Un voto per il cambiamento

«Se non voto, ho votato per il partito del non voto!». cosa accadrebbe se nessuno andasse a votare?

Scritto da Giuseppe Aragno detto Geppino

Con questo slogan gli sconosciuti leader astensionisti diedero inizio alla loro singolare campagna elettorale. Li contrastò immediatamente e con gran decisione il premier uscente, che replicò a muso duro: «il partito del non voto non esiste! Chi non si presenta alle urne perciò non sarà contato tra gli elettori votanti».

Nato dal nulla, alla vigilia delle elezioni, il movimento astensionista cominciò a chiedere con crescente insistenza al partito del voto di calcolare il risultato del non voto tra i voti dati. Il rifiuto del leader uscente, però, risultava logico e inoppugnabile, tanto più che nelle piazze semivuote nessuno oratore parlava a nome di un partito del non voto organizzato. Fu così che molti presero a chiedersi come si sarebbe potuto proclamare un vincitore, se per caso non si fossero contati elettori votanti. Quale che fosse la giusta risposta, chissà perché, più il tempo passava, più la contesa sul voto si accendeva e più la gente cominciava a sentire una terribile puzza di broglio.

Finché durò la stranissima campagna elettorale, il premier uscente tenne banco e in ogni occasione e ripetutamente chiese al popolo un «voto per il cambiamento». Per un caso inspiegabile e strano, gli avversari di ogni altra parte politica presero a chiedere ai cittadini con crescente insistenza di non andare a votare. Poiché da cambiare c’era solo il governo corrotto del Presidente in carica, senza volerlo l’astensione divenne così il simbolo affascinante del disprezzo per la corruzione e il malgoverno.

A complicare le cose, come accade assai spesso, dietro la scelta simbolica, si nascosero ben presto anche interessi poco trasparenti e calcoli decisamente inconfessabili. Tanto per fare un esempio, temendo che il popolo degli sfruttati, in genere astensionista, stavolta potesse votare per ripicca chi da anni prometteva di cambiare il Paese e ora chiedeva di non votare, anche i rappresentanti dei padroni decisero sorprendentemente di schierarsi per l’astensione. Certi di perdere se si fosse votato, giocarono d’azzardo. Senza voti, si dissero infatti, nessuno avrebbe vinto e niente sarebbe cambiato.

Conosciuta la scelta dei partiti padronali, la gente pensò che i topi stessero abbandonando la barca perché evidentemente affondava. Fu così che il crescente sospetto di brogli, nascosti dietro l’invito insistente a votare ripetuto dal leader uscente, si rafforzò enormemente e la gente si convinse che, senza elettori votanti, la vittoria sarebbe andata di certo a chi invitava all’astensione. Giusta o sbagliata, la convinzione si diffuse, crebbe, guadagnò consensi rapidamente giorno dopo giorno, finché non si contarono i voti e si conobbe l’esito della competizione.

Non si muore due volte e perciò Josè Saramago non morì d’invidia per quell’idea sua da romanzo diventata realtà; se n’era andato per sempre prima del risultato elettorale, che non era costato né complicati conteggi, né verifiche attente. Il premier uscente, infatti, aveva vinto rapidamente, perché,a rigor di logica e di legge, il voto chiesto l’aveva avuto. Dai seggi, infatti, il responso delle urne era giunto chiarissimo: tutto il Paese s’era astenuto tranne un elettore, un avente diritto che aveva votato. Poiché si trattava di un solo voto, l’unico espresso in tutto il Paese e un solo elettore, il premier uscente, s’era presentato alle urne di buon mattino, non fu difficile capire che quel voto l’aveva dato a se stesso l’uomo più odiato del Paese: il premier del partito del voto. Con un solo suffragio, egli aveva così sbaragliato lo sterminato campo degli avversari.

La sera il vincitore si presentò alla televisione, che a reti unificate trasmise un suo breve messaggio:

«Forse – dichiarò con aria ipocritamente dispiaciuta – oggi non ha vinto la democrazia, della quale a quanto pare in questo nostro povero Paese nessuno s’interessa. In quanto a me, ciò che ho chiesto ho ottenuto: un voto per il cambiamento. E potete credermi senza ombra di dubbi: stavolta si tratta di un voto che non rientra nella classica tradizione elettorale del Paese: infatti non promette di cambiare tutto, per non cambiare niente».

La conclusione del messaggio fu decisiva. Tra il rischio di nuove pericolosissime elezioni e la certezza d’un capo, forte d’un sol voto, ma pur sempre capo ed evidentemente bisognoso del sostegno dei ceti privilegiati e fino a quel momento dominanti, i padroni non ebbero un attimo di esitazione: richiamandosi al rispetto della legge, chiesero piazze presidiate dai blindati, dalle forze armate e dalla polizia che non avevano votato, ma si schierarono immediatamente col vincitore.

In quanto a lui, il leader riconfermato, non perse tempo e dichiarò con tono dolce e suadente di voler accontentare il suo popolo amato che non voleva votare. Detto fatto, senza perder tempo, quella sera stessa abolì le elezioni. «Il popolo – disse – ha dimostrato chiaramente di non volerle e potete star certi: per nulla al mondo violerò la volontà del mio popolo, che considero sacra».

 

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