Debuttarsi con il cadetto

Come eravamo: Il ballo delle debuttanti. Una vecchia usanza della borghesia decrepita. Il fascino mostruoso della divisa

Scritto da Vittorio De Amundis

L’Antimilitarismo che mi perseguita (felicemente) da diversi decenni non riesce ancora a darmi una spiegazione umana sul “fascino della divisa”. Ancora non ce la faccio a perdonare le moltitudini osannanti che si recano alle sempre più frequenti “ostentazioni militari”, con cerimonie di giuramenti in Piazza (a Napoli) del Plebiscito, con bambini mezzorincitrulliti fotografati sulle canne dei cannoni, e con mamme sbavanti per eccitazioni represse e con papà tuttidiunpezzo che toccano compiaciuti le bombe a mano e le mitragliatrici passate a lucido con l’immancabile instancabile maledetto olio di gomito. Qualcuno, davanti a un carro armato, si lascia sfuggire “che bello!”, e le piume al vento dei bersaglieri, sempre di corsa con la trombetta strombettante, a stento soffocano qualche sbalorditivo singhiozzo di troppo. Però tutto può rientrare nel folclore della idiozia pura e nella melassa andata acida della “Patria da difendere” dallo straniero invasore. Ma il “fascino della divisa” continua a imperversare nelle mie notti insonni.

Un cadetto in divisa, magari con lo spadino ciondolante, fa ancora impazzire milioni e milioni di donne e donnette. Ora mi obietterete che ci sono anche le cadette in divisa, (non sono informato bene ma forse anche loro con lo spadino ciondolante), e così anche le cadette fanno impazzire milioni e milioni di maschi e maschietti. Ma è “la divisa” che rimane a imporre il suo fascino straboccante.

 

Ogni anno, tra i mesi di maggio e di giugno, le illuminate di turno signore perbene della borghesia untuosa parassitaria delle città italiane, entrano in agitazione compulsiva per organizzare l’ennesimo “ballo delle debuttanti”. Le loro bambine, diciassettenni o diciottenni, rigorosamente vestite di bianco lungo puffeggiante, daranno il loro avambraccio luccicante ad un cadetto in divisa e debutteranno in società avvolte dalla musica di naftalinizzati walzer viennesi.

Ed ora vi racconto cosa successe a Napoli nell’anno 1969.

Bisogna precisare che il 1969 faceva parte degli anni straordinari, bellissimi, che durarono fino al 1977. Anni irripetibili che hanno trasformato la vita di molti che, da allora, sono diventati “uomini e donne contro”. Si contestava tutto, dal servizio militare obbligatorio ai manicomi, dalle cosiddette autorità  alle benedizioni e alle messe in latino, dalle religioni in assoluto fino ai professori e ai professoroni, dalla rassegnazione dei poveri alla ostentazione oscena della ricchezza dei grandi farabutti.

Si accese una scintilla al Rione Traiano. I gruppi che lavoravano per la costituzione del Primo Comitato di Abitanti in quel rione, (cattolici del dissenso, giovani volontari per il doposcuola, compagni che educavano alla lettura delle buste paga, compagni proletari del Rione ISES, compagni antimilitaristi e compagni anarchici), decisero in una riunione estemporanea di andare in massa a contestare il ballo delle debuttanti di quell’anno fatidico. Toccava a noi, già vecchi politici navigati, a preparare il viale alberato dell’ennesima contestazione. Andai personalmente in Questura a chiedere il permesso per una pacifica dimostrazione, di sera, per quel giorno, in Villa Comunale.

Erano altri tempi, i poliziotti, quasi tutti, erano quelli di Pasolini, specialmente quelli degli uffici. Il mio strabuzzò gli occhi: Di sera? In Villa Comunale? E che manifestazione sarà? Andrete a chiedere la libertà per gli alberi? E rise di gusto e mi firmò il permesso. Avevo ottenuto il permesso di manifestare in Villa Comunale, dove c’era il Circolo della Stampa e dove proprio quella sera, in quel Circolo, si teneva il BALLO DELLE DEBUTTANTI.

Anche senza i cellulari, che furono scoperti qualche secolo dopo, la notizia si propagò in un baleno, e sin dalle 7 di sera cominciarono a giungere nella Villa centinaia e centinaia di contestatori. C’ero io e miei bruttissimi compagni e compagne, c’era Mariapaola, pura ispiratrice tra i volontari del Rione Traiano, incredibilmente c’era anche la sorella Stefania, e c’era il buon Antonino Drago con i preti in borghese e le suore camuffate, Livio Petrone e forse c’era anche il suo famoso fratello Edoardo, Flaviana Coviello, con il fratello Leonardo, avvocato e grandissimo falegname di mobili in pino, Mario Ponzio, che faceva le foto, e Enzo Russo in incognito, e poi ancora Maria Ingegno, Patrizio Morabito, Massimo e Peppe Tassone, e tanti e tanti altri che oggi sono quasi tutti morti ma rimangono vivi nelle gioie e nelle glorie di Napoli. Preparammo un viottolo obbligato che si doveva percorrere per entrare nel Circolo, e ai lati del viottolo c’eravamo noi con la carta igienica srotolata, le fiaccole e i lumini, i cartelli e gli striscioni, i palloncini colorati gonfi di acqua e perfino, mi vergogno di dirlo, alcuni preservativi abbuffati.

Passarono ad occhi bassi le vergini debuttanti, alcune accompagnate dai genitori infuriati, passarono gli increduli cadetti con i loro spadini ciondolanti e le loro divise scintillanti, e poi una serie stupefacente di graduati stupefatti che leggevano e rileggevano il permesso democratico per una manifestazione pacifica e democratica.

Una contestazione con i fiocchi, al chiaro di una magnifica luna rossa.

 

 

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