VIOLENZA STRUTTURALE E BABY GANGS

Impossibile chiedere le ragioni ai ragazzi di queste aggressioni, per quanti pretesti si possano addurre, il loro gesto è ingiustificabile

Nei giorni tra le feste di Natale e il Festival di San Remo, l’attenzione mediatica, anche a livello nazionale, è stata catturata da due episodi di violenza tanto efferati, quanto apparentemente insensati, da far gridare nuovamente all’emergenza baby gangs a Napoli.

Attori degli episodi, sia nel ruolo degli aggressori che nel ruolo degli aggrediti, sono stati minorenni, anche particolarmente giovani, e in entrambe i casi i due ragazzi aggrediti hanno rischiato di morire, riportando danni permanenti. La madre di uno dei due, in un’intervista rilasciata al telegiornale regionale, ha giustamente rivendicato per i minori napoletani il diritto di uscire liberamente di casa senza correre il rischio di essere ammazzati. Nel cono d’ombra della sua naturale quanto sofferta rivendicazione resta il fatto che anche gli aggressori sono minorenni, in alcuni casi più piccoli degli aggrediti, e in quanto tali dovrebbero essere beneficiari degli stessi diritti dei ragazzi da loro stessi aggrediti. Dal punto di vista sociale, e non delle vicende individuali, questo è il nodo veramente drammatico di quanto accaduto.

Quello che ha colpito di più la sensibilità dell’opinione pubblica è stato probabilmente il carattere random di una violenza così intensa, cioè il fatto di non essere stata innescata da nessuna particolare causa: i ragazzi colpiti si sono trovati in quella situazione forse perché parevano deboli, perché avevano una postura che denotava timidezza, perché parlavano italiano, perché sembravano bravi ragazzi o forse perché hanno tenuto alto lo sguardo invece di abbassarlo, perché hanno parlato anziché stare zitti o forse semplicemente perché erano lì e non altrove. Alla mancanza di un innesco proporzionato alla violenza scatenata si aggiunge il fatto che i minori, in quanto minori, si presuppone abbiano una capacità di elaborare le scariche pulsionali più limitata, la loro propensione proattiva non è repressa, sublimata o contenuta da un raziocinio e una capacità riflessiva ancora pienamente sviluppati: quel barlume di ragionevolezza al quale si possono affidare le ultime speranze al cospetto di un adulto, in un ragazzino scompare a vantaggio di una pulsionalità ancora non sublimata in un apparato simbolico sufficiente a contenerla.

La combinazione di violenza parossistica e imprevedibilità ha creato un tale senso di sgomento che per descrivere gli eventi accaduti si è fatto ricorso all’immaginario del terrorismo: Napoli è una città sotto attacco, queste aggressioni sono veri e propri atti terroristici. Diventa conseguente allora sfoderare l’armamentario della sicurezza, invocare il Ministro degli interni, il Prefetto, il Questore: è necessario difendere i minori napoletani dalla efferata violenza dei minori napoletani…

Se però si esce dalla dimensione individuale, per la quale non c’è nulla che si possa aggiungere in merito a ciò che i ragazzi aggrediti hanno subito, alla brutalità insensata di cui sono stati oggetto, al fatto che poteva andare addirittura peggio di così, al fatto che i ragazzi aggressori dovranno assumersi le responsabilità delle loro azioni per quello che la legge prevede e che i loro genitori dovrebbero essere chiamati in causa per manifesta inadeguatezza, al di fuori della dimensione personale di chi è stato coinvolto volente o nolente in questa vicenda, un senso emerge.

Non si può chiedere ragione ai ragazzi colpevoli di queste aggressioni dei motivi che li hanno spinti ad agire perché, per quanti pretesti si possano addurre, il loro gesto non è giustificabile: sul piano delle relazioni individuali quella violenza poggia sulla più assoluta insensatezza. Ma se un minimo si allentano i freni della nostra attenzione selettiva, se per un attimo rinunciamo a tranquillizzarci gioendo del fatto che il nome del colpevole non è il nostro, se per un attimo ci facciamo carico dell’ecosistema di cui siamo comunque parte, se accettiamo il fatto di essere chiamati in causa, avremo la possibilità di scoprire che l’insensatezza è solo una patina, una polvere che ricopre la realtà.

