Salzano, l’arte che sfida il Covid

Paesaggi interrotti”,personale di Lucio Salzano a Palazzo Venezia dal 15  al 28 ottobre, è un ritorno alla vita e un invito a resistere; prevista anche una performance teatrale saltata per l'emergenza

Scritto da Antonio Grieco

Ci sono artisti come Lucio Salzano  – attore, regista, pittore, – che anche in questo periodo di drammatica ripresa del Covid-19 non hanno rinunciato alla propria ricerca creando eventi che in fondo possiamo considerare tentativi di resistere alle ombre inquietanti che sembrano essersi impadronite dei nostri destini. “Paesaggi interrotti”, la mostra personale dei suoi dipinti (dal 15 al 21 Ottobre a palazzo Venezia,  prorogata sino al 28), a nostro avviso, ha questo segno;  un segno di rinascita, di apertura alla vita, che tuttavia – come egli stesso ha affermato in una intervista -, soprattutto nella sua ultima produzione, sembra anche evocare uno stato di angoscioso turbamento.

L’artista attore napoletano aveva dato a questa esposizione un carattere interdisciplinare particolarmente coinvolgente – come nella personale tenuta nel 2018 alla Certosa di San Martino, dove la suggestiva musica di Antonio Onorato si mescolava con i passi leggeri e sognanti di Rita Marasca e col suo stesso gesto attoriale “sospeso”, silenzioso, enigmatico, giocato tutto sull’improvvisazione e sul rapporto diretto con gli spettatori. Ora anche qui, negli spazi dello storico Palazzo napoletano – dove con alcuni giovani abbiamo visitato la mostra allestita nelle sale che si affacciano sul cortile – egli aveva appunto previsto, insieme alla esposizione dei suoi dipinti, la ripresa della sua performance teatrale (“900 Poetic Jube Box”) saltata per l’emergenza Covid. C’è da dire, a proposito di questo processo creativo che mette in relazione linguaggi espressivi diversi, che la stessa sperimentazione teatrale napoletana, sin dalle origini, si contraddistinse per il suo carattere interdisciplinare, e che in molti artisti innovatori del teatro contemporaneo che sono stati anche bravissimi pittori, come ad  esempio Julien Beck e Tadeusz Kantor, il procedimento artistico non è mai scisso dal proprio immaginario drammaturgico.

Se teniamo conto di queste brevi riflessioni, l’investigazione di Salzano ci appare più limpida; soprattutto appare paradigmatica di un insistito tentativo decostruttivo (dell’arte come del teatro) che in alcuni casi – come nella performance al Museo di San Martino – giunge persino a mostrare se stesso mentre dipinge un’opera dal vivo.  Anche in questa mostra, accanto alle opere esposte, era prevista, come abbiamo accennato, la ripresa del suo  spettacolo “900 Poetic Juke Box”, con i bravissimi Antonella Monetti (attrice) e Antonio Onorato (musicista). E’ da sottolineare che in questa pièce – che ricordiamo per aver visto in altra occasione – il pubblico è invitato a scegliere un numero che corrisponde a un brano poetico di un autore del Novecento (Ungaretti, Saba, Gozzano, Pasolini, tra gli altri), che verrà poi interpretato dalla performer, divenendo così, come scrive l’autore in una nota,  “parte attiva di uno spettacolo di cui coglierà solo un frammento e che nella sua totalità è costituito proprio di questi frammenti interattivi”.

