Rossini tra eros e religione

Il Mosè del San Carlo svela un altro Rossini

Rossini ha stupito e stupisce ancora il mondo musicale. E non solo quello.

Hegel e Schopenhauer, i due grandi filosofi dell’ottocento, che vissero da spettatori e non solo gran parte delle vicende musicali europee, amavano talmente la musica del pesarese che il primo esaltava l’altissima ispirazione che solo un’anima incondizionatamente umana poteva contenere ed il secondo buttava alle ortiche Mozart e Beethoven che al confronto con il Nostro apparivano pesanti e stucchevoli.
I due grandi filosofi, pur differenti tra di loro, convenivano sulla genialità di Rossini.

E l’altra sera, mossi dai fremiti di non avere mai ascoltato dal vivo il Mosè in Egitto, ci siamo recati al Teatro di San Carlo,croce e delizia delle nostre vicende culturali cittadine, il solo ricordo che la sala degli specchi era stata “affittata” per un compleanno ad un cittadino partenopeo mi indignava ancora, ma l’emozione di andare insieme ad amici musicisti, per ascoltare e vedere questa tragedia religiosa mista ad erotismo tutto napoletano, ha preso il sopravvento sul triste e recente ricordo.

Il buio delle tenebre e dello smarrimento del popolo ebreo viene rappresentato immediatamente per oltre dieci minuti in un Teatro completamente scuro. Non una luce.Non uno spiraglio nell’immmenso palcoscenico, con il Direttore d’Orchestra, l’ottimo Stefano Montanari, che dirigeva con bacchette “magiche e colorate”.

Ecco il coro con Osiride, il Faraone e Amantea nella bellissima introduzione al dramma che andrà sviluppandosi per tutti i tre atti.
La regia di David Poutney metti in “luce” un allestimento molto povero, alla Grotowski , con bicromie che esaltano i simboli della divisione dei popoli e delle sponde opposte del mar rosso, inserendo di volta in volta piccoli oggetti che danno forza a duetti, concertati,quartetti e corali.

Al centro della scena una sorta di “totem/Luce” che rappresenta la parola e la forza di Dio, che punisce e protegge.

I costumi e i trucchi sui cantanti “costruiscono”sentimenti e passioni, e sono molto belli, li segnaliamo volentieri a firma di Marie-Jeanne Lecca           Raimund Bauer
Chi si aspettava effetti speciali o usi smodati di nuove tecnologie è rimasto deluso.  Noi no.

C’e’ un solo limite nella messinscena sancarliana, il pessimo uso delle “masse”, si muovono come lavandaie o contadine che inseguono galline o oche, manca quella sobria visione d’insieme che avrebbe fatto di questa regia un capolavoro.
Ma la musica di Rossini ti fa immediatamente dimenticare, imperfezioni o discrasie umane.

Il duetto di Osiride ed Elcìa del primo atto è commovente ed Enea Scala mostra un vigore ed una carica sensuale straordinaria. Musicalmente è perfetto e ci fa presagire quale sarebbe stato lo sviluppo del Belcanto nell’Opera verdiana, Carmela Remigio è eroina rossiniana pura, sensibilissima cantante, dolente e tragico personaggio mai vinto.

Il Faraone di Alex Esposito tiene testa ai grandi bassi internazionali, la sua voce e la sua duttile e morbida agilità ci fa pensare a Samuel Ramey, inarrivabile basso dell’ultimo novecento. La Rice, Kent, Ciaponi e la Cirillo molto bene.

Il Mosè di Giorgio Giuseppini ha espresso carisma e forza scenica anche se nel celeberrimo finale “dal tuo stellato soglio” mostra qualche incertezza, dovuta alla giustificata tensione per la serata.

In assoluto Stefano Montanari è stato il protagonista della Prima, ha fatto emergere dal sonno profondo dell’oblio, suoni e ritmi del Rossini “serio” che non ascoltavamo da molto tempo.
Il coro, che doveva essere “interprete” della serata, ha mostrato una certa stanchezza e freddezza nell’esibizione.

Non si può essere sempre perfetti.

 

 

Pino De Stasio

Sono un blogger, attivista politico, ascoltatore di musica antica e contemporanea, pacifista
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