Ho saputo della prima aggressione dai ragazzi con cui lavoro in una delle educative territoriali di Napoli, anche loro erano impressionati dall’efferatezza dell’episodio e così è venuto fuori un simposio sulleuscite serali, quotidianamente puntellate di episodi di violenza più o meno gravi: dai paccheri, ai pestaggi, alle coltellate. Mentre ascoltavo i loro racconti, delle violenze a cui avevano assistito, che non avevano niente dell’eccezionalità e tutto della pacata quotidianità, mi rendevo conto di come fossero costantemente sottoposti ad un livello di tensione enorme di cui non erano neanche pienamente consapevoli.

Emerge un quadro nel quale la violenza è un elemento basale della vita dei giovani napoletani. Una violenza che permea tanto i luoghi domestici quanto, più in generale, l’intero spazio di vita e di relazione. È stata più volte sottolineata la collocazione urbana e sociale delle famiglie da cui provengono i ragazzi aggressori: lì la retorica sulle opportunità della vita non trova spazio, il campo cognitivo di chi abita quei contesti è straordinariamente limitato da condizioni materiali che sono realmente senza possibilità di redenzione. La verità è che per chi nasce in determinate condizioni, in determinati luoghi, in determinate famiglie, salvo rari isolatissimi casi di successi personali che fanno scalpore proprio per la loro unicità, la vita è segnata, la libertà di scelta si esercita in un campo di possibilità ristrettissime: il libero arbitrio di un borghese e il libero arbitrio di un sottoproletario sono due cose ontogenicamente differenti.

In queste condizioni esistenziali, dal momento che i modelli di affermazione sociale sono uguali per tutti, ognuno tenta di arrivarci secondo quelle che sono le sue concrete possibilità materiali: i soldi sono la chiave del riconoscimento sociale, la forza il modo per ottenerli. Lì dove anche questa possibilità sembra preclusa, il senso di frustrazione si fa intimo fino a permeare la propria capacità di leggere la realtà e a questo punto la violenza non ha più un obiettivo specifico e si riversa su tutto quanto incontrasenza ragione.

La violenza agìta, però, non è generata dalla frustrazione, questa è causa solo dell’incapacità di indirizzare la propria risposta verso un obiettivo specifico: la violenza nasce a monte, si genera nel momento stesso in cui si determina il campo di possibilità che due individui nati in contesti diversi potranno avere. È l’ontogenesi differente del libero arbitrio del borghese e del sottoproletario a generare la violenza da cui è generata. In altre parole la violenza è coessenziale alle relazioni sociali e di classe.

Nel 2017 è stato introdotto nella legislazione italiana il DASPO urbano come corollario del concetto di decorourbano: in sostanza attraverso un atto di potere si pretende di purificare uno spazio urbano delle contraddizioni e dei conflitti che quello stesso spazio sociale genera. La violenza implicita in questa visione dei rapporti sociali, e nella legge che ne è espressione, è della stessa natura di quella espressa dai minori delle cosiddette baby gangs. Dal punto di vista ontologico non c’è nessuna differenza. La differenza è data dalla dimensione ortogonale del potere, solo da questo.

Il ministro degli interni, che è venuto a Napoli per far sentire la presenza dello Stato, è lo stesso che ha utilizzato l’argomento della difesa della tenuta democratica per giustificare l’apertura di centri in cui si pratica sistematicamente la tortura, lo stupro, l’omicidio e la compravendita di schiavi. Nella campagna elettorale in corso, il candidato alla regione Lombardia, Attilio Fontana, ha promesso di difendere la razza bianca. Il Parlamento in scadenza dichiara di non avere tempo per approvare lo Ius soli, che avrebbe dato a circa un milione di minori la cittadinanza italiana riconoscendoli come cittadini con tutti i diritti, ma trova il tempo per approvare e finanziare una nuova missione militare in Niger. Allo stesso modo non ci sono soldi per rifinanziare Scuola e Università e il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali approvato nell’ultima legge finanziaria ammonta a poco meno di 277 milioni di euro, di cui andranno alla Campania poco più di 28 milioni.Questi sono solo alcuni elementi che danno conto del perché la violenza basale delle relazioni sociali aumenti.

