Bombe rosse di vergogna; I comunisti alla guerra

"Racconti anarchici" Un rivoluzionario nel pantano dei Partiti. Finalmente al Governo e finalmente alla guerra

 

Scritto da Vittorio De Asmundis

Ho avuto la fortuna di vivere in pieno la magica stagione del sessantotto. Cominciai con gli spettacoli teatrali di avanguardia estrema nella scia del Living Theatre  di Julian Beck, al Politeama, con attori seminudi, apostoli della nuova espressione, con due mie opere dai titoli inquietanti, “Cristo se ne va” e “RST/a”, per approdare ovviamente al Gruppo Anarchico del Cavone Napoli 2.

Quindi la bomba a Piazza Fontana, Valpreda Libero e il sogno infranto di trasformare la FAI (Federazione Anarchica Italiana), con centro a Carrara, in una Organizzazione di rivoluzionari militanti. Ed ecco il Gruppo Comunista Anarchico Kronstadt a via Domenico Savio, a Piazza Dante, con tanti comizi e cortei, alle volte perfino insieme con il Gruppo marxista leninista di Gustavo Hermann, e anche con i cattolici del dissenso, nei quartieri popolari, in tante lotte vertiginose, antimilitariste e anticapitaliste. E poi a Pozzuoli, nel sottogruppo del Kronstadt, con gli operai della Olivetti, dell’Italsider e della Sofer, per una costruzione di una fortificata coscienza antifascista, con botte da orbi per la conquista di un territorio mai ceduto agli sgherri di Almirante. E quindi il tentativo di una affermazione elettorale, che purtroppo continua a deludere anche oggi, come è giusto che sia, di Democrazia Proletaria, con il misero risultato dell’1,7% dei voti. E poi, sempre in discesa, nel baratro dei Partiti e dei Partitini, da Avanguardia Operaia a Rifondazione Comunista.

Con qualche luce e con tante ombre. Chi ricorda più il disoccupato organizzato che riuscimmo a fare eleggere a Napoli? Mi pare che si chiamasse Mimmo Pinto. Scomparso da tutte le lotte, ma con lo stipendio assicurato.  E Gennaro Migliore? Perfetto sconosciuto, diventato capo dei capi, nominato da Bertinotti, e poi passato da sinistra a destra, al Pds, poi al Pd ed ora a Italia Viva di Renzi, ma sempre con lo stipendio assicurato. Per non parlare di tanti altri come Raffaele Tecce, nato già da bambino “presidente”, che accompagnavo ai comizi semivuoti per gli squallidi “vota per lui” e vedrai che rimarrai fregato. I rivoluzionari alle elezioni borghesi! La scorciatoia per raggiungere la mangiatoia bassa. Tutti in fila, uno dopo l’altro, mischiati, a ricevere le briciole o le montagnelle di soldi per un lavoro che comincia da volontari e finisce con “tutti hanno a casa una famiglia”.

Ma, almeno per me, tutto terminò alla fine del secolo scorso. Rifondazione era diventata forte e determinante. Nel Governo Prodi era un Partito di Governo con propri ministri. Avrebbe potuto fare quello e quell’altro, ergere barricate, capovolgere tutto, ma, nel 98, decise di far cadere il Governo. Apriti cielo! Ma come? Stiamo lì, nella stanza dei bottoni, e ce ne andiamo? Ci cascammo in tanti. Abbandonammo Bertinotti e ci accodammo a Cossutta, sì, proprio lui, il compagno Cossutta, duro e puro, ex feroce stalinista ed ora il salvatore della classe operaia. Fondammo il Partito dei Comunisti Italiani! Tutti a Roma per la proclamazione e poi, di ritorno a Napoli, addio al Circolo Che Guevara del Vomero per un nuovo Circoletto del PdCI, addio alle estenuanti riunioni con Salvatore Ferraro, con Fucito, con la Bellusci, nelle stanzette di Antignano di proprietà Amoretti, con la Madaro che fece il salto con noi, per un nuovo grande luminoso Partito verso la rivoluzione.

Il PdCI entrò nel Primo Governo D’Alema. Con Oliviero Diliberto nientedimenoche Ministro di Grazia e Giustizia, Katia Belillo ministra senza portafoglio agli Affari Regionali, Antonio Cuffaro sottosegretario alla Università e alla Ricerca Scientifica, Claudio Caron sottosegretario al Lavoro e, udite udite, Paolo Guerrini sottosegretario alla Difesa.

Il 24 marzo 1999, l’Italia, con altre nazioni, con il Governo D’Alema, con i Partiti che ne facevano parte, con il Partito dei Comunisti Italiani che aveva come sottosegretario alla Difesa Guerrini, con i compagni che si erano iscritti al PdCI, con me e con Mariapaola che eravamo due di questi compagni, (che intanto avevano fatto carriera nel circoletto del Vomero, partecipando in qualche modo al Direttivo), l’Italia aveva dichiarato guerra alla Serbia e aveva cominciato a bombardare  Belgrado. I bombardamenti durarono 78 giorni. Si scaricarono sui cittadini serbi 2700 tonnellate di esplosivo. I mostruosi aerei decollavano da Aviano. Si infranse la Costituzione con la sola velata perplessità di Scalfaro, ma con la ferma determinazione di tutti gli altri. E fu in quei tragici giorni che mi accorsi in quale pantano mi stavo immergendo.

Ho quasi tutti rimosso. In un albergo della Ferrovia, o in qualche altro posto, si organizzò una riunione di Partito per non ricordo che cosa, forse per delle miserabili nomine e per spartirsi dei miserabili posti. La sala delle riunioni era incredibilmente gremita. Bisognava iscriversi a parlare e

gli interventi non dovevano superare i 7 minuti. Mi iscrissi. Venne il mio turno e andai al microfono. Cominciai a parlare. Compagni, dissi, vergogniamoci. Feci una pausa e poi continuai. Compagni, ripetetti, vergogniamoci. E poi ancora, compagni vergogniamoci. Ci fu uno che mi interruppe. E lo hai già detto, mi urlò contro. Devo parlare per 7 minuti, gli risposi, lasciami parlare. E giù, per 7 minuti completi, compagni, vergogniamoci, compagni vergogniamoci, tra strilli e urli dei compagni cosiddetti comunisti pronti a saltarmi addosso, a urlare “noi siamo italiani, siamo fieri di essere italiani”, qualcuno perfino “viva la guerra”.

 

Io e Mariapaola dovemmo fuggire, qualche verme ci inseguì fino all’ascensore, e i loro sberleffi neri si trascinano ancora nei ricordi. Poi ci fu una lettera con la firma di una ventina di compagni che ci seguirono nell’abbandono. Ora è tutto un oblio. Tutto morto e sepolto.

 

 

 

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