Totò: Tempi moderni

Sanità: I cambi epocali immaginati da Totò. odore di ragù mescolato a quello del Kebab, e Ciro e Gennaro accanto a Ismail o Alassan, quel W Lauro...

SanitàCamminando nel quartiere che ha dato i natali al Principe… fra quelle stradine, quei bassi citati anche in alcuni testi di Eduardo.

All’epoca, gli unici suoni erano legati al dialetto napoletano o alle canzoni classiche napoletane cantate da Sergio Bruni, Mario Abbate, Mirna Doris.
Gli odori, quelli del ragù lasciato a “pippiare” la sera precedente o degli spaghetti alla “vongola fujuta”. Per strada, scugnizzielli a giocare a pallone o con lo strummolo e le bambine con la corda saltando tra “mela, pera e banana”.

Chissà cosa direbbe oggi il Principe passeggiando in quei stessi vicoli… dove l’odore del ragù si confonde con il riso basmati e spezie… dove il napoletano si fonde insieme al filippino, srilankese, polacco, ucraino, latino americano.

E, oltre a Gennarino, Ciro e Assunta le mamme chiamano Mohammed, Svetlania, Paco. Dove per strada trovi ragazzini con due peli in faccia che giocano agli scippi, allo sfottere le guagliuncelle, a vandalizzare quello che la testa gli suggerisce al momento.

E la musica che si ascolta nelle radio è quella di neo-melodici, tutti uguali, incomprensibili, inascoltabili che, a tratti, assomigliano ai muezzin quando chiamano a raccolta dai minareti i fedeli per le preghiere.

Song e napuleChissà se invierebbe sempre di notte il suo autista ad infilare sotto le porte dei bassi “qualche carta ‘e diecimila lire” in quel suk colorato e multietnico che circonda una delle più belle chiese di Napoli.

Chissà… però, credo che dopo un primo momento di disorientamento, si avvicinerebbe a quei bambini dalla pelle scura e con i grandi occhi neri, a quei bambini biondi che si nascondono dietro i loro papà e quelli più spavaldi che si atteggiano a guappetielli e li incanterebbe con lazzi e frizzi, vestito da Pazzariello come ne “L’oro di Napoli” e se li porterebbe dietro come un novello pifferaio magico.

pasototòIl Principe, è risaputo, era monarchico e non tollerava i “ragazzi di strada” come Ninetto Davoli ma soccombeva a Totò.

Del resto, ripeteva spesso che viveva alle spalle di Totò e che lo sfruttava e mangiava grazie al suo lavoro e quindi avrebbe dovuto cedere alle sue richieste. Avrebbe accettato (forse a malincuore) quei nuovi balli caraibici invece della sua tarantella, le moschee improvvisate, i capodanni cinesi mischiati ai fujenti della Madonna dell’Arco.

L’avrebbe accolti come li ha accolti il suo quartiere multietnico, perché la fame, la disperazione possono capirle solo le persone
che hanno combattuto e combattono con il quotidiano e mai e poi mai si permetterebbero di chiudere la porta a chi ha bisogno di un piatto caldo, di un posto per dormire senza la paura di essere svegliati dalle bombe, di camminare per strada senza doversi guardare le spalle o di perdere una gamba solo perché passato su un terreno minato.

foto_toto_33Solo chi è stato messo a vivere ai margini di questa vita può capire cos’è la disperazione e quindi aprire le braccia ad uno suo fratello o sorella relegati anche loro fuori dalle mura di questo grande stadio che è la vita dove ci sono quelli che giocano, quelli che guardano giocare e quelli che, da fuori, ascoltano soltanto.

Totò, che aveva vissuto sulla propria pelle cosa voleva dire sentirsi emarginati perché figlio di NN, questa disperazione la conosceva bene e per questo divideva il mondo in “uomini e caporali”, derideva gerarchi fascisti e quando si lasciò sfuggire quel famoso “Viva Lauro” davanti ad un interdetto Mario Riva fu solamente perché il Comandante aveva provvisto di case e alimenti gli abitanti dei “bassi” di Napoli e Totò apprezzò solamente il gesto.

Davanti a tutti questi nuovi razzisti che, in pochissimo tempo, hanno fatto diventare legge l’uso delle armi per legittima difesa mostrandogli la carta con l’autorizzazione, avrebbe risposto: “E ci si pulisca il culo!” E come nella sua più famosa poesia, Totò avrebbe preso sotto braccio il Principe e gli avrebbe detto “sti pagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive… nuje simme serie. Appartenimmo ‘a morte”

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