Un weekend nei centri di accoglienza per rifugiati di Atene

L’emergenza dei migranti è ormai quotidianamente sulle pagine dei nostri giornali. La pessima gestione da parte degli Stati e dell’Unione non fa che aggravare la situazione. Per fortuna c’è chi, come la gioventù Ateniese, ha deciso di rimboccarsi le maniche e provare a cambiare davvero le cose.

Ad Atene ci sono quattro strutture d’accoglienza, di cui nessuna è gestita dallo stato. Sono ospedali o centri occupati, gestiti dalla gioventù anarchica Atenese. Nel quartiere del centro, Exarchia, c’è uno squat che accoglie circa 300 famiglie. Si chiama Notara 26 ed è lì che abbiamo deciso di andare.

Dall’esterno la struttura assomiglia a quella di una vecchia scuola, o forse di un ufficio. All’interno, il primo piano è dedicato allo spazio comune e alle aree di stoccaggio di cibo e vestiti. Salendo si trovano gli spazi adibiti a cucina e sala da pranzo. Gli altri tre piani sono occupati da enormi dormitori. Lo spazio è pulito e ben organizzato, i turni per i volontari sono scritti su una lavagna. Chiunque può scrivere il proprio nome in uno degli slot disponibili e garantire la propria presenza per 3-4 ore. Visto l’enorme numero di rifugiati che sbarcano ogni giorno sulle coste della Grecia, ogni tipo di supporto è ben accetto. Tanti greci, soprattutto i più giovani, si danno il cambio negli shift notturni. Altri, portano cibo e vestiti. Ognuno da una mano come può.

Il primo giorno decidiamo di fare lo shift mattutino, dalle 7 alle 10. Lungo la strada per andare, molte domande mi sono passate per la testa. In fondo non mi ero mai trovato a lavorare in un centro d’accoglienza e, devo ammetterlo, non ero sicuro che sarei stato utile a qualcuno.

Alex, uno dei responsabili della struttura, ci fa capire subito che possiamo esserlo molto più di quanto non immaginiamo.

Dopo nemmeno un’ora preparo e servo le colazioni, con l’aiuto di due ragazzini siriani che – per fortuna – mi aiutavano con la traduzione dall’inglese all’arabo. Nessuno mi aveva mai visto prima, eppure è come se fossi stato lì da sempre. Nel giro di un paio d’ore avevo già avuto la possibilità di parlare con diversi gruppi e di ascoltare tante storie. Molti africani, afghani, siriani, iracheni. Tutti lì, sotto lo stesso tetto, a giocare a scacchi e parlare di calcio. Incontro due ragazzi Iracheni che, ovviamente, mi hanno subito preso tra le braccia per mostrarmi il loro grande amore per il Napoli: “We love Napoli! Maradona – Cavani – Higuain!”.

foto gigi2_oTante domande, sorrisi e scherzi. Si comunica come si può, tra il francese, l’inglese e il linguaggio dei gesti – che risulta essere sempre il più efficace.
Il secondo giorno abbiamo deciso di passarlo interamente al centro. Lontano dai pasti, i volontari organizzano perlopiù attività di ricreazione: chi si occupa di organizzare attività con i bimbi, chi chiacchiera o gioca a scacchi con gli adulti. Io anche ho approfittato della tranquillità della giornata (e del sole caldo della capitale ellenica), per ascoltare qualche storia.

Ho ritrovato due giovani ragazzi africani, Mubarak (19) e Daouda (15), con i quali avevo avuto modo di socializzare il giorno prima.

Mubarak decide di invitarmi a pranzo. Provo a farlo desistere, insistendo sull’assurdità del fatto che fosse lui ad offrire. Ma non so se vi è mai capitato di discutere con un africano: in quanto a ospitalità, non sono secondi a nessuno. Devo arrendermi, negoziando per offrirgli quantomeno un caffè.

Camminiamo una mezz’ora, restando sempre al sole (se pensate che il freddo sia insopportabile per un napoletano, figuratevi per un africano!), fino ad arrivare in una piccola trattoria. I ragazzi ordinano per me, mi fido di loro. A tavola siamo in quattro e io chiedo a Mubarak di raccontarmi la sua storia.

Ho 19 anni, ho una moglie ed una figlia in Sudan. Cerco di andare in Norvegia, ottenere i documenti necessari affinché possano raggiungermi”. Diciannove anni li ha solo all’anagrafe, perché Mubarak ne ha viste di cose che noi nemmeno nei nostri peggiori incubi. Ormai siamo in confidenza e io incalzo con qualche domanda: “Ma non lo sapete che durante il viaggio per venire tanti perdono la vita? E che qui poi rischiate di restare bloccati per mesi, senza documenti, senza diritti?” “Gigi – mi dice col suo grande sorriso – là dove vivo io c’è la guerra. Ci sono le bombe che ci cadono sulla testa e gruppi armati che uccidono e fucilano tutti quelli che non ne fanno parte. Sappiamo perfettamente a cosa andiamo in contro, ma l’Europa vuol dire avere una possibilità. Anche se fosse una su un milione, sarebbe comunque più di quanto avremmo a casa nostra”. Gli domando di raccontarmi il suo viaggio allora. “Mi è costato tra i 4,000 e i 5,000€, in condizioni di viaggio peggiori di quelle delle bestie”. Mi racconta di come siano stati sballottati da un camion ad un treno-cargo, in cui decine di persone sono ammassate per giorni e giorni senza luce, acqua, cibo né coperte. Un viaggio a cui molti non sopravvivono, tra gli abusi e gli stenti.

Lo sciacallaggio e la disperazione, dice, in questi casi arrivano a livelli esorbitanti: sceso dal treno per difendere una donna dall’attacco di un gruppo di giovani, sotto l’indifferenza totale degli altri “passeggeri”, si è ritrovato senza più borsa, soldi e documenti.

E poi i barconi, la punta dell’iceberg che noi tutti conosciamo. “Ti promettono un viaggio sicuro, venti persone massimo per gommone. E invece ti ritrovi con altre sessanta, provi a dire che è un rischio, che è troppo pericoloso. Ma poi vedi che il ragazzino che fa domande, che ha paura di morire annegato tra le onde fredde del Mediterraneo, si è appena beccato una pallottola dritto tra gli occhi. E allora taci, e preghi il tuo Dio di essere più fortunato di lui. E baci la terra, e preghi per tutti quelli che partiranno dopo di te”.

Quella di Mubarak è solo una delle centinaia di migliaia di storie di giovani che fuggono in cerca di una possibilità. Come lui, tanti altri, ogni giorno, arrivano ai confini dell’Europa domandando un futuro. Uno qualunque, purché sia di pace. Così come i nostri antenati fecero per fuggire dalla Grande Guerra.foto gigi3_o
Non è stato facile partire. Anche se si è trattato solo di un weekend, a me è sembrata una vita. Quello che vedi, quello che senti, ti resterà dentro per sempre. Non so se li rivedrò mai, ma so che resteranno tutti nel mio cuore. Non solo per le loro storie, ma piuttosto per i loro abbracci.

E quando vi diranno che il tempo è denaro non credeteci. Il tempo è sorrisi, emozioni, ricordi. Perché il sorriso di un ragazzo di quindici anni che non ha più niente al mondo ha davvero un valore inestimabile.

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