Social business: una valida soluzione per l’economia europea?

La Commissione Europea lo ha definito come il modello da seguire per il rilancio dell’economia sociale del vecchio continente. Eppure le riforme legislative appaiono insufficienti e solo pochi paesi hanno intrapreso azioni virtuose in questa direzione. E l’Italia è uno di quei pochi

di Luigi Scuotto

Nella sua ultima revisione, il Financial Times ha nominato il Prof. Muhammed Yunus tra i 50 pionieri di business di tutti i tempi. Il Nobel per la Pace del 2006 ha creato, all’inizio degli ani 80, un modello di microcredito – e la relativa idea di business sociale – in Bangladesh.

La definizione di “impresa sociale” non è comunemente condiviso, ma può essere descritta come qualsiasi attività privata il cui obiettivo principale è quello di avere un impatto sociale, piuttosto che la massimizzazione del profitto, portando la soluzione ai problemi di esclusione sociale e disoccupazione.

barrosoNel 2014, l’ex presidente della Commissione europea Barroso, ha dichiarato come “il business sociale può essere davvero un alternativa importante per il cambiamento. Per offrire i migliori risultati per il bene comune. Per dimostrare che è possibile fare le cose in modo più responsabile e più equamente, pur restando competitivi sul mercato. E può diventare un vero e proprio motore di crescita nell’UE. L’Europa deve essere non solo essere parte di questi cambiamenti. L’Europa dovrebbe guidare il cambiamento“.

Finora, le istituzioni europee hanno adottato alcune misure per farlo diventare una vera e propria alternativa al modello attuale (capitalista). Nel 2011, “l’ Iniziativa per l’imprenditoria sociale” dell’UE è stata avviata, con l’obiettivo di migliorare l’accesso ai finanziamenti, per dare maggiore visibilità alle imprese sociali e per semplificare il contesto normativo. In questi ultimi anni, denaro pubblico europeo è stato reso disponibile (€ 85 milioni per il periodo 2014-2020), attraverso un più facile accesso ai fondi, al microcredito e al finanziamento pubblico. Una piattaforma on-line e un programma di formazione sono stati creati, al fine di aiutare gli imprenditori ad acquisire le competenze necessarie e a condividere le conoscenze. L’idea è quella di coinvolgere la società civile con le PMI per aumentare l’impatto sociale e per aiutare lo sviluppo di una soluzione efficace per l’occupazione e la rete d’impresa.

Eppure, ad oggi, ventuno paesi europei su ventinove non hanno ancora un quadro specifico in atto per incoraggiare e sostenere lo sviluppo delle imprese sociali (anche se sette ne stanno attualmente creando uno). Una mappatura effettuata dalla Commissione ha evidenziato come il numero di imprese sociali rispetto al numero di “imprese mainstream” è inferiore all’1% della popolazione aziendale (inter)nazionale. Una gran parte del reddito di queste imprese proviene ancora dal settore pubblico, da sussidi governativi e sovvenzioni, donatori privati ​​o contributi non monetari come il volontariato.

socialbannerL’Italia è uno dei primi paesi ad aver adattato il proprio quadro legislativo, portando alla nascita di Make a Change, un movimento per la promozione del business sociale. Nato nel 2009 come Associazione senza scopo di lucro, oggi è una realtà ben più importante nel panorama economico italiano. Oltre ad occuparsi di sensibilizzare sui temi della responsabilità sociale delle imprese presso università e business communities, gestisce anche “Il più bel lavoro del mondo”, il primo concorso nazionale per imprenditori sociali, ed è responsabile dell’aggiornamento dell’osservatorio sull’imprenditoria italiana.

Ad oggi, il social business non è sicuramente il modello di punta della nostra economia, ma sta certamente guadagnando consenso e terreno e può davvero guidare il cambiamento dello sviluppo futuro.

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