TINO DI CAMAINO: “IL GIOTTO DELLA SCULTURA” ALLA CORTE DI NAPOLI

Alla scoperta dei capolavori dell’arte italiana fra le chiese di Napoli

Tino di Camaino, definito da Vittorio Sgarbi “Giotto della scultura”, a Napoli ha lasciato ampie tracce del suo genio. I suoi più grandi capolavori sono custoditi entro le chiese più importanti della città, attraverso le quali si districa la nostra visita alla scoperta del massimo scultore del Trecento.

La prima opera napoletana di Tino si trova nella antica basilica di San Lorenzo Maggiore, fatta ricostruire a partire dal 1270 – 75 da Carlo I, fondatore della dinastia angioina a Napoli, diventata nel frattempo capitale del Regno al posto di Palermo.

Nell’area del presbiterio, sotto la prima arcata del deambulatorio, si colloca il monumento funerario di Caterina d’Austria, prima moglie di Carlo di Calabria, figlio di re Roberto, morta nel 1323; con esso Tino importa nel Meridione il suo originale stile gotico, caratterizzato dall’eleganza sinuosa delle linee e da saldezza formale.

Il sepolcro è caratterizzato dal baldacchino su colonne tortili e dalla cassa sorretta da cariatidi; vistosi inserti di tessere colorate a mosaico conferiscono al monumento un gusto più prezioso, segno della cultura francesizzante che lo scultore respirava presso la raffinata corte di Napoli.

L’accento cortese in Tino era stato mediato, tra l’altro, da un suo concittadino, il famosissimo pittore Simone Martini, che nel 1317, nominato cavaliere da Roberto, aveva eseguito la tavola dipinta con San Ludovico da Tolosa,fratello del re, un tempo anch’essa in San Lorenzo.

Nel 1323 venne a mancare anche Maria d’Ungheria, madre di Roberto e di Ludovico che, per indossare gli abiti francescani, aveva rinunciato al trono di Napoli.

La regina ebbe degna sepoltura nel monumento, opera di Tino di Camaino, collocato nella chiesa di S. Maria Donnaregina, fatta ricostruire per sua volontà assieme al convento dove passò gli ultimi anni di vita.

La tomba mostra uno straordinario equilibrio tra architettura e scultura e un nuovo uso di ritmi vivaci che animano le sculture tipicamente slargate, e di preziosismi cromatici ottenuti anche con la diretta stesura di colore sul marmo.

Il monumento, racchiuso da un’edicola gotica, è sorretto da quattro Virtù su cui poggia il sarcofago della regina. Sulla fronte della cassa è svolto il tema familiare e dinastico: Tino raffigura i figli della defunta, tra i quali spicca al centro San Ludovico col saio e la mitra, ai suoi lati Robertoe Carlo Martello re d’Ungheria.

La camera funebre, che accoglie la statua distesa della regina e due personaggi che reggono il secchiello per l’incenso e l’acqua santa, è sormontata da una Madonna con il Bambino e da due angeli inginocchiati. Il senso ascensionale del complesso è accentuato dalla posizione diagonale degli angeli, rivolti verso la Vergine che riceve da uno di essi il modellino della chiesa di Donnaregina.

Intanto, la presenza di Giotto a Napoli (1328-1333), attivo a Santa Chiara e nella reggia di Catelnuovo, segna profondamente la poetica figurativa di Tino, il quale trasferisce sulla pietra le innovazioni della pittura contemporanea.

Emblematico è il San Giovanni Evangelista,rilievo marmoreo proveniente da collezione privata ed esposto fino all’estate scorsa nella mostra “I Tesori Nascosti” curata da Sgarbi, presso la basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta.

Il manufatto, in origine, doveva comparire sulla fronte o sullo sfondo di un sarcofago di un contesto monumentale, oggi non più esistente, come suggerisce la stessa drammatica immagine di San Giovanni.

La volumetria salda e la compattezza della sagoma appaiono sferzate dal linearismo dei panneggi, che si infittiscono in creste più rigide nel mezzo per enfatizzare i nervosi movimenti del busto. Le mani, strette l’una contro l’altra sul petto, acuiscono la forte espressività della figura assieme al volto contratto dal dolore.

Un parallelo si può ammirare nel Monumento funebre per Carlo di Calabria nella basilica di Santa Chiara, eseguito da Tino e la sua bottega tra il 1329 e il 1333: il gruppo dei dolenti scolpito sul fondo del vano in cui è riposto il sarcofago presenta i tratti caricati, le corporature quasi schiacciate, l’espressività gestuale che troviamo nel rilievo con San Giovanni. La dilatazione plastica e la maggiore monumentalità del linguaggio giottesco sono tradotti da Tino in immagini scolpite; del resto le sue scultureavevano sempre mantenuto un dialogo serrato con la pittura coeva, ormai considerata prima fra le arti.

Il più grande scultore e architetto dell’epoca fu invitato personalmente dal monarca napoletano per arricchire il panorama artistico e urbanistico della nuova capitale, ma dalla nostra città Tino seppe trarre una varietà di stimoli che lo innalzarono tra i grandi dell’arte.

La sua inestimabile eredità veglia dall’alto sul cuore di Napoli:sulla lunetta centrale del portale del Duomo, la Madonna con il Bambino, viva in tutta la sua fisicità e nobile al pari di una regina, contempla da secoli la città straniera che fece di Tino da Siena il vanto dell’Italia intera. Molto prima dell’unità italiana, nel XIV secolo, un unico linguaggio figurativo sembrò unificare il Nord e il Sud.

 

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