Tonino Taiuti: prova d’attore tra arte, memoria, vita

Alla Sala Assoli, per Napoli Teatro Festival, il debutto de La vita dipinta, un testo di Igor Esposito sulle avanguardie artistiche del Novecento

Scritto da Antonio Grieco

Che Tonino Taiuti sia tra i più bravi attori napoletani e italiani, capace di modulare corpo voce e sguardo in infiniti registri espressivi, è ormai noto ai tanti – studiosi, spettatori, artisti – ancora interessati all’esperienza propria del teatro, a quel modo cioè di essere in scena che porta dentro di sé un vissuto legato alle proprie radici, ma in modo innovativo, rifiutando un’idea della tradizione chiusa in sé stessa, nei suoi stereotipi identitari o nei suoi logori luoghi comuni.

Ma pochi, che in questi anni lo hanno visto interpretare personaggi dei più vari autori contemporanei, sanno della sua grande passione per il jazz e, soprattutto, per la pittura; quest’ultima, una passione che col tempo, e attraverso la frequentazione di artisti come Salvatore Vitagliano ed Enrico Cajati, lo ha portato a sperimentare un autonomo linguaggio artistico (basti osservare, a questo proposito, la sua ultima produzione esposta proprio in questi giorni alla Galleria Serio, a Napoli: una serie di volti enigmatici, surreali, e di variazioni su di un Pulcinella-burattino con le braccia aperte, sospeso nello spazio e nel tempo, che ritorna in forme sempre diverse dando l’idea della Molteplicità e di un’ umanità ai margini che sfugge alla Storia) e, scavando più a fondo, a scorgervi i medesimi, profondi intrecci con certi meccanismi drammaturgici che combinano presenza e assenza, improvvisazione e meditazione sull’arte.

È da qui, a nostro avviso, che bisogna partire per comprendere La vita dipinta, il monologo di Igor Esposito da lui messo in scena (il 28 e 29 giugno) nell’ambito del Napoli Teatro Festival, alla Sala Assoli del Teatro Nuovo.

La sensazione infatti è che la pièce sia quasi un compendio della sua personale storia artistica, una storia che, nel corso degli anni, ha mescolato teatro, arte e musica, e lo ha spinto ad indagare il rapporto tra la nostra tradizione teatrale (Petito, Viviani, Eduardo, soprattutto) e le avanguardie artistiche più estreme del Novecento: un discorso che, in fondo, oggi lo riporta alle origini, quando, col Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller, partecipò a spettacoli – come Don Fausto e Black out – che segnarono una generazione di artisti attori napoletani.

Ora, in La scena dipinta, egli è un artista solo, folle – dice lui stesso in una nota di regia – che racconta il suo vissuto nel mondo dell’arte a contatto con i più grandi artisti del secolo appena trascorso: da Tristan Tzara ad Andrè Breton e Man Ray, da Pablo Picasso ad Andy Warhol.

L’attore entra a passi lenti, nel buio, in una scena spoglia – solo una sedia bianca, l’asta con un microfono, ai lati un piccolo tavolo con un vecchio registratore – sulle suggestive note di Because the night di Patti Smith.

Indossa un pastrano grigio, una lunga sciarpa rossa, a volte degli occhiali scuri; segni evidenti del suo vissuto, perché quella sciarpa rossa e quel consumato soprabito sono stati quasi un emblema, un segno distintivo; il primo, di Enrico Cajati, grande artista ai margini della scena artistica napoletana e dimenticato anche dopo la sua morte, il secondo, del neiwilleriano Teatro dei Mutamenti.

Da questo luogo fuori dal mondo, immaginario, l’artista ha “un chiodo fisso nella mente”: raccontare se stesso, perché le biografie, dice, non sono mai vere. E, allora, chiuso in questo grande buio, che sembra “la mia grande bara” , parla dei suoi amici artisti, dei loro rapporti, dei loro tic, delle loro diverse, spesso contrapposte, visioni artistiche: Tristan Tzara (l’anima del Dadaismo, il più eversivo dei movimenti artistici del Novecento sorto, durante la prima guerra mondiale, a Zurigo) contro Breton e Picasso, Marcel Duchamp, l’inventore del ready made, quasi nascosto nelle sue interminabili e silenziose partite a scacchi, contro tutto e tutti. Li accomuna l’idea di un’arte rivoluzionaria, sottratta al mercato e ad ogni sorta di speculazione. Il rifiuto dell’ordine borghese sarà la parola d’ordine dei dadaisti e di surrealisti, come Breton, Paul Eluard e lo stesso Tzara.

Forse è questo sguardo utopico che trasforma il teatro, la pittura e la poesia, l’immaginazione in tutte le sue espressioni in una necessaria esperienza di resistenza, il nodo che sottende questo spettacolo. Che si fa apprezzare soprattutto per quel suo tratto gentile, minimalista, estraneo a quelle ridondanze, ormai tipiche di tanti eventi postmoderni. Ma a dare potenza espressiva a La vita dipinta è senza alcun dubbio la magistrale interpretazione di Taiuti.

Sul filo dell’ironia e della leggerezza, l’attore napoletano dà corpo e anima a un personaggio fantastico, eppure, nella sua disperazione e solitudine esistenziale, così vero, così vicino alla nostra sensibilità umana. Taiuti riesce a tenere insieme, con grande naturalezza, la gestualità tipica della nostra tradizione teatrale con quella legata ai più radicali movimenti artistici d’avanguardia; procedimenti contaminatori spiazzanti, che ritornano sia in battute e gags, che mescolano italiano, napoletano e francese, che in quei brani musicali che alternano il rock a motivi classici della nostra cultura canora, come lo spendido Segretamente di Sergio Bruni. Alla fine Taiuti, che allarga le braccia sconsolato come il suo Pulcinella esposto non distante da questa storica sala dei Quartieri – sembra, ancora una volta, ricordarci che, per dirla con l’indimenticabile Leo de Berardinis, “Il teatro è l’attore”, e che lui, l’attore, con il suo lavoro appartato, lontano dai rumori di fondo della metropoli, può ancora aiutarci a immaginare altro intrecciando il nostro passato con le ombre del nostro presente.

Convinti e prolungati gli applausi del pubblico in sala, non solo alla maiuscola interpretazione e alla stessa regia di Taiuti, ma anche a Sara Marino per i costumi, a Luca Taiuti per l’assistenza alla regia, a Giovanni Ludeno per lo sguardo Dada, a Marco Vidino per il sound design.

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