Tunisia, quello che non torna

Ma cosa c’è in Tunisia che tanto infastidisce i registi occulti di un “terrorismo” che dovrebbe spiegare tutto e che finisce per spiegare veramente poco?

Poche volte, nei sessanta anni che hanno scandito la sua indipendenza, sulla piccola Tunisia si sono appuntati con tanta evidenza i riflettori dei media internazionali.

Solo nel corso di quest’anno la cronaca ha dovuto raccontare, per ben due volte, di incolpevoli turisti europei falciati dal fuoco stragista del fondamentalismo jihadista in quel paese.

Ieri, il Bardo, il più importante museo della capitale, oggi una spiaggia di sabbia bianca di Sousse nello splendido golfo di Hammamet.

Police officers patrol the beach near the RIU Imperial Marhaba hotel in Sousse, Tunisia, where 38 people lost their lives after a gunman stormed the beach. PRESS ASSOCIATION Photo. Picture date: Friday July 3, 2015. Britain will remember the victims of the Tunisia terror attack with a minute's silence today. See PA story POLICE  Tunisia. Photo credit should read: Steve Parsons/PA Wire Lapresse Only italyAttacco terroristico a Sousse - La situazione dopo l'attentato

Non sfugge nemmeno ai più sprovveduti il valore simbolico dei luoghi scelti dai registi delle stragi e non occorre essere esperti di arcani geopolitici per comprendere che chi ordina di sparare, al netto dell’orrore e della ferocia riversata su persone inermi, ha un solo reale obiettivo: destabilizzare quel paese.

Ma cosa c’è in Tunisia che tanto infastidisce i registi occulti di un “terrorismo” che dovrebbe spiegare tutto e che finisce per spiegare veramente poco?

Qualcuno, si è opportunamente incaricato di osservare che “L’uso del concetto di terrorismo, al di là del suo carattere vago e impreciso, tende a spoliticizzare le analisi ed a rendere impossibile ogni tentativo di comprensione dei problemi sollevati,”

Visti i tempi che ci è dato vivere, dovremmo tenere in maggior conto una simile osservazione, specie nel caso  di alcune verità intermittenti che, come certe lampadine difettose del nostro natale. si illuminano per un istante e poi ripiombano nel buio per un tempo eccessivo.

Ad esempio, una verità intermittente è che, fino ad oggi, sono e sono stati  i paesi musulmani ad essere le principali vittime delle violenze del terrorismo fondamentalista, al di là della percezione che ne abbiamo noi occidentali.

Occorre, infatti, una dose robusta di onestà intellettuale per ammettere che nel bilancio tragico delle migliaia di vittime innocenti di attentati che martirizzano il “grande medio Oriente” dal Pakistan al Sahel, sono musulmani i corpi dilaniati generalmente in mercati affollati e luoghi di preghiera.

Morti che purtroppo, colano via troppo velocemente, dai denti  larghi del pettine della nostra memoria.

La piccola Tunisia, per sua fortuna o sfortuna, è quasi del tutto priva di risorse energetiche, fatta eccezione per alcuni giacimenti di fosfati. La sua principale industria è il turismo, ma la sua vera ricchezza risiede nella vivacità culturale della sua laica società civile che la rende un paese diverso dagli altri nell’area.

La sua storia post coloniale, dal 1956 al 2010, è quasi interamente sintetizzabile nei nomi due unici Presidenti che ne hanno retto le sorti.

radiolisboa_bluHabib Bourghiba, cui si deve l’impronta fortemente laica della neonata Repubblica parlamentare tunisina e Abi din Ben Ali, il generale che depose nel 1987 l’anziano predecessore, instauratore di un regime autoritario, poliziesco e “cleptomane” spazzato via nel dicembre 2010   da una coraggiosa  sollevazione di popolo ribattezzata da titolisti botanici: “rivoluzione dei gelsomini”.

L’esempio della Tunisina, segnò l’apertura di un’ esaltante stagione di rivendicazioni di dignità e diritti di cittadinanza in tutto l’apparentemente immobile mondo medio orientale ormai classificata, nel nostro immaginario recente, sotto la voce: ”primavere arabe”.

