Scampia avamposto di artigianato digitale

Riparare un antico mandolino con una stampante 3D? A Scampia, presso lo ScampLab 3D della cooperativa sociale “L’Uomo e il legno” si può

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Riccardo Bruno

La cooperativa sociale “L’uomo e il legno” è da vent’anni attiva a Scampia con progetti di inclusione sociale e corsi di formazione per disoccupati nei settori artigianali più richiesti, con laboratori, tra gli altri, di falegnameria e ceramica. A marzo è stato inaugurato lo ScampLab 3D, per la progettazione e la realizzazione di oggetti tramite stampanti 3D. Ne parliamo con Luca Bertini, architetto e direttore della fablab ed Enzo Vanacore, presidente della cooperativa.
Come nasce ScampLab 3D?

LB: Nell’intenzione della cooperativa, che è quello di fare inserimento lavorativo, è nata l’esigenza di farlo sulle nuove professionalità richieste oggi dal mercato, dall’industria 4.0 soprattutto. Il fablab è un laboratorio di artigianato digitale, usa le nuove tecnologie come mezzo di produzione e di realizzazione di prototipi e di idee. In questo caso, la stampa tridimensionale.

Qui che cosa s’impara a fare?

LB: A usare i software per la modellazione solida virtuale cioè saper disegnare gli oggetti in un determinato modo non solo nella loro tridimensionalità, ma in modo che siano stampabili. Si tratta di usare questi strumenti che hanno potenzialità infinite e adoperarli per idee fattibili che non sono solo quelle basate su una nuova estetica, ma anche sulla funzionalità, oggetti che possano essere multifunzione oltre che belli da vedere. L’inserimento lavorativo significa questo: dare gli strumenti per disegnare, progettare gli oggetti che poi saranno stampati. L’utilizzo della stampante 3D di per sé non è una cosa semplice, ci sono un’infinità di parametri da controllare e impostare, come la temperatura e la granulosità del materiale… Alla fine ne verrà fuori quello che è un vero e proprio prodotto di artigianato.

Il vostro fablab è il più attrezzato di Napoli e provincia. Che dotazione ha?
LB: I nostri punti di forza sono due stampanti di grande formato e di notevole precisione. E una più piccola. La tecnologia che entra in gioco per mantenere precisa una stampante grande, che oscilla molto, è costosa e complessa… Abbiamo una stampante che produce oggetti di 1x1x1 metro, poi ne abbiamo un’altra di 0,6×1,2 m che riesce a stampare anche ceramica o impasti che creiamo noi con determinati gradi di resistenza ed elasticità… E queste caratteristiche non si trovano in giro.

Che attività offre il vostro fablab?

LB: Innanzitutto inserimento sociale, lavorativo per persone provenienti da ambienti disagiati… Qui in cooperativa insegniamo alle persone a fare i falegnami, i ceramisti, a fare lo spazzamento del verde… Però insegniamo anche l’uso di nuovi strumenti. Io sono architetto e mi occupo di interior design, per cui riusciamo all’interno del fablab, con le competenze che abbiamo sia qui che negli altri laboratori, a creare delle vere e proprie linee di design nostre, tipo lampade, abat-jour, lampadari. Qui stiamo parlando di vero e proprio artigianato. Artigianato digitale. Ogni singolo pezzo ha la sua storia, non ne troverai mai uno uguale all’altro.

Ma com’è possibile? Se i pezzi vengono forgiati in base allo stesso programma informatico non sono tutti uguali?

LB: Anche qui, come nell’artigianato tradizionale, i particolari fanno la differenza. Io posso anche comprare due bobine dello stesso materiale, ma non saranno mai identiche. Magari, pur impostando la stessa temperatura di fusione, una bobina può avere delle anomalie che daranno vita, in fabbricazione, a particolari diversi… Il PLA, che abbiamo usato per questa lampada (vedi foto) per esempio non è plastica, ma è un derivato del mais, è ecologico e biodegradabile. Se la voglio buttare, la posso buttare nella compostiera. Essendo un derivato del mais, le bobine sono sempre differenti una dall’altra e possono dare vita a imperfezioni che puoi riparare in post-produzione, ma che restano tipiche del prodotto artigianale. Inoltre, il prodotto è anche totalmente personalizzabile, perché non siamo in una catena di montaggio che impone prodotti tutti identici…

 Chi sono i vostri committenti?

