Sarah Kane, il dolore dell’abbandono nella prigione della vita

Alla Sala Ichos di San Giovanni a Teduccio, Andrea Cremarossa del “Teatro delle bambole” mette in scena “Psicosi delle 4 E 48” l'ultimo, drammatico testo della giovane scrittrice inglese

Scritto da Antonio Grieco

Nel cuore di un contesto difficile come quello a Napoli di San Giovanni a Teduccio, La Sala Ichòs, un piccolo teatro nato nel 2000 da un collettivo di giovani attori, svolge un’intelligente programmazione, ospitando gruppi della sperimentazione teatrale italiana in genere ai margini dei circuiti ufficiali e proponendo lavori dei più interessanti autori del teatro contemporaneo.

Nei giorni scorsi (il 7 e 8 dicembre) a debuttare all‘Ichòs (non lontano dal Nest, l’altro spazio teatrale e dinamico del quartiere) è stato il “Teatro delle Bambole” – un vivace gruppo di ricerca che opera in una masseria dell’entroterra barese – con “Psicosi delle 4 E 48” , un testo di Sarah Kane, per la regia di Andrea Cremarossa, che è anche l’unico attore protagonista della pièce.

La giovane scrittrice inglese lo scrisse alcuni giorni prima di prendere la definitiva decisione di suicidarsi, mettendo così fine a una vita di sofferenze indicibili e di uno stato depressivo che non l’aveva mai abbandonata sin dai primi anni dell’ adolescenza. I suoi lavori (Blasted, Phaedra’s Love, Cleansed, Crave) per l’asprezza dei temi trattati (dalla violenza sessuale al lesbismo, alla droga, agli stupri, alla pulizia etnica, alla guerra) suscitarono scandalo e sono stati spesso associati  alla “new angry generation”, un movimento che si opponeva a quell’ideologia thacheriana che si riassumeva nell’idea che “le società non esistono, esistono solo gli individui”.

Un modello culturale, oltre che economico, quello neoliberista della Thatcher, in gran parte ancora egemone nel mondo occidentale, che ha avuto effetti devastanti nel corpo vivo non solo della società britannica ma dell’intero continente europeo, generando un acuto sentimento di solitudine in gran parte della generazione degli anni Ottanta Novanta del Novecento.

Le opere della Kane sono in fondo espressione di quel malessere che covava sotto il tronfio perbenismo della borghesia al potere nel suo paese. Ma “Psicosi delle 4 E 48” –  il titolo indica l’ora in cui sembra che piu frequentemente ci si toglie la vita – ha un’origine diversa e sembra il riflesso del suo lacerante disagio psichico, di quel sentimento autodistruttivo che definitivamente la travolge quando la sua amata compagna l’abbandona lasciandola sola nella tempesta della vita.

Un evento del tutto inatteso che  la  annienta sul piano psicologico, fisico e umano.  Ha  però ancora la forza di reagire, di scrivere un ultimo, poetico monologo (con evidenti riferimenti autobiografici), che è come una dichiarazione di resa definitiva, a cui la decisione del regista attore del “Teatro delle Bambole” di interpretarlo pur non essendo dello stesso sesso della protagonista gli conferisce a nostro avviso un significato che va oltre l’esperienza soggettiva, per alludere a qualcosa di più universale, probabilmente connesso al nostro non pacificato rapporto con la Storia: da un lato, l’impossiblità di riconoscere il confine tra l’io e il mondo esterno, dall’altro – come osserva il regista nel programma di sala – il rifiuto di se stessi; e dunque un desiderio di morte non in nome dell’amore ma per assenza di amore.

Nella riattivazione drammaturgica del poetico testo della Kane, Cremarossa ha lavorato – guardando  dal punto di vista percettivo e visivo anche alle avanguardie artistiche del Novecento, soprattutto al Surrealismo – essenzialmente su questo vuoto, sul dissolvimento dell’io della protagonista, sulla fragilità della sua vita sospesa; su  quel buio che non le consente né di vedere ciò che accade fuori di lei, né di riconoscere quella parte invisibile del proprio mondo dove, secondo Jaques Lacan, si nasconde la verità dell’inconscio, l’Altro assoluto di cui ignoriamo volto e identità. Il drammatico svolgimento della piéce si intuisce già nelle prime azioni, quando l’attore entra in scena nel buio indossando un abito da sposa con corpetto di paillettes e una piccola coda a strascico. La scena è scarna. Ci sono solo una sedia bianca e un leggio. Il volto è in ombra, quasi invisibile. E il corpo trasfigurato dell’attore tende sempre più ad assumere una dimensione spettrale, insieme  fantasmatica e misteriosa. Ma la messinscena è quasi tutta affidata alla magia della parola; a quella  voce interiore sofferta che sembra quasi cancellare la mediazione simbolica della forma: “Sento che il futuro è senza speranza. Sono un fallimento come persona. Sono colpevole, vengo punita. Vorrei uccidermi. Prima riuscivo a piangere ora sono oltre le lacrime”.  La delirante confessione della donna prosegue raccontando della sua tragica deriva.

Dell’insonnia che la tormenta, delle inefficaci terapie mediche, delle fughe dagli ospedali, delle lite con i dottori, immaginando ancora di dialogare con gli amici e soprattutto con lei, l’amica che l’ha tradita e che in qualche modo sarà responsabile della sua morte.

Il corpo dell’attore a tratti si ritrae e allora a dominare lo spazio scenico è l’assenza, l’irrapresentabile, ciò che non si vede, il silenzio: un silenzio che evoca uno struggente sentimento di malinconia quando viene appena interrotto da quel delicatissimo brano di Franz Schubert – “La fanciulla e la morte”, che dà ancor più l’idea di un mondo ripiegato sul proprio tormentato passato. Come pure, particolarmente illuminante dell’universo visionario della Kane, è la simbologia dell’ ultima scena, quando l’attore compare nelle vesti alate di un angelo portando con sé una gabbietta che contiene il suo doppio, una statuina con le sue stesse sembianze. Quasi ad indicare che togliersi di scena uscendo dal proprio corpo e da ogni rappresentazione, è l’unica vera liberazione dalla prigione della vita.

Intensa l’interpretazione di Cremarossa, e suggestivo è sembrato il modo in cui egli ha inteso mettere in scena un testo così estremo e complesso. Ma è tutto il lavoro portato avanti in questi anni dal  “Teatro delle bambole” che va apprezzato; una ricerca che il pubblico avrà l’opportunità di conoscere meglio nell’incontro che si terrà a Forcella (il 13 dicembre), nello spazio di “f.pl. femminile plurale” di Marina Rippa, un altro gruppo teatrale tra i più vivi e originali della nostra scena sperimentale. Insomma, occorre sempre più volgere lo sguardo ai margini, in zone d’ombra lontane dai riflettori dei media, per scoprire ciò che di più vitale si muove nel nostro teatro.

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  • antonio
    13 dicembre 2018 at 8:33 - Reply

    Recensione esemplare, evidenzia la delicatezza e,ad un tempo, la profondità del tema, nonché il travaglio dell’Autrice. La nascita e l’attività del nuovo, piccolo teatro, assolutamente encomiabile, sarà sicuramente incoraggiata e premiata.

  • Marisa Crudele
    13 dicembre 2018 at 9:33 - Reply

    Antonio Grieco può considerarsi un critico d’arte a tutti gli effetti.
    Riesce a penetrare all’interno delle tematiche trattate e degli interpreti con una dovizia di particolari non comuni, tanto da arrivare a interessare anche chi non conosce determinate opere.