A distanza di quattro anni, i risvolti amarissimi di quell’esplosione di libertà che ha rovesciato o fatto vacillare regimi dispotici,  sono leggibili in Siria, Libia, Bahrein ed Egitto.

L’anomalia della Tunisia nel contesto regionale è evidente.

Cinque anni dopo, due elezioni politiche ed una costituzione nuova e condivisa stanno ad indicare che la piccola Tunisia, non senza difficoltà, è  un laboratorio credibile di democrazia avendo improntato la sua “transizione”  alla ricerca di compromesso alto e dialogante tra la componente di un islamismo moderato, incarnato dal partito confessionale di Ennhada, e la variegata rappresentanza politica della parte laica della sua società.

Sarebbe, tuttavia, un errore immaginare che un simile processo non abbia avuto e non abbia ancora i suoi momenti di altissima tensione.

Nel 2012, dopo la vittoria alle prime elezioni parlamentari degli islamisti di Ennahada, non sono mancate tensioni e pressioni dell’ala oltranzista di ispirazione salafita per islamizzare la vita dello Stato e provare a mettere indietro le lancette dell’orologio delle libertà civili e di quelle dell’universo femminile tunisino.

La reazione popolare e di massa agli assassini politici, di due esponenti di spicco della sinistra tunisina, Shoukri Belaid e Mohamed Brahmi avvenuta ad opera di sicari salafiti, componente estremista dell’universo religioso sunnita,  ebbe il non scontato esito di indurre il capo del governo di Ennahada a rassegnare le dimissioni.

E, quali siano i calcoli di convenienza degli attori in gioco, è indubbio che quelle dimissioni abbiano segnato l’inizio di un dialogo non più tra sordi che ha reso possibile l’adozione delle nuova Costituzione e l’indizione di nuove elezioni democratiche nel 2014.

Come rammentavamo, la piccola Tunisia, per sua fortuna o sfortuna, è quasi del tutto priva di risorse energetiche.

Ed è anche per questo un paese che soffre di grandi squilibri tra la costa e l’entroterra.  Lì, dove,  mancanza di lavoro, abbandono scolastico e assenza di prospettive di tanti giovani delle periferie, con l’aggiunta dei traffici illegali lungo la grande e pericolosa frontiera interna con la Libia, costituiscono il brodo di coltura di una predicazione salafita che, alimentata dai sostegni finanziari dei paesi del Golfo, ha gioco facile nell’accreditarsi come rete di sostegno e solidarietà verso gli ultimi.

tunisi 3Non è un caso o qualcosa non torna se dalla democratica Tunisia si calcola siano partiti tra i 5 e settemila giovani, reclutati come carne da macello nella grande mattanza siriana da uno “Stato Islamico” che Stato non è anche se ambisce ad esserlo.

Senza l’estrema emarginazione e deprivazione culturale patita in molte periferie tunisine e in buona parte del Sud est del paese, i salafiti, difficilmente troverebbero orecchie disponibili a dare un senso alla propria disperazione.

Ma se è evidente anche ai ciechi che la piccola Tunisia rappresenti un prezioso laboratorio dove si prova a dimostrare che la democrazia non è inconciliabile con la cultura araba, con buona pace dell’appellabilissima condanna storica di appartenenza al regno del “Dispotismo orientale”, allora, qualcosa non torna davvero, ma nell’atteggiamento dell’occidente.

Che ne è stato di quella specie di piano Marshal, tanto pomposamente annunciato nell’ottobre del 2011 dai capi di stato del G8 a Deaville, in favore di sei paesi arabi, tra cui la Tunisia, considerati allora in “transizione”?

Lasciamo a chi si occupa di economia su questo stesso quotidiano il compito di spiegarcelo.

Perché i prestiti del Fondo Monetario Internazionale, così generosi con il dittatore Ben Ali, sono così avari con la neonata repubblica?

Perché l’occidente, nell’inferno bellico del medio oriente non pensa l’impensabile pur di aiutare la piccola Tunisia a non finirci dentro?

Converrebbe alle ragioni della pace, ai laici, all’islam moderato, all’occidente, all’oriente, al mondo intero e a tutti gli uomini di buona volontà.

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