UNO SPETTRO SI AGGIRA PER IL MONDO

Il pianeta è in ebollizione, e non solo per motivi climatici, ma pochi se ne accorgono. rivolte in tutto il mondo che diventeranno rivoluzioni

Strane cose stanno succedendo per il mondo in questo 2019. Era da un po’ di tempo che si era consolidata a livello globale la concezione che l’ordine mondiale era saldamente fermo nella sua capacità di gestire il pianeta. Si pensava che, caduto il muro di Berlino e sconfitta l’unica alternativa al sistema capitalistico, cioè il socialismo reale, il libero mercato avrebbe determinatola “crescita”, identificata come aumento del PIL mondiale e, di conseguenza, il benessere di tutti.

Ma le cose non stanno andando dappertutto così: da qualche mese, in varie parti del mondo si stanno vedendo milioni di uomini e donne che invadono le piazze per contestare il “sistema politico” del loro paese: ciò che li spinge a vere rivolte popolari non è un’ideologia, una organizzazione politica, ma semplicemente la rabbia per una vita quotidiana di tensioni fisiche e psichiche, di precarietà, di insostenibilità dei costi della vita quotidiana (trasporti, sanità, abitazioni, servizi primari privatizzati).

La lista è lunga e di seguito ne viene fatto un elenco sommario.

Il 7 febbraio ad Haiti iniziano violente proteste contro il presidente Jovenel Moise, accusato di essersi appropriato di fondi pubblici e di aver aumentato il prezzo del carburante. La repressione è molto forte; il presidente si fa difendere da 12 mercenari americani pagati ciascuno 3200 dollari al giorno. Dirige la rivolta un comitato ristretto costituito da due rappresentanti del movimento sindacale, una dei movimenti femministi, una del movimento dei giovani delle periferie e quattro esponenti dei partiti politici, due della sinistra rivoluzionaria e due socialdemocratici. «Vogliamo che questa transizione non sia controllata dagli Stati Uniti – dichiara Chalmers, sociologohaitiano di fama mondiale – ma che esprima una rottura, aprendo realmente una prospettiva di cambiamenti radicali a livello dell’economia e del sistema politico». Finora si contano 42 manifestanti uccisi.

L’11 febbraio iniziano le proteste in Sudan contro il piano di austerità del  presidente Omar Hassan al-Bashir che prevede raddoppio del prezzo del pane ed aumento della benzina; seguono sanguinose repressioni con decine di vittime, ma il movimento non arretra e l’11 aprile al-Bashir viene allontanato dai militari. Il giorno successivo una grandissima manifestazione chiede la destituzione della giunta militare che ha preso il potere, per un governo di “uguaglianza civile”. Il 14 maggio si apre un periodo di transizione condotto da una amministrazione fatta dai protagonisti della rivolta, tra i quali primeggia Alaa Salah, una studentessa di ingegneria di 22 anni. I militari sembrano cedere, ma presto riprende la repressione contro il movimento con 120 morti gettati nel Nilo.  In seguito a nuove enormi dimostrazioni finalmente il 3 agosto i militari cedono il potere ad un “Consiglio sovrano”, espressione delle “Forze per la libertà e il cambiamento” che in tre anni e tre mesi cambierà il sistema paese. I morti durante il processo rivoluzionario sono stati alcune centinaia.

Il 16 febbraio cominciano in Algeria manifestazioni contro la candidatura ad un quinto mandato del presidente in carica Abdelaziz Bouteflika; le manifestazioni, che si tengono ogni venerdì, crescono di ampiezza fino a che il 2 aprile il presidente si dimette, altri grandi dignitari vengono allontanati, ma il movimento non si ferma, non accetta il cambio di governo, ma pretende una costituente per una “seconda repubblica” che faccia piazza pulita di tutti gli apparati statali. Dopo sette mesi il movimento continua la contestazione: ogni venerdì le piazze delle città si riempiono di operai, studenti, femministe.

