Il bene effimero della vaghezza

Basta avere un minimo di memoria storica e pensare da dove siamo partiti. La sfida del terzo settore

Siamo oramai prossimi alla delicata tornata elettorale nella quale si confronteranno il sindaco uscente, che per molti aspetti ha dimostrato di essere un unicum a livello italiano, soprattutto per le grandi città, e una serie di personaggi piuttosto decadenti che vanno dall’alfiere dell’ordine e disciplina che non tollera nessuno, allo scugnizzo imprenditore che promette mesate ai disoccupati rigorosamente maschi e ultracinquantenni, l’istituzione di una polizia napoletana che pattuglia le strade h24 e in più una batteria di pentole acciaio 18/10, all’amica del Presidente del Consiglio, che proprio perché è amica di una persona così importante ci farà avere un sacco di regali e cose belle, al “dottor Cazzaniga” nato a Bergamo e tifoso della Juve uscito diritto dritto da un film di Luciano De Crescenzo.

F20imprenditorescugnizzo-GLettieriInsomma, indipendentemente dall’idea che si può avere dell’amministrazione uscente, una cosa è sicura: la consistenza del dibattito politico a Napoli, e non solo, è simile a quella di un biscotto dimenticato nel tè caldo.

Penso, però, che non si possa perdere l’occasione per gettare nell’agone, o aghino, politico di questi giorni una questione di una certa importanza per chi fa l’educatore nei progetti delle politiche sociali cittadine.

In primis bisogna dire che se i risultati conseguiti da questa amministrazione sul versante dei rifiuti e dell’amministrazione del patrimonio sono stati senza dubbio positivi, basta avere un minimo di memoria storica e pensare da dove siamo partiti; se in città si è sperimentata una politica degli spazi sociali, con un dialogo costante, talvolta conflittuale talaltra no, tra istituzione comunale e esperienze di autorganizzazione, che non ha eguali in Italia; per quello che riguarda le Politiche Sociali i risultati sono stati molto più deludenti, almeno se commisurati all’importanza che nella passata campagna elettorale pareva dovessero assumere.

Non solo le risorse complessive per le politiche sociali sono diminuite, cosa che ha comportato una generale diminuzione delle tariffe per le comunità, una riduzione delle prestazioni nei servizi domiciliari ad anziani e disabili e una riduzione dell’offerta di progetti educativi per le famiglie e i minori che l’istituzione di un progetto come i Poli Familiari, che accorpa ex Tutoraggio, ex Adozione Sociale e ex PAS, denuncia e non nasconde, ma tale diminuzione delle risorse avviene in un quadro che solo apparentemente valorizza il lavoro sociale.

In primo luogo alla perdita netta di posti di lavoro ha fatto da contraltare un ricorso, pratico e in termini di immaginario, al volontariato, che non è particolarmente originale e che illustra bene i meccanismi di omologazione culturale che consentono a molti oggi di giocare ipocritamente sulla scomparsa di destra e sinistra.

In secondo luogo il settore sociale, soprattutto nel suo segmento educativo, ha mostrato ampiamente la mistificazione avvenuta con la trasformazione dei contratti di collaborazione in contratti a tempo indeterminato. Tale trasformazione è stata possibile grazie agli incentivi previdenziali che in molti casi hanno “coperto” i costi derivanti dall’insufficienza delle tariffe previste dal Comune. A questo si aggiunge la ciliegina della possibilità di licenziare liberamente nei primi tre anni che si sposa egregiamente col fiato corto della progettazione dei servizi che molto raramente durano più di un anno.

terzo_settore_giornale_prociv_47241In terzo luogo, l’applicazione del catalogo regionale delle professioni sociali, se da un lato corrisponde ad un’inevitabile esigenza di razionalizzazione e normativizzazione del comparto lavorativo, per anni lasciato nel limbo della dimensione semivolontaristica, pone però, anche a causa di un’oggettiva incapacità dei lavoratori di rappresentare le proprie istanze in termini vertenziali, un problema molto grosso in termini di riqualificazione professionale e riconoscimento dell’anzianità lavorativa. Per dirla facile: una persona che per quindici anni ha ricoperto una certa funzione lavorativa, regolarmente riconosciuta nella progettazione comunale, oggi, nel quadro del catalogo regionale, non può più svolgere quel lavoro oppure deve sborsare cifre considerevoli, e difficilmente ammortizzabili data la precarietà che caratterizza il settore, per “conseguire” un titolo o una qualifica che gli consenta di svolgere il medesimo lavoro svolto per quindici anni. La questione assume una conformazione cetriolomorfica.

Sono queste le sfide che la prossima amministrazione deve affrontare: innanzitutto, per ogni segmento del comparto sociale, stabilire cosa è irrinunciabile per il Comune, dire quali servizi sicuramente esisteranno per gli anni a venire, per quali servizi non mancheranno mai i fondi, dando così a quegli operatori sociali la reale certezza di avere un vero lavoro, che non sia ostaggio dei finanziamenti o degli sgravi previdenziali. Questo progetto di definizione di cosa è indispensabile per la città va fatto coinvolgendo il privato sociale certamente, ma anche direttamente i lavoratori e i territori, in una dinamica di democrazia dal basso a cui la giunta uscente si è mostrata sensibile.

Ma per per fare questo bisogna accettare il fatto che il mondo della cooperazione è cambiato e che oggi le cooperative hanno una morfologia aziendale che le rende inadatte a rappresentare contemporaneamente se stesse e i diritti dei lavoratori.

consiglicampaniaPoi bisogna affrontare con la Regione Campania il problema della qualificazione dell’esperienza lavorativa, lo si può fare avendo come parametri il curriculum e l’anzianità degli operatori, questi possono essere i due poli entro i quali stabilire il “come” e il “cosa”. Resta fermo il fatto che la discussione, ancora una volta, deve essere fatta mettendo attorno ad un tavolo Regione Campania, Comune di Napoli, privato sociale e lavoratori, facendo attenzione a non consentire a soggetti con un forte peso istituzionale, ma nessuna rappresentatività, di appropriarsi del frutto di anni e anni di lotte che molti operatori hanno compiuto autorganizzandosi.

Ultimo, ma non ultimo, il processo di riqualificazione e di riconoscimento formale dell’esperienza lavorativa deve essere, per i lavoratori che saranno coinvolti, a costo zero: non è ammissibile che si paghi per lavorare, ancora meno è ammissibile che si paghi per poter continuare a fare lo stesso lavoro che si fa da quindici anni.

Solo la giunta uscente ha le caratteristiche politiche e culturali per raccogliere queste sfide, gli altri competitor hanno dimostrato a livello di governo nazionale di remare verso una riorganizzazione privatistica delle politiche sociali regolata dal Mercato e il sostegno dell’attuale governo agli accordi del TTIP ne è la dimostrazione.

Ma avere le caratteristiche non è sufficiente, bisogna avere la capacità e la volontà politiche di andare ancora controcorrente, contro quelle che sono le tendenze egemoniche del tempo presente.

Un commento

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  • Rosanna Viviani
    21 maggio 2016 at 11:56 - Reply

    Trovo interessante l’analisi compiuta dall’autore e la condivido.