Virgilio. il cantore di Napoli vive ancora

La seconda parte del tragitto nel parco Vergiliano si perde in tempi antichissimi, fra oscuri culti e vivide credenze della Campania Felix

Il poeta Publio Virgilio Marone (Andes, 70 a.C. – Brindisi, 19 a.C.) fu celebre non solo per le sue opere letterarie, ma anche per le sue conoscenze di esoterismo, medicina, astrologia, cultura sibillina e oracolare, componenti che contraddistinguevano Napoli, città in cui aveva studiato e vissuto.

È Partenope, infatti, a custodire le sue spoglie presso un luogo sacro in cui confluirono antichi culti pagani, generando un sincretismo religioso non raro in quel momento di affermazione della religione cristiana su quella profana.

La tomba sorse, infatti, in un luogo consacrato come la Grotta ad un antico culto, probabilmente, del Dio Giano, dove, secondo le fonti seicentesche,cresceva un alloro selvatico sempre in fiore e ancora oggetto di culto popolare in epoca recente. Inoltre, durante i lavori di rifacimento in età aragonese o successiva, fu rinvenuto un bassorilievo marmoreo con la raffigurazione di Mitra di III – IV secolo d.C., ora conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il culto orientale di Mitra è, infatti, attestato in Campania dal II secolo d.C., in contrapposizione alla dottrina cristiana trionfante. La presenza del rilievo nella Crypta ha fatto pertanto ipotizzare l’eventualità che fosse un luogo di culto mitriaco: il mitreo è solitamente identificato nella la caverna cosmica. É probabile che i culti misterici abbiano influenzato non poco la superstizione popolare, che alla grotta ha sempre associato qualcosa di misterioso e magico.

Sulla destra della grotta, da una scala si accede alla tomba virgiliana. La posizione di rilievo del mausoleo funerario, che domina l’ingresso sul versante napoletano della Crypta, attesta sicuramente l’importanza di chi vi fu sepolto. Si tratta di un colombario di famiglia, databile in età augustea, in opera cementicia con rivestimento a reticolato all’interno e a lastre di calcare all’esterno.

Nel basamento quadrato è ricavata la camera sepolcrale con dieci nicchie per le ceneri dei defunti; il tamburo cilindrico è sovrapposto alla volta, secondo i dettami più ricorrenti dell’architettura funeraria romana in Lazio e in Campania.

In origine si accedeva dal lato opposto all’ingresso attuale, ora segnalato da due epigrafi marmoree murate nel tufo, risalenti all’epoca dei lavori fatti eseguire da Alfonso d’Aragona e poi dal viceré Pedro di Toledo che abbassarono il livello di calpestio della Crypta.

“Fermati passeggero e leggi queste poche cose: qui c’è Virgilio, questo è il suo tumulo. Nell’anno del Signore 1455. Sotto il Regno di Alfonso, Signore nel nome di Gesù nostro Signore, Re delle Due Sicilie”.

La Vita Vergilii di Donato (IV secolo d. C.) attesta che il poeta fu sepolto sulla strada verso Pozzuoli. Questo luogo divenne presto vera e propria meta di pellegrinaggio, come testimoniano Stazio e Silio Italico, il quale personalmente si occupò della casa e della tomba di Virgilio, celebrando ogni anno il giorno della sua nascita.

Grandi incertezze ci sono sull’autenticità del tumulo come tomba di Virgilio, ma non possono che passare in secondo piano rispetto all’autorevolezza concettuale e materiale del luogo e alla stratificazione di simboli e di storia, espressione di una articolata e complessa coralità storica, culturale e popolare. Le fonti che attestano l’identificazione del sepolcro con la tomba di Virgilio si rintracciano a partire dal XII – XIII secolo, anni in cui si delinea un’immagine particolare dell’antico poeta, considerato ormai alla stregua di mago. A tal proposito si credeva comunemente che la Grotta fosse nata da una magia virgiliana, perforata all’improvviso con un preciso orientamento solare in modo da ricevere i raggi solari al mattino da Oriente e al pomeriggio da Occidente, risultando sempre illuminata.

La “Grotta Vecchia” – CryptaNeapolitana – fu aperta nel I secolo a. C. per agevolare i collegamenti fra Napoli e Pozzuoli ed è ricordata anche da Strabone come opera di Cocceio, celebre architetto di Augusto.

Scavata nel tufo, supera di poco i 700 metri di lunghezza e misura 5 metri in altezza.

Petrarca nell’itineraria Syriacum ricorda una cappella di piccole dimensioni denominata di Santa Maria dell’Idria, realizzata da un eremita proprio nei pressi dell’ingresso alla grotta. Qui si possono ammirare epigrafi e affreschi medievali della chiesetta rupestre che raffigurano, a destra. la Vergine col Bambino e S. Giovanni Battista; a sinistra, San Luca.

Una sovrapposizione di culti, credenze e simboli in un luogo che geologicamente ricorda un antro ancestrale, un punto di partenza, seppure tenebroso, proiettato verso la luce della verità storica e verso gli abbagli della poesia

 

Grazie a Paolo Guida per la foto di copertina

Prima parte

http://www.cantolibre.it/napoli-il-parco-vergiliano/

Un commento

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  • Sharon
    3 giugno 2017 at 23:21 - Reply

    Sei grande Gilda!! ?