Il 21 settembre in Egitto, a piazza Tahrir al Cairo, ad Alessandria, Damietta e altre città grandi proteste contro il generale Al Sisi accusato di corruzione, ma la violenza della polizia ferma i manifestanti con centinaia di arresti. Il controllo poliziesco in Egitto è fortissimo, ma la contestazione sicuramente si sta riorganizzando.

Il 3 ottobre a Quito in Ecuador, la folla si rivolta contro le misure di austerità promosse dal presidente Moreno su suggerimento del Fondo Monetario Internazionale con un forte aumento della benzina, diminuzione dei giorni di ferie e dell’entità delle pensioni; viene decretato il coprifuoco e la polizia uccide 8 manifestanti. Si assiste ad un grande spostamento di popolazioni indigene che raggiungono la capitale, assediano il palazzo del governo ed occupano l’Assemblea Nazionale. Il Presidente lascia la capitale e da Guayaquil offre ai manifestanti il ritiro dei provvedimenti. La Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie) che gestiva la capitale accetta le trattative e si apre una fase convulsa di repressione e cedimenti da parte del governo.

Il 4 ottobre, in Iraq la polizia ha incominciato a sparare sulla folla che protestava a Bagdad contro il carovita e la corruzione. La rivolta continua senza sosta da allora ci sono stati 400 morti. Protestano insieme sciti e sunniti, uomini e donne, operai e impiegati; chiedono la fine dei partiti a base religiosa e un cambiamento totale di governo; nelle piazze si pratica l’autogestione con cucine popolari, centri di medicina popolare, lavori di pulizia condivisi. Il governo ha chiesto ai manifestanti di mandare propri delegati a trattare misure di gestione della situazione.

Il 16 ottobre il presidente del Libano Saad Hariri impone nuove tasse sulla messaggistica WhatsApp, sulla benzina, sui tabacchi. La protesta popolare divampa;in molte città si ergono barricate; naturalmente uffici, fabbriche e negozi sono chiusi. Malgrado il ritiro delle misure economiche, la rivolta non si ferma e chiede le dimissioni del presidente. Dopo 13 giorni di violenza, il 29 ottobre, il presidente annuncia le sue dimissioni, ma neanche questo calma la folla che vuole un cambiamento del sistema politico rappresentato da formazioni su base confessionale. In effetti i manifestanti si battono anche contro i clan e confessioni religiose finora in equilibrio tra loro solo per difendere gli interessi economici dei capitalisti locali e gli interessi politici delle potenze regionali (Iran, Arabia Saudita). La presenza delle donne, specialmente delle giovani è fondamentale nel movimento.

Il 18 ottobre inizia la rivolta in Cile contro l’aumento del biglietto della metro di Santiago. Gli studenti in segno di protesta distruggono qualche obliteratrice, ma vengono incriminati come terroristi e il presidente Pinera decreta il coprifuoco. A questo punto esplode la rabbia popolare contro la polizia che spara sui manifestanti. Dopo otto giorni di proteste con 18 morti, Pinera cede, sospende il coprifuoco, ritira gli aumenti e annuncia la rimozione dei ministri responsabili della repressione, ma il movimento va avanti, i sindacati dichiarano lo sciopero generale e il 26 ottobre un milione di persone si riversa nelle strade; è la più grande manifestazione vista in Cile dai tragici eventi che portarono al golpe di Pinochet. Le richieste del movimento sono politiche: cambiare il sistema politico-economico del paese, abolire la costituzione del periodo di Pinochet ancora in vigore, eleggere un’assemblea costituente per dare nuove regole al paese. Il movimento si rafforza malgrado Pinera abbia chiesto scusa alla nazione e offerto provvedimenti su sanità, trasporti, assistenza ai disagiati; sempre nuove categorie si schierano con la rivolta, i portuali, gli insegnanti i dipendenti della Codelco, maggior produttore mondiale di rame.

