Tà-kài-Tà, Moscato e lo spettro di Eduardo

Pubblicato Tà - kài -Tà (Eduardo per Eduardo) di Enzo Moscato, a cura di Antonia Lezza ; viaggio immaginario sulla vita e le opere di un grande maestro del nostro teatro

Scritto da Antonio Grieco

Scrivere, mettere in scena testi anche se su piattaforme virtuali, ripensare il legame col nostro passato – come molti attori, artisti, musicisti, registi e scrittori di teatro continuano a fare nel buio di questa tremenda emergenza pandemica – si sta sempre più trasformando in uno straordinario atto di resistenza culturale (di cui le istituzioni non sembrano affatto coglierne l’immenso valore), che ci dà la conferma dell’imprescindibile ruolo della cultura, del teatro e di ogni espressione creativa, per rifondare su basi nuove le nostre comunità. E’ in tal senso, nella volontà  cioè di non abbandonare pur in un momento così difficile il territorio della sperimentazione artistica, che abbiamo inteso anche la recente pubblicazione di Tà-kài-Tà (Editoria & Spettacolo), uno splendido, anticonvenzionale testo teatrale di Enzo Moscato (a cura di Antonia Lezza) dedicato a Eduardo, che se pur in forma diversa riprende il testo copione per l’omonimo spettacolo andato in scena  nel 2012  con lo stesso autore e Isa Danieli.

Il lavoro sembra riannodare un po’ tutti i fili della poetica di Moscato, ma con una scrittura in cui predominante è l’interrogazione sul teatro, una riflessione sull’arte della finzione a partire dallo sguardo di un grande maestro. In questo “periplo immaginario”, lo spettro di Eduardo – che si sdoppia in E1 ed in E2 ed è attorniato da Giovani Spiriti, dall’apparizione della figura femminile di Carbonio14 e da Devota Attrice – ritorna tra noi e ci parla della sua vita, ed anche di una drammaturgia in parte mutuata da suo padre Eduardo Scarpetta, che sin da bambino lo costringeva a copiare “commedie brutte, commedie buone, commedie false, che non corrispondevano alle mie idee…”.

A pensarci bene, è forse da questo sofferto pensiero critico sul teatro paterno che nasce il “Teatro di Eduardo”, quell’ansia di innovare la tradizione senza recidere i legami con la propria storia. Tà-kài-Tà (“questo e quello”, in greco antico) – che riprende il titolo dal film che Pasolini, prima del suo assassinio, si apprestava a realizzare sulla vita di San Paolo con la partecipazione dello stesso Eduardo – scrive Lezza nell’illuminante saggio introduttivo al volume – è un sogno, una visione, che parte proprio “dal valore semiotico che la morte del poeta sta a significare: morte della libertà di espressione, morte dell’anima!”.

Anche quest’ultimo testo moscatiano si presenta come un inquieto, ininterrotto e frammentario flusso di ricordi, sensazioni, confessioni, ma diversamente da altri lavori, la memoria appare qui intrinsecamente legata al vissuto artistico e umano del grande attore napoletano; un’esperienza che l’autore di Rasoi Compleanno  non ha mai smesso di osservare in modo disincantato: e in qualche modo di “tradire”, perché convinto che solo tradendola sia possibile renderla viva, attuale. Partire da quella voce che “abbiamo amato”, per Moscato sembrava un appuntamento ineludibile della sua vita d’artista, probabilmente sia perché in Eduardo totale è stata l’identificazione con il teatro (“la mia vera casa è il palcoscenico”, dirà uno dei Giovani Spiriti), sia perché agli occhi di una nuova generazione teatrale, la sua figura, nel bene e nel male, ha rappresentato la tradizione vivente, quella che racchiude in sé memoria, codici espressivi e possibilità innovative.

Ma imitarlo o metterlo in scena in modo ingenuo e acritico come talvolta è accaduto, è come cancellarne definitivamente lo spirito, sino a farne “un cadavere”, ha osservato Moscato in un suo articolo ripreso nell’introduzione. Ecco, allora, che se consideriamo la vitalità di questo incontro- scontro con la tradizione – la cui luce, osservò Theodor Adorno, ci aiuta a capire “cosa  regge e cosa no nel presente” – il fantasma di Eduardo ci appare non molto lontano da uno spettro scespiriano che ritorna per ammonirci  sul senso vero dell’arte scenica: soprattutto per ricordarci che il teatro non è artificio ma ricerca della verità, sofferenza, dolore, come quello della perdita della sua figlioletta Luisella che non lo ha abbandonato un solo giorno della sua vita.

Di questo gelo, dentro e fuori la scena, lo spettro E1 -“sparuto con un braccio su un ginocchio e una mano sulla fronte, al momento rivolta verso terra” –  nel dialetto “reinventato” e straordinariamente espressivo di Moscato, ci dà la misura sin dalle prime battute: “Marò che friddo! Che friddo! Me para ‘a Siberia, ‘o Polo Nord! Che friddo!”, dove è evidente che qui il freddo di Eduardo è un freddo metaforico, che se da un lato allude alla sua solitudine, al suo drammatico “moltiplicarsi” ogni sera sul palcoscenico, dall’altro rinvia alla sua non pacificata relazione col mondo esterno: “Alla base del mio teatro –  dirà Achille, uno dei Giovani Spiriti – c’è sempre conflitto tra individuo e società”.

E qui, in un questo rituale che tra realtà e sogno, tra vita e morte, evoca insanabili conflitti moderni, Moscato, sin dall’inizio, rende omaggio anche a Pasolini e, come osserva Lezza, alla sua voglia di raccontare e di descrivere la realtà con durezza, soprattutto con la libertà di espressione e coerenza. Oltre a “l’uomo buono, l’usignolo friulano assassinato”, in Tà-kài-Tà si incontrano altri artisti “irregolari” di epoche diverse: Byron, Ruccello, Majakovskij, Cocteau, lo stesso Pirandello, che con “I sei personaggi” aveva spinto Eduardo ad abbandonare un teatro di pura evasione: “impossibile condinuare a far ridere la gente… quando l’arte drammatica raggiungeva quella potenza e quella originalità, d’idee e di espressioni”. Questi sguardi diversi in dialogo col fantasma di Eduardo e con altri “Ritornanti”, sono parte essenziale di un complesso discorso di Moscato sulle nostre radici culturali; una ricerca in cui “la progressione della scrittura”, nell’alternanza di luce e buio, e in un dinamico rapporto tradizione avanguardia, tende sempre a farsi corpo, invenzione letteraria, spazio della memoria che ci avvicina al mistero del teatro e della vita.

Al di là dell’inedito, poetico attraversamento della vita di Eduardo, Tà-kài-Tà soprende per l’assoluta  modernità del linguaggio e di una struttura drammaturgica non lineare (“spezzata di continuo a favore dell’inter-sezionalità”), al tempo stesso metateatrale, coinvolgente e visionaria, che conferma Moscato tra i maggiori e più originali autori del nostro teatro

 

Un commento

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  • Marisa Crudele Borgia
    1 febbraio 2021 at 20:30 - Reply

    Antonio Grieco,in questo suo scritto, mette in evidenza, molto egregiamente,che il testo,sia pur virtuale,di Moscati è strettamente legato al vissuto umano e artistico del grande Eduardo,uno dei più importanti autori teatrali del Novecento. Drammaturgo,attore,regista,sceneggiatore e poeta, la cui produzione artistica è stata
    condizionata dalla morte mai metabolizzata e dimenticata di sua figlia Luisella.