Siamo dunque in presenza di un’operazione concettuale che per la sua radicalità rinvia alle avanguardie artistiche del Novecento e si caratterizza per il suo aspetto ludico, antiteatrale, dissacrante della scena classica. La leggerezza, la spontaneità, il gesto dell’arte liberato dal significato, sono gli elementi  costitutivi di questa come di altre azioni drammaturgiche di Salzano. Ora, una delle caratteristiche dei suoi dipinti che possiamo ammirare nelle sale di Palazzo Venezia, insieme alla preziosità materica, è proprio la leggerezza; una leggerezza – da intendersi nel senso calviniano di sottrarre, di togliere peso, di alleggerire la stessa struttura compositiva – che traspare dai delicati colori vivi (del bianco, dell’azzurro, del rosso, dell’arancione) di opere come “Paesaggio Interrotto” (realizzato con tecnica mista su carta) e “Senza numero né titolo”, un pastello a olio su cartoncino del 2018. Ma ciò che maggiormente colpisce in questi lavori, è la presenza di una sotterranea componente autoriflessiva dell’arte che consente all’artista di interrogare i codici della finzione senza mai abbandonare la dimensione propria della pittura.

Questa componente analitica è riconoscibile già nei suoi primi lavori, soprattutto in quelle macchie di colore simili ad organismi cellulari viventi  (“monadi”, le chiama  Salzano), che  fanno pensare – come in “Dimensioni dell’arte primitive” del 2016 – a un movimento cosmogonico legato al flusso caotico del divenire. Sono immagini pure, mentali, queste di  Salzano: pensiero visivo, che nel recupero di una dimensione percettiva del gesto pittorico, oltre al Surrealismo, richiama alla mente I’Impressionismo.

Sempre nelle sue opere iniziali, inaspettatamente, nello spazio virtuale della rappresentazione compaiono anche dei numeri, con cui l’artista attore napoletano ha inteso provocatoriamente denunciare la tendenza dell’arte ad essere fagocitata dal mercato. Questi numeri, che sono parte integrante dei dipinti, mettono in relazione – come nella “Poesia Visiva” – Segno (scrittura) e Immagine.

Ma qui la frammentarietà e liricità della composizione evoca un mondo incantato, infantile, che, come in Klee, allude alla molteplicità e complessità dell’ esperienza umana. Più avanti, la pittura appare indissolubilmente lagata al gesto:  un gesto intimo che, come nel suo teatro, solo apparentemente  è dettato dalla spontaneità. E allora scopriamo segni veloci, quasi automatici, che fanno pensare ai “frottage” di Max Ernst, mentre le forme lentamente si sfaldano per poi ricomporsi in grumi materici sospesi nell’azzurro del cielo: come se a un certo punto, l’artista avverta l’urgenza di fermarsi, di sospendere l’azione, per raggiungere un più giusto equilibrio tra il totale abbandono al flusso caotico del divenire e una tensione più riflessiva che gli consenta di controllare le modalità stesse in cui si svolge la sua esperienza artistica. Sorprendono, tra i suoi ultimi lavori, i “Paesaggi svelati”, frammenti di mondo in cui si sovrappongono simbolicamente il Reale – il leggerissimo velo bianco che nella parte sinistra del dipinto ottunde lo sguardo – e l’Immaginario:  quell’ energia  magmatica di colori che sale dal basso e ci spinge a immaginare un’altra dimensione dello spazio e del tempo. In altri lavori dell’ultimo periodo, sembra scorgersi un’ulteriore fase della sua sperimentazione pittorica, forse influenzata dalla tremenda emergenza pandemica di questi mesi.

Sono i paesaggi – in particolare, il nostro riferimento è ai “Paesaggi onirici n. 1 ,2 e 3”  del 2020 – a darci questa sensazione, perché ci appaiono come la proiezione di una profonda lacerazione interiore. Nelle loro forme aspre, nell’accentuazione quasi espressionista dei toni cromatici, come nei segni oscuri e nervosi dei mari in tempesta, questi dipinti, sottotraccia, fanno pensare a un vissuto non pacificato con la realtà esterna. Ed anche in questo caso, a  pensarci bene, non possiamo sfuggire all’idea che l’arte per Salzano costituisca un imprescindibile strumento di conoscenza di se stesso e del mondo che, come nelle sue performance teatrali, gli consente di trasformare lo spazio della finzione in quello della vita.

Antonio Grieco

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