Il 27 ottobre in Pakistan una marcia di centinaia di migliaia di persone blocca il paese. Le proteste iniziate alla fine del mese di ottobre proseguono in quella che gli organizzatori chiamano “seconda fase” del processo che, nelle loro intenzioni, porterà il Primo Ministro Imran Khan alle dimissioni. Le opposizioni lamentano non solo il dilagare della corruzione e l’incapacità nella gestione economica delle casse del paese, ma anche la forte presenza dei militari, che avrebbero influito nell’elezione di Khan dello scorso anno.

 L’11 novembre in Bolivia, in seguito ad elezioni poco trasparenti, il presidente Evo Morales si dimette e un golpe, sostenuto dai militari, porta al governo la destra estrema, razzista espressione degli interessi della imprenditoria agraria. La risposta non si fa attendere e le popolazioni indigene manifestano a La Paz. La repressione della polizia è pesantissima e si contano 24 morti.

Il 17 novembre anche in molte città dell’Iran sono scoppiate le proteste in seguito all’aumento del 50% del prezzo della benzina e già si contano i primi morti: La chiusura di Internet non permette di ricevere notizie precise.

Queste alcuni fatti successi in giro per il mondo da alcuni mesi, ma non sono i soli: ad Hong Kong la protesta contro l’amministrazione locale prosegue ormai da mesi, in Catalogna si sono recentemente di nuovo riempite le piazze per l’autonomia, in Irian (Nuova Guinea) ci sono state manifestazioni indipendentiste, in Guinea contestazioni contro la ripresentazione del presidente alle prossime elezioni, in Hoduras manifestazioni contro il carovita, in Marocco, dove continua la repressione dei ribelli berberi del Rif, ci sono stati scioperi di insegnanti e operatori sanitari, in Tunisia scioperi di dipendenti pubblici, in Francia sono riprese le manifestazioni dei gilet gialli.

Nel resto del pianeta continuano le guerre (Libia, Yemen, Rojova, Kashmir, Mali), incombono difficoltà in economia, (guerre commerciali, possibili bolle finanziarie), in molti paesi non si riescono a fare governi stabili (Gran Bretagna, Spagna, Belgio), in altri c’è un’avanzata preoccupante della destra più reazionaria e razzista, e sul pianeta intero incombe la crisi climatica.

Sarebbe estremamente difficile interpretare questi scenari e fare previsioni, quello che salta agli occhi è la contemporaneità di tante crisi. Siamo di fronte ad una svolta storica che mette in discussione tutti gli equilibri esistenti? Il neoliberismo, come sistema mondo, regge ancora o se ne prospetta vicina la fine? Difficile da dirsi, ma certamente fondamentale interrogarsi su quanto sta succedendo.

Mentre altrove queste domande corrono tra la gente, i politici, gli intellettuali, nel nostro paese tutto tace: le notizie degli avvenimenti sopra riportati, arrivano con il contagocce, i politici sono interessati a tutt’altro e, ignoranti in geografia, non sanno nemmeno localizzare le rivolte sul mappamondo. La cosa tragica è che anche la sinistra riformista o meno, che dovrebbe avere a cuore le sorti della giustizia sociale dell’umanità, restringe i suoi interessi a livello locale, su quale candidato portare avanti a livello elettorale, quale assessore è preferibile, quali alleanze proporre, e si infittiscono le polemiche in rete per quanto detto da questo o quel politico, questo o quel giornalista nei talk show televisivi.  La politica, almeno quella che si definisce alternativa, smetta di stare attaccata ai social e scenda in piazza a solidarizzare con chi lotta contro il sistema mondo, cioè contro il capitalismo.

 

Umberto Oreste Sinistra Anticapitalista

Biochimico attualmente in pensione. In passato ha lavorato presso istituti universitari e del CNR. Tra i suoi interessi scientifici l’evoluzione delle molecole immunitarie, l’adattamento degli animali marini alle variazioni ambientali. Ha collaborato con strutture di ricerca estere ed è autore di numerosi articoli su riviste scientifiche internazionali. Partecipa all’attività politica di Sinistra Anticapitalista.
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