Di fronte ad un’opinione pubblica che già pensa ad altro, tra le sconcezze tipiche delle campagne elettorali e l’imminenza del Festival di San Remo, bisogna essere consapevoli del fatto che gli episodi di violenza continueranno a caratterizzare la vita di tanti minori e non solo, per il semplice motivo che questa è la qualità delle nostre relazioni sociali e personali.

Per cambiare questo stato di cose è necessario che ognuno lavori sulla propria consapevolezza, sulla qualità delle proprie relazioni, perché sulla scia del senso comune nessun cambiamento radicale è possibile. Però è necessario anche che si trovino i soldi: i soldi per garantire a tutti un livello di vita materialmente dignitoso, attraverso una reale redistribuzione della ricchezza senza se e senza ma, in modo universale e incondizionato; ed è necessario anche che si tornino a finanziare in modo adeguato le politiche sociali, i progetti educativi, i soli in grado di garantire un lavoro specifico sulla qualità delle relazioni personali e sociali in attesa che le condizioni di vita materiali migliorino per tutti

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  • pietro varriale
    7 febbraio 2018 at 14:59 - Reply

    a proposito delle chiacchiere di noi altri sul sanguenaccio degli altri. dal pianoterra di vita lo sguardo verso… di emiliano schember si frappone per storicità nell’analisi e movimento nel pensiero da agire.
    ogni capoverso è intriso di significazioni reali e mai edulcorate. alle quali come un menestrello della lingua cantata, scritta, recitata ci invita a più riprese a disoccupare le rappresentazioni invocate. e occuparci, invece, di consapevolezza è di come il nostro tempo soggettivo attraversa il tempo di tutti inesorabilmente, per tale ragione è buono chiedersi di che sostanza son fatte le nostre relazioni?
    è nel dare risposta a questa domanda che forse, riusciremo a comprendere che soggetto collettivo abbiamo nel corpo e nella testa,e magari troveremo anche un modo per farci restituire il reale fondo nazionale per le politiche sociali che da anni è oggetto di spoliazione continua.
    e come ci ricorda un proverbio: senza sorde nun se cantan’ mess’

  • Lotusflower
    19 aprile 2018 at 17:09 - Reply

    Mi torna alla mente una vecchia canzone dei klasse originale “i ragazzi sono innocenti” che ad un certo punto dice “vi accuso come voi avete accusato noi” ecco, guardando l’ennesimo video di un quindicenne che bullizza un bolso e atterrito professore mi dicevo: ma cazzo, vuoi vedere che hanno ragione loro, nella loro impulsività e non strutturazione della corteccia frontale, nel loro essere in balia di pulsioni incontrollabili – l’adolescenza come male – a puntare il dito contro la nostra generazione di inetti, contro la società, contro il prossimo incapaci di dare loro un limite e una prospettiva. Il ragazzo ha bisogno di sicurezza, di una guida, di infrangere la regola per verificarne la solidità o la legittimità… ecco una società che si arrapa nell’infliggere pene sempre più severe ai suoi figli che in maniera anarchica di scagliano contro di essa… do cono cono… ecco… al di la dei soldi e delle relazioni individuali, questa dinamica, quali altri interrogativi ci solleva?

    • Lotusflower
      19 aprile 2018 at 19:11 - Reply

      Errata corrige
      Klasse kriminale
      Terzultima riga: ndo cojo cojo

  • Lotusflower
    19 aprile 2018 at 17:12 - Reply

    Errata corrige
    Klasse kriminale
    Terzultima riga: ndo cojo cojo