Servillo, Jouvet, e il teatro come sentimento e rivelazione del Sé

 Al Bellini, notevole prova di Toni Servillo con “Elvira Jouvet40”,  un testo di Brigitte Jaques dalle lezioni di Louis Jouvet

Scritto da Antonio Grieco

Questo pezzo è stato scritto precedentemente le polemiche vissute all’interno del Teatro Bellini nel giorno che Servillo allontanò una spettatrice, rea di disturbare lo spettacolo. trattandosi di una recensione, di tutto quanto scritto non sarebbe cambiata una virgola. (A.G)

Da tempo la ricerca di Toni Servillo si svolge nel segno del comportamento attoriale, dando la sensazione che il repertorio teatrale – sia classico che di tradizione – costituisca per lui un ineludibile territorio di riferimento per interrogare l’arte dell’attore, a partire dal corpo in scena e dallo scavo del mondo interiore del personaggio.

Forse il momento più esemplare di questa sua intensa sperimentazione, è stato, qualche anno fa, la lettura, nel buio, di un visionario testo poetico di Antonio Neiwiller, “Per un teatro clandestino” (1993), in una delle stanze dell’Archivio Storico del Banco di Napoli; qui, tra le immagini di Antonio Biasiucci che scorrevano sui faldoni accostati alle pareti, una luce radente sfiorava appena il suo volto; poi solo ombre, figure invisibili, gli occhi serrati dei migranti, il suo corpo assente; si udiva appena l’eco della sua voce sommessa, lontana, che ci invitava a immaginare un altrove anche tra le macerie di una umanità dilaniata.

Quel suo sottrarsi allo sguardo per evocare l’immaginario di un indimenticabile amico, sembrò, oltre che un gesto di grande sensibilità umana e artistica, anche un chiaro discorso sul teatro inteso, ancora una volta, a ridare dignità e centralità all’attore.

Così, non ci ha sorpreso la scelta di mettere in scena, nel 2016, con la sua interpretazione e regia, “Elvira. (Elvira Jouvet 40)”, il testo di Brigitte Jaques (con la traduzione di Giuseppe Montesano) tratto da “Molière e la commedia classica”, le sette lezioni che Louis Jouvet diede, nel 1940, nel Conservatorio d’ Arte Drammatica di Parigi, alla sua giovane allieva Claudia, con l’intenzione di indagare il personaggio di Donna Elvira – quarto atto, scena sesta – del “Don Giovanni.

Lo spettacolo (una coproduzione Teatri Uniti-Piccolo) – che è ritornato quest’anno al Teatro Bellini (dal 9 al 20 gennaio) dopo una tournée internazionale di grande successo – è incentrato sul rapporto maieutico tra maestro e allieva, e tiene insieme due elementi cardini della investigazione del grande attore, regista e teorico del teatro francese: l’idea di un lavoro drammaturgico legato inscindibilmente alla disciplina, al rigore, al controllo assoluto in scena del proprio corpo e dei propri mezzi espressivi, e l’interrogazione sul senso stesso della finzione, sul suo legame con la vita e con la tradizione, “con un linguaggio che si sedimenta nella memoria e si stratifica nel corpo stesso dell’attore “.

Altro punto essenziale di Jouvet in queste lezioni su Elvira –  messe in scena, nel 1986, anche da Strehler con Giulia Lazzarini – è l’idea che nell’attore il sentimento e l’intimità col personaggio siano conseguenza della pratica attoriale e della materialità stessa dell’azione scenica.

Il teatro,  ci ricorda Jouvet, come la vita muore e rinasce ogni sera e il vero attore deve riuscire, di volta in volta, a trascinare il pubblico in questa follia immaginativa. Ma probabilmente l’eroina molieriana su cui si concentra l’attenzione del maestro francese, allude anche ad altro: soprattutto all’inganno e alla violenza del potere dentro la Storia; e lei, che con la sua tenerezza sino all’ultimo vuol salvare il suo amato don Giovanni dall’abiezione in cui è precipitato (“vi chiedo soltanto di correggere la vostra vita e di evitare di perdervi”), in fondo finisce col mutarsi quasi  in un simbolo: simbolo oltre che di purezzza celestiale anche di quella diversità che il potere – per usare le parole  di Cesare Garboli – vuol sedurre, conquistare, per “portarvi il saccheggio e la strage”.

Dall’inizio alla fine, una sotterranea tensione autoriflessiva del teatro accompagna l’incontro scontro tra Jouvet (Servillo) e la sua giovane allieva Claudia (Petra Valentini), che prova – frastornata dal piglio perentorio del regista  – a dar corpo e voce alla fragilità di Elvira; nell’azione    l’attrice è affiancata da altri due giovani allievi, Francesco Marino e Davide Cirri, rispettivamente Octave/Don Giovanni e Léon/Sganarello. In una scena disadorna – solo una piccola scrivania, un lume e un copione abbandonato sul pavimento –  spostandosi continuamente dal palcoscenico alla platea, tra gli spettatori, il maestro invita Claudia a concentrarsi su un nodo per lui ineludibile.

