Sorveglianza e libertà

Telecamere, intercettazioni, pedinamenti: siamo liberi o sorvegliati inconsapevoli?

Fino a che punto si può perdere una parte di diritti e di privacy delegando la sorveglianza e i controlli a garantire libertà per avere più sicurezza? Siamo disposti a rinunciare ad alcuni dei principi civili fondanti del nostro vivere sociale in nome della difesa dal terrorismo?

Dopo l’11 settembre, negli Stati Uniti fu varato il Patriot Act, che ha tra l’altro permesso ai servizi segreti intercettazioni telefoniche e controlli del traffico Internet senza mandato della magistratura; solo lo scandalo Nsa svelato da Edward Snowden ha poi rivelato le dimensioni gigantesche della sorveglianza di massa. Comunque in Europa nessun governo mette in dubbio l’assioma da cui prenderebbero legittimità tutti i provvedimenti, quali che essi siano: cioè il baratto tra una fetta più o meno grande di libertà, di principi e di privacy per avere più sicurezza. In discussione è solo la quantità della fetta, non il postulato in sé.

Il matematico e docente universitario inglese Ray Corrigan ha pubblicato sul settimanale “The New Scientist” un articolo (Mass surveillance not effective for finding terrorists) secondo il quale anche da un punto di vista statistico è difficilissimo che la sorveglianza di massa produca risultati apprezzabili: al contrario, secondo Corrigan rischia di produrre una quantità di “falsi positivi” ulteriormente depistanti ed è uno spreco di risorse economico-umane che si potrebbero usare molto meglio in attività mirate. La stessa tesi è sostenuta da Floyd Rudmin, psicosemiologo statunitense che insegna all’università di Tromsø in Norvegia, in un testo dal titolo già chiaro: “Perché la Nsa si impegna nella sorveglianza di massa, quando è statisticamente impossibile che questo tipo di spionaggio scopra dei terroristi?”. Lo stesso gruppo di esperti nominato da Obama sullo spionaggio e le comunicazioni elettroniche, il cosiddetto President’s Review Group, ha sfornato un rapporto di 300 pagine intitolato “Libertà e sicurezza nel mondo che cambia” con 46 raccomandazioni per riformare l’intelligence Usa: tra le indicazioni più assertive e sorprendenti, quella secondo la quale è del tutto inutile la politica delle intercettazioni di massa, i cui budget sarebbero sostanzialmente soldi buttati.

Tra esigenze di sicurezza e diritto alla privacy, la tutela della sfera personale dei cittadini si trova troppo spesso a essere messa in discussione, come si trattasse di un diritto di serie b, sacrificabile nell’interesse della salvaguardia dei cittadini stessi. Un ragionamento perverso che, nella sua declinazione più estrema, si traduce nella svalutazione della privacy all’insegna del “se non hai niente da nascondere non hai niente da temere”. La pervasività di questi meccanismi e la difficoltà di controllare chi ci controlla rendono difficile una battaglia a difesa delle libertà fondamentali. Una soluzione per compensare questo squilibrio è la crittografia anche se già serpeggiano proposte per renderla fuorilegge. “Dobbiamo pensare a come rafforzare i nostri diritti su internet” ha spiegato Snowden. “Si deve competere con i governi. Il giornalismo è un’arma fondamentale ma dobbiamo anche fare un’affermazione politica: dire che vogliamo vivere liberamente”.

È proprio una presa di coscienza globale quella che sembra mancare nell’opinione pubblica mondiale. L’invisibilità di questo pervasivo sistema di controllo ci porta ad accettare gravi violazioni dei nostri diritti che, se fossero più manifeste, avrebbero messo in discussione il rapporto stesso con le istituzioni. La mancanza di dibattito sul tema, soprattutto in un paese come l’Italia, affatto estranea alle problematiche del datagate, dovrebbe far suonare più forte il campanello di allarme. Quando il controllo assume sfaccettature così complesse e si insinua silenziosamente in tutti gli ambiti delle nostre vite, diventa necessario metterne in discussione il ruolo: capire se tra le libertà cui siamo disposti a rinunciare c’è anche quella di non essere incessantemente controllati.

La buona notizia è che il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la ‘Risoluzione Moraes’ sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’Unione. La risoluzione svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l’invito, rivolto agli Stati membri dell’UE, a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e ad evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi, riconoscendo il suo statuto di informatore (whistleblower) e di difensore internazionale dei diritti fondamentali.

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