LB: In questo momento sono i privati, che si sono appassionati alla nostra storia e agli oggetti della nostra produzione. Il fablab è un luogo aperto. Chiunque può venire qua e dire «Ho questa idea, mi aiutate a realizzarla?» e ci mettiamo a disegnare insieme a lui, progettiamo e vediamo se il pezzo può funzionare e infine lo realizziamo… Per esempio ci sono ragazzi che si fanno le cover personalizzate dei cellulari… L’attività principale di un fablab è questa: realizzare prototipi e idee progettuali. Poi c’è la formazione che è indirizzata soprattutto all’inserimento lavorativo, poi, se vengono i ragazzi delle scuole, noi gli spieghiamo come funzionano le cose.
Come collaborate con le scuole?
EV: Nel momento in cui abbiamo acquistato questi macchinari 3D ci siamo resi conto che eravamo gli unici su questo territorio, ma forse su tutta Napoli, con questi macchinari e con una simile apertura sociale. Ce ne siamo resi conto quando la Facoltà di Architettura della Federico II, il dipartimento che si occupa di progettazione di design e di arredo, ci ha chiesto un incontro. Abbiamo anche stipulato un protocollo d’intesa in cui per gli studenti di architettura non solo mettiamo a disposizione i macchinari, ma anche la consulenza nella programmazione offerta dal nostro direttore socio Luca Bertini.

 

Con quali scuole collaborate?
EV: Abbiamo pensato che questa fosse un’opportunità per i ragazzi del nostro territorio. Come cooperativa di inclusione sociale e formazione lavorativa dobbiamo avere strumenti che attirino i ragazzi, soprattutto quelli più disagiati. Quindi aumentiamo sempre la gamma di possibilità… Abbiamo attuato l’alternanza scuola-lavoro con la “Attilio Romanò” e i ragazzi venivano il pomeriggio da noi. Come cooperativa ci siamo dati l’obiettivo di almeno una, due classi all’anno, anche senza sostegno economico da parte delle scuole. Quest’anno andremo nelle quinte a spiegare l’autoimprenditorialità e l’importanza della cooperazione sociale nel campo tecnologico… Verrà la sezione grafica della “Vittorio Veneto”, perché questa tecnologia è utile anche nella progettazione e nello sviluppo della grafica. Vogliamo dare opportunità a chi ha meno opportunità… Questo territorio ai ragazzi dà poche opportunità anche quando ci sono delle eccellenze scolastiche come la “Vittorio Veneto” o il “Galileo Ferraris”. Quindi noi stiamo sviluppando questi rapporti mirati, con le scuole, non basati sui grandi numeri.

Avete pensato a corsi di formazione per i disoccupati, magari in collaborazione con le istituzioni?

EV: Parteciperemo ai bandi della Regione visto che siamo anche ente di formazione accreditato… Per ora abbiamo avuto un buon risultato con “Fondazione per il Sud”. Abbiamo partecipato al suo bando per l’artigianato di eccellenza che è intervenuto a rivitalizzare due settori che stavano morendo: la ceramica e il mandolino. Quasi sicuramente abbiamo vinto il bando col progetto di un corso di formazione artigianale di 1500 ore che riteniamo il minimo per dare una base formativa ad un artigiano. Con 900 ore non è pensabile di riuscire a formare degli artigiani finiti, anche su una classe di una decina di ragazzi. Inoltre, nel progetto di formazione legato al mandolino abbiamo proposto un collegamento col settore delle stampanti 3D: i ragazzi potranno diventare buoni manutentori dei mandolini, imparando levigatura, verniciatura, a fare i decori, ponti. Noi gli insegneremo a farli con le stampanti 3D: si abbattono i costi del 90% e si possono fare più velocemente. Anche in questo caso 1500 ore ci servono per dare un’alfabetizzazione di base per l’uso del computer, per i programmi di modellazione in 3D. Siamo gli unici a ritenere che l’artigianato classico e l’innovazione tecnologica possono fondersi.

Ma hanno ancora spazio i mandolini?

EV: Da un’indagine che abbiamo fatto insieme al CNR, abbiamo scoperto che esiste un buon mercato dei mandolini. Vengono fabbricati a Cremona e spesso vengono spacciati per mandolini napoletani… Con l’immissione della tecnologia riusciremo ad abbattere i costi del 50%… Con noi si sono associati anche alcuni vecchi mandolinisti che hanno il problema della carenza di apprendisti. Quindi: artigianato classico tradizionale, innovazione tecnologica, 1500 ore per una classe di 20 ragazzi da cui spero vengano fuori almeno due o tre apprendisti artigiani in grado di continuare e che potranno essere assorbiti o dalle botteghe esistenti o da noi che apriremo un piccolo laboratorio di mandolini qui a Scampia. Per gli altri ci aspettiamo che apprendano almeno le nozioni di base o per gli accessori dei mandolini o per le stampanti 3D…

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