire:” Nemo propheta est in patria ”
    Anche se,dopo,ha avuto il riconoscimento che meritava, tanto che,ancora oggi,le sue opere sono molto seguite e quanto mai attuali.