Arriva il due giugno! Indietro Savoia, c’è la Repubblica

Reportage sui giorni in cui nacque la Repubblica, dopo 19 colpi di Stato e il periodo fascista nasce ciò che il Paese ha ereditato dai padri fondatori

scritto da Francesco Soverina

 Tra gli appuntamenti del calendario civile il 2 giugno, nascita della Repubblica, di cui ricorre quest’anno il settantacinquesimo anniversario, non gode – diciamolo con franchezza – della medesima attenzione riservata al 27 gennaio, giornata della memoria, o al 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo.

Eppure si tratta di una data importante nella storia dell’Italia contemporanea, per più di un motivo. Innanzitutto, perché segna l’uscita di scena della dinastia sabauda, con la disarticolazione di un centro di potere che, in diverse circostanze, era stato in grado di condizionare in senso antidemocratico la politica interna quanto quella estera, rendendosi responsabile di ben tre colpi di Stato: nel 1915, quando, esautorando di fatto il Parlamento, con il contributo della minoranza sediziosa protagonista delle «radiose giornate di maggio», scaraventa il Paese, nella sua stragrande maggioranza contrario all’intervento, nella fornace della prima guerra mondiale; nell’ottobre 1922, allorché Vittorio Emanuele III non decreta lo stato d’assedio per fermare la Marcia su Roma dei manipoli fascisti e consegna la presidenza del Consiglio a Benito Mussolini; infine, il 25 luglio 1943, quando il re – d’intesa con le élite s dominanti – tenta di preservare l’impalcatura autoritaria dello Stato, defenestrando il capo del fascismo e affidando la guida del Paese al maresciallo Pietro Badoglio, che rifiuta la collaborazione dei nuclei dell’antifascismo e reprime sanguinosamente le manifestazioni popolari (93 vittime) in quelli che sono ricordati come i «quarantacinque giorni» badogliani.

Con il referendum del 2 giugno 1946 – è bene rammentarlo – si scioglie democraticamente il nodo della forma istituzionale da conferire all’Italia, a un Paese che nel corso del secondo conflitto mondiale aveva subito pesanti perdite (centinaia di migliaia i morti) e ingenti danni materiali (8.000 ponti crollati, il 40% delle ferrovie inagibili, la produzione di energia elettrica calata del 35%, più di 2 milioni di vani di abitazione distrutti, un milione rovinati). La repubblica prevale, quel giorno, sulla monarchia con 12.717.923 voti contro 10.719.284.

Contemporaneamente viene eletta l’Assemblea Costituente, che elaborerà in un breve lasso di tempo una delle Costituzioni più significative del `900, ponendo il patrimonio ideale e politico dell’antifascismo a fondamento di un nuovo e più avanzato patto di cittadinanza. Per la prima volta la volontà popolare sta alla base della legittimità delle istituzioni; per la prima volta si recano alle urne le donne, ancora oggi, però, ben lungi dall’aver raggiunto una piena e sostanziale parità di genere.

 

Tra paura del «salto nel buio» e spinte al rinnovamento

 

In una situazione caratterizzata dai drammatici problemi della ricostruzione, notevole è la determinazione a risollevarsi ed intensa la partecipazione alla vita politica. Le piazze si riempiono in occasione dei comizi elettorali e gli iscritti ai partiti sono numerosissimi. Il Partito comunista italiano (Pci) vede passare i suoi tesserati dai 4.000 del 1943 al milione e ottocentomila alla fine del 1945; a quella data la Democrazia cristiana (Dc) ne vanta un milione e può contare sull’appoggio delle circa ventimila parrocchie della Chiesa cattolica.

Il cammino intrapreso non è privo di contraddizioni e difficoltà. Il ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, segretario generale del Pci, concede nell’aprile 1946 un’ampia amnistia ai fascisti, mentre si afferma nel Mezzogiorno il Fronte dell’Uomo Qualunque, espressione di quel sentire “antipolitico” così radicato specialmente nella piccola borghesia impiegatizia e commerciale, preoccupata delle novità che il resistenziale «Vento del Nord» può portare con sé. Ben presto, però, tramontano molte delle speranze palingenetiche legate alla lotta di liberazione, snodo fondamentale dell’Italia contemporanea e tuttora motivo di scontro sul terreno politico e storiografico.

Intanto, su un’Italia attraversata dalle spinte autonomistiche in Valle d’Aosta, Sud-Tirolo e Sardegna e dai conati secessionisti in Sicilia, si vanno addensando le nubi della «guerra fredda». Mentre nell’Europa Orientale si accelera il processo d’involuzione delle «democrazie popolari» in regimi del tutto ripetitivi del modello staliniano e delle sue tragiche conseguenze, il 5 marzo del 1946 a Fulton, negli Usa, il leader conservatore inglese Winston Churchill tiene, alla presenza del presidente Harry Truman, il celebre discorso della «cortina di ferro»: l’antisovietismo e l’anticomunismo stanno per diventare i fondamenti della strategia politica del mondo capitalistico.

Gli Stati Uniti, potenza egemone del blocco occidentale, hanno particolarmente a cuore le sorti dell’Italia, perché considerano nevralgica la collocazione della penisola fra Est e Ovest, una cruciale linea di frontiera tra i due campi contrapposti. Al suo destino è non meno interessata la Gran Bretagna, i cui circoli dirigenti sono decisamente a favore del mantenimento dell’istituto monarchico in Italia, anche e soprattutto come garanzia di stabilità sociale nello spazio mediterraneo, in cui già erano pesantemente intervenuti, inviando nel dicembre 1944 ad Atene un contingente di truppe britanniche a rimettere in riga i partigiani greci comunisti.

