STORIA DELL’ALCHIMIA, O ARTE DELLA CONTRAFFAZIONE

Tecniche artistiche e pratiche occulte dal Medioevo al Principe di Sansevero

Fra le tappe obbligatorie di un tour napoletano non può di certo mancare la visita alla Cappella Sansevero. Si tratta del museo più visitato a livello regionale, imperdibile sia per i capolavori artistici (in primis il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino) sia per le affascinanti e macabre macchine anatomiche (due corpi scarnificati di cui si può vedere l’intero sistema circolatorio).

Raimondo di Sangro principe di Sansevero, ideatore dell’apparato artistico settecentesco della cappella, è passato alla storia, infatti, per essere stato anche un noto alchimista.

«Fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene

Lo affermò Benedetto Croce (Scritti di storia letteraria e politica), riportando la vecchia leggenda che faceva di Raimondo l’artefice della segreta pratica di conservazione di tessuti viventi.

Per quanto affascinante, dispiace ammettere che è davvero solo una leggenda: al di fuori degli scheletri che risultano essere autentici, i vasi sanguigni sono solamente delle ricostruzioni effettuate con materiali disparati, tra cui coloranti, cera e fil di ferro. Comunque il principe si servì di conoscenze alchemiche fondate sul concetto di imitazione della natura, la stessa mimesis posta al centro dagli antichi della concezione della tecnica artistica.

È qui che arte ed alchimia si confondono; è nella tarda antichità, e poi nel Medioevo, che la storia della disciplina alchemica si lega alla letteratura delle tecniche artistiche, definita come “la parte più interessante di ciò che possiamo chiamare letteratura artistica del Medio Evo”.

Questi scritti sulla tradizione antica della tecnica – veri e propri ricettari con informazioni sui pigmenti, coloranti e leganti e sulla pittura, miniatura, lavorazione di vetro, pietre e metalli –  furono trascritti per tutto il Medioevo per scongiurare la perdita della sapienza pratica del passato, ma parallelamente, per l’allargamento del mercato e le difficoltà di approvvigionamento di materiali preziosi, si rese necessario l’uso di materiali surrogati facilmente rimediabili e meno pregiati.

A partire dal Tardoantico, le ricette comprendono, in sostituzione dei colori di qualità, composti di coloranti di bassa lega; la porpora, il più pregiato pigmento in età classica, l’indaco e il blu egiziano svaniscono dalla tavolozza medievale.

Così l’abbandono delle cave per la scarsità di manodopera, il venir meno di materiali preziosi e di qualità sembrano giustificare la fusione fra arte medievale ed alchimia; i procedimenti alchemici di imitazione, di trasmutazione, lontani dal mero intento di falsificazione e di contraffazione, si mescolano alle conoscenze tecnologiche precedenti e le attualizzano mediante il rimpiazzo di materiali più accessibili.

Moltissimi artisti coinvolti nella lavorazione dei metalli, a cominciare dagli orefici, si interessano, infatti, di queste pratiche misteriose: il cosiddetto oro spagnolo si sarebbe preparato, secondo una ricetta alquanto fantastica, con rame rosso, sangue umano, aceto e polvere di basilisco.

I ricettari tecnologici tramandati dall’antichità al Medioevo, dunque, costituiscono il mezzo attraverso il quale l’artigianato si fece alchimia. Quest’ultima, a sua volta, ha aperto la strada alle scienze naturali, attraverso i secoli medievali, verso l’età moderna.

L’alchimia, madre della chimica, unione di mistica e pratica, affonda le sue radici ancora più indietro nella storia, fino a perdersi nella segretezza.

Nata nel II d.C., debitrice della speculazione neoplatonica, inizialmente deve lo sviluppo delle sue tecniche a medici ed artigiani; dopo le conquiste di Alessandro Magno e l’apporto delle tradizioni orientali nella cultura ellenistica, le opere alchemiche giungono alla civiltà greca dove godono di enorme successo, anche in relazione alle aspirazioni di salvezza e purezza, tanto sentite nella tardoantichità.

Gli elementi fondamentali della disciplina sono trasmessi, poi, dai filosofi greci agli Arabi. Nei testi tradotti in arabo alcuni termini, usati per le medicine e gli elementi, provengono non solo dalla Grecia, ma anche dalla Persia.

Nell’Alto Medioevo lo sviluppo dell’alchimia si deve anche al mondo persiano, dove sono state individuate presumibilmente anche le origini dell’arte dello smalto. Questa tecnica, una delle meglio praticate nei secoli di mezzo, si fonda, appunto, sul principio di imitazione e contraffazione di materiali più nobili.

Ancora una volta il Medioevo si sveste dell’abito scuro del pregiudizio, mostrando le sue colorate sfaccettature: proprio nei presunti secoli bui l’incontro fra industria, dottrine filosofiche e aspirazioni mistiche diede vivace impulso all’alchimia, disciplina letteralmente favolosa, da un lato pseudoscienza, ma meravigliosamente ai limiti della realtà

Un commento

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  • Vasued
    12 settembre 2017 at 10:43 - Reply

    Interessante il passaggio da alchimia sperimentale a scienza