Una poesia come un volantino di lotta

I meravigliosi anni 70. Anni di lotte, di conquiste, di sogni, di poesia. Dal ripostiglio della mia memoria un ricordo di amore

scritto da Vittorio De Asmundis

C’è sempre qualche stupido che definisce gli anni 70 “anni di piombo”, e, volutamente o incoscientemente, si sbaglia di grosso. Quegli anni furono travolgenti, unici, irripetibili. Solo per citare a caso e, certamente in misura parziale, ciò che riuscimmo a realizzare è da non credere: i proletari in divisa, lo Statuto dei lavoratori, il diritto all’obiezione di coscienza contro il servizio militare obbligatorio, la legge sull’aborto, la legge sul divorzio, la chiusura dei manicomi, il diritto di costituire assemblee studentesche, le lotte femministe, il magnifico rapporto di interscambio tra operai e studenti, i movimenti esclusivamente extraparlamentari, i primi Centri Sociali, i Comitati di Quartiere, la spesa proletaria e le frequenti manifestazioni oceaniche di almeno centomila partecipanti, i canti popolari, le feste di gruppo, le occupazioni scolastiche e universitarie, i cineforum, i collettivi teatrali e artistici, le vacanze alternative e l’attesa spasmodica della rivoluzione.

E tutto in un clima festoso, di rispetto reciproco, di solidarietà. Incredibile ma vero, noi anarchici del Gruppo Kronstadt organizzavamo con il Gruppo dei marxisti leninisti di Via Pasquale Scura, (per capirci, con il Gruppo di Gustavo Hermann), comizi insieme, servizi d’ordine  insieme…       I cattolici direbbero tra “il diavolo e l’acqua santa”. Anni fantastici.

In quel tempo scrivevo molte poesie. La poesia come volantino di lotta. Ero molto bravo. Mi dicevo per canzonarmi che ero “il più grande poeta vivente”. Vincevo premi di poesia in tutta Italia. Nel 1975 partecipai al Premio Aspera organizzato dalla rivista “Alla bottega” di Milano, la rivista più letta e più diffusa, e tra circa duemila partecipanti vinsi il primo premio. Ma ciò che successe di straordinario fu che la poesia vincitrice era proprio “un volantino di lotta”, un grido, una sferzata, un colpo di nonviolenza attivo ben assestato in faccia al potere.

Il suo titolo è “Gli uomini in fila”. Eccola qui:

Gli uomini in fila

 sono tutti più incazzati.

(E’ aumentata perfino

 la bolletta del gas.)

 Col cartellino in mano

 la fabbrica li ingoia,

 uno per uno, a scatti,

 timbra, mettiti i guanti, prendi il tuo posto,

 pronti, pronti, pronti…

 

Li ritrovi alla mensa

col volto torvo,

il giornale sul tavolo

e i volantini.

Gli uomini in fila

 fanno la voce grossa.

(Il bimbo ha preso il tifo,

 il rubinetto scorre).

La fabbrica li ingoia, puntuale,

 uno per uno, a scatti,

 bagnati il viso, mettiti i guanti, prendi il tuo posto,

 pronti, pronti, pronti…

 

All’uscita c’è il sole

anche se piove o è notte,

tra i giovani barbuti

 e le compagne in jeans.

Gli uomini in fila

 hanno le mani a pezzi,

 gli occhi smarriti, l’odio

sulla pelle…

(All’assemblea di reparto,  poi in sezione,

 un’ora al ciclostile,

 prendi la colla, prendi i manifesti,

 pronti, pronti, pronti).

 Una poesia che ci riporta dentro una fabbrica, nella famigerata catena di montaggio, nella ormai non più citata e quasi dimenticata catena, ma mostruosamente ancora viva, spietata, presente e ingombrante nella vita da schiavi di milioni e milioni di proletari. Porterei gli studenti nella fabbrica-cella per avere un vero scambio tra il lavoro e lo sfruttamento, lo studio e la realtà, i sogni e lo schifo del lavoro prezzolato, lavoro ceduto al profitto e alle disuguaglianze.

Purtroppo dagli anni 70 ad oggi la feroce società capitalistica ha riguadagnato spazi e ha continuato a colpire. Proprio pochi anni fa, alla Fiat, c’era un signore di nome Marchionne che si permise di eliminare alcuni minuti di pausa per non permettere ai suoi schiavi di andare a fare la pipì. E il sistema ha perfino inventato un Governo di centrosinistra che criminalmente ha modificato dallo Statuto dei lavoratori l’articolo 18 per rendere possibile, senza giusta causa, il licenziamento del lavoratore. E ritorno agli anni 70, alla fabbrica Olivetti di Pozzuoli, agli iniziali timidi tentativi di umanizzare la fabbrica, con i primi vialetti alberati e la mensa più accogliente e familiare, con i fiorellini freschi e la musichetta nel sottofondo. I volantinaggi alla 7 di mattina e gli sguardi di intesa e di incoraggiamento rivolti agli “uomini in fila”, e sentirsi rispondere senza voce “pronti, pronti, pronti”.

 

 

 

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