In quel frangente storico i ceti socialmente dominanti, che nel Ventennio si erano riconosciuti nel «compromesso autoritario» con il fascismo, cercano faticosamente di riassestarsi, anche puntando sul rinvio della convocazione della Costituente, sulla limitazione dei suoi poteri e sull’affiancamento del referendum, come strumento plebiscitario, alla Costituente stessa. Mentre gli ambienti industriali, interessati soprattutto a impedire l’avanzata delle sinistre, il controllo operaio e la nazionalizzazione delle grandi fabbriche, scelgono come interlocutore privilegiato la Dc, gli agrari meridionali foraggiano le formazioni monarchiche, che raccoglieranno per alcuni anni larghi consensi nel Mezzogiorno. Nel secondo dopoguerra la destra liberale, ma soprattutto quella qualunquista, monarchica e neofascista esercita una certa pressione sulla Dc, riuscendo a influenzare in qualche modo l’evoluzione della vita politica e sociale.

Se i partiti di sinistra, nel 1946, si mobilitano convintamente per la Repubblica, quelli di centro e di destra sono agnostici o optano per i Savoia. L’alternativa – è evidente – non è solo fra due diverse forme istituzionali, ma tra antitetiche visioni della società e della politica. Preferire la monarchia sabauda vuol dire mantenere in piedi un punto di coagulo delle forze e tendenze conservatrici, una cerniera fra i privilegi dei ceti possidenti e i timori di settori consistenti delle classi intermedie, specialmente quelli più legati alla proprietà rurale e ai vecchi apparati burocratici dello Stato. Pronunciarsi per la Repubblica significa, invece, per tanti cittadini uguaglianza di diritti, emancipazione del lavoro, opportunità di ascesa sociale, riforma delle istituzioni e rinnovamento delle strutture produttive.

È in uno scenario contraddistinto dal fronteggiarsi di paure e aspettative che si svolge la consultazione referendaria del 2 giugno 1946, il cui risultato fotografa un Paese spaccato in due sulla questione istituzionale. Da una parte quasi tutto il Centro-Nord, dall’altra quasi tutto il Sud. E dal Sud, dove il simbolo della monarchia si è affermato in maniera schiacciante, viene un’ondata di proteste; in particolare a Napoli, alle prese con le ferite lasciate dalla guerra, i disordini culminano, l’11 giugno, nell’assalto alla federazione del Pci: è di 11 morti il bilancio complessivo di quei tumulti.

C’è un altro punto che merita ora di essere chiarito: l’apparente paradosso dello straordinario successo arriso ai Savoia nel Mezzogiorno, dove – all’indomani dell’Unità – avevano dovuto misurarsi con l’insubordinazione di massa, con la rivolta armata del «grande brigantaggio», che aveva impegnato l’esercito del neonato Stato unitario in una lunga e cruenta operazione repressiva.

Uno stillicidio di scontri a fuoco, esecuzioni sommarie, rappresaglie e atrocità aveva seminato morte e distruzione, marchiando a fuoco il passaggio dei territori e delle popolazioni meridionali dall’arretratezza borbonica al sottosviluppo funzionale al decollo del capitalismo settentrionale. La messe di suffragi che la dinastia sabauda ottiene nella partita referendaria del 2 giugno 1946 esprime – a ben guardare – il fortissimo bisogno di protezione di ampi strati della società meridionale, spaventati dal «salto nel buio», dalle incognite che sembrano profilarsi con l’eventuale avvento della repubblica.

Tuttavia, va ricordato che il Sud, il Sud contadino, aveva dato vita tra il 1943 e il 1945 a delle esperienze repubblicane, per quanto effimere, a Maschito in Basilicata e a Caulonia in Calabria. E che, a metà novembre del 1946, proprio in Calabria fa il suo esordio il movimento per l’occupazione delle terre; il 28 di quello stesso mese è uccisa la giovane attivista sindacale Giuditta Levato, prima vittima della reazione agraria nel secondo dopoguerra.

Non un Sud compattamente conservatore e reazionario, dunque, anche se in quella fase l’avversione per l’antifascismo e il desiderio di tornare alla “normalità” premiano, in termini elettorali, il raggruppamento dell’Uomo Qualunque.

Poi, nel corso degli anni Cinquanta l’armatore sorrentino Achille Lauro e il suo entourage, agitando i temi del rivendicazionismo sudista, del legittimismo monarchico e dei «diritti offesi» di Napoli, sapranno rastrellare a lungo cospicui consensi. Comunque, l’esito della tortuosa transizione dal fascismo alla Repubblica ha avuto – è il caso di sottolinearlo – un segno inequivocabilmente moderato, con il partito interclassista della Dc che – dopo il fascismo – assicura alla borghesia un robusto seguito di massa. Per un cinquantennio la Dc, punto di raccordo di tutte le forze moderate e conservatrici, sarà il perno di tutte le coalizioni governative, sino all’inizio degli anni Novanta del `900, quando si aprirà un altro capitolo della storia d’Italia, quello in cui siamo ancora oggi immersi

 

 

 

 

No commento

Lascia risposta

*

*