La recitazione, che è l’arte di smuovere la propria sensibilità, deve trasmettere emozione, evocare il flusso dei sentimenti, commuovere chi ascolta; e, per dare credibilità al suo personaggio, è necessario che lei abbandoni la maschera ed entri in scena con inconscienza, mostrando quella parte di sè  più intima e vera.

 Jouvet giunge a questa prova quando Parigi è sotto attacco dei nazisti, prima della sua definitiva capitolazione avvenuta nel giugno del 1940; di questa immane tragedia ci giungono dalla radio l’eco di quei mostri (mostri che purtroppo non sono mai stati del tutto sconfitti) che condurranno, come ci ricorda nel finale la didascalia proiettata su uno schermo, Claudia, ebrea, a finire i suoi giorni in un campo di concentramento, e lo stesso Jouvet all’esilio.

Crediamo qui sia giusto ricordare che il regista francese quando esplora il personaggio di Elvira, ha abbandonato da  anni il sodalizio con Jacques Copeau al “Vieux Colombier”; un piccolo teatro che agli inizi del secolo si impose al pubblico e alla critica per lo stile antiaccademico dei suoi giovani attori. Copeau, tra i primi innovatori della scena contemporanea, trasferì a Jouvet e ai suoi sodali sia l’idea di dar vita a un teatro comunità capace di indagare criticamente i testi classici (soprattutto quelli francesi), che la necessità di sperimentare una drammaturgia in grado di andare oltre gli stereotipi teatrali dell’Ottocento. Chiamò, ispirandosi all’immaginario infantile, “gioco naturale” quel processo di formazione che usa l’improvvisazione per rompere la rigida struttura performativa. Jouvet lo seguì su questa strada e anche quando si allontanò da lui non dimenticò mai il suo insegnamento, convinto che soltanto interrogando il testo e intervenendo nel suo sistema rigido attraverso l’improvvisazione (ma diversamente dal maestro al solo scopo di accrescere la sensibilità interpretativa dell’attore), si possa pervenire alla rinascita del teatro.

E’ il punto decisivo della sua teoria e pratica attoriale, perché – come ha osservato Stefano De Matteis in “Elogio del disordine”, il volume (a sua cura) che raccoglie una parte signific,ativa dei contributi teorici del maestro francese – egli “usa il testo per esprimere il nascosto, il risvolto, la molteplicità delle sensazioni e dei sentimenti”.

Della tensione ad andare oltre il visibile mostrando “il non detto”, si riconoscono tracce proprio in queste lezioni, in particolare nei momenti in cui Jouvet/Servillo chiede a Claudia/Valentini che la recitazione riveli con naturalezza tutta la sua soggettività e interiorità e, nello stesso tempo, scivoli come un flusso (“Bisogna che sia tutto un flusso, se poi fai delle pause, tagli il sentimento”); aggiungendo che in “una esecuzione senza ostacoli, senza sforzo, il teatro non passa”. Indicazioni preziose che in qualche modo ci spingono a pensare che una nascosta relazione dialettica tra invenzione e coscienza sia in qualche modo presente nel lavoro dell’acteur (cioè di “colui che, secondo Jouvet, entra nel personaggio secondo la sua personalità”), come in quello del comédien (l’attore in grado di interpretare “tutti i ruoli con la stessa potenza”); un duplice sguardo sull’agire attorico che nello scorso secolo ha consentito all’attore di ritrovare se stesso, e a drammaturgie di segno diverso di rigenerarsi “dall’interno”, intercettando quei sentieri invisibili che mettono in comunicazione l’arte e la vita.

Servillo dà di Jouvet una interpretazione impressionistica; una recitazione dal ritmo incalzante e dalle continue variazioni di tono e di colore; convincente anche la sua idea di aprire lo spazio scenico alla platea, per più ravvicinato, intimo e coinvolgente rapporto con gli spettatori; una ulteriore dimostrazione di quanto per l’attore napoletano il teatro sia soprattutto “riscrittura”, meditazione sul teatro mentre concretamente si opera nel teatro; bravi anche i giovani Francesco Marino e Davide Cirri; e soprattutto Petra Valentini che ha interpretato – come nella spettrale e simbolica scena della “donna velata” – con notevole vigore espressivo un personaggio complesso, a tratti enigmatico e misterioso; i costumi sono di Ortensia De Francesco; le luci di Pasquale Mari; il suono di Daghi Rondanini; aiuto alla regia Costanza Boccardi. Prolungati e convinti gli applausi del pubblico.

 

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  • Marisa Crudele
    28 gennaio 2019 at 11:42 - Reply

    Leggo sempre con piacere gli scritti di Antonio Grieco perché, in modo puntuale e attento, aggiunge sempre qualcosa alle mie conoscenze. Via via, mi arricchisce.

  • Salvatore vita
    30 gennaio 2019 at 15:07 - Reply

    Bravo Antonio, con i tuoi scritti lo spettacolo c’è lo fai vedere

  • Mario Prisco
    31 gennaio 2019 at 11:10 - Reply

    Un articolo molto importante sul senso e la grande magia del teatro di cui l’attore è uno dei protagonisti. Antonio grieco ci porta con mano sicura alla riscoperta di questo mondo. Un “pezzo” da conservare e rileggere.