Rocco Capano

Caduto a Nassirya, proseguì Sebastiano, che aveva dentro un sentimento d’angoscia senza fine...

Scritto da Giuseppe Aragno detto Geppino


Mentre saliva a fatica su per gli ultimi tornanti e guidava attentamente, a filo di gas, Sebastiano Neghelli aveva l’impressione che l’auto fosse in difficoltà. Era come se il motore si fosse messo d’un tratto a pensare e chissà perché rifiutasse di andare avanti.

Il piccolo paese, poco più di trecento metri sul mare, in equilibrio su un pizzo roccioso tra Policastro e Salerno, si raccoglieva indolente e non inseguiva certo la globalizzazione.

Sul depliant della “Pro loco” tracce di cavalieri e Angioini, un Guido d’Albert che vi giunse al seguito di Carlo I e passaggi da un padrone all’altro: i Sanseverino, la badia di Cava, i d’Alemagna che l’acquistarono armi in pugno  per venderlo ben presto ai principi Capano. I principi lo tennero a lungo, finché si estinsero alla fine del secolo dei lumi, del quale la “Pro loco” tace, perché non pare sia passato mai per questi monti. Il paese, con la sua gente e le sue case incantate tra il verde, non aveva percepito il cambiamento e non s’era mai del tutto scosso da una sua inspiegata sospensione del tempo.

Quando fu nell’abitato, tra le vie domenicali strette e solitarie, Sebastiano si perse: la storia di una eterna nobiltà feudale gli si era parata davanti e aveva tempi suoi, lunghi e sfasati. La spia della benzina ferma al rosso, l’aveva ricondotto al presente ed era andato difilato alla piazza che ospitava il Municipio.

L’uomo seduto su un muretto basso, davanti alla massiccia torre quadrangolare, ch’era stata un tempo palazzo Capano, l’aveva guardato con sincero stupore:

– E voi, la benzina venite a cercarla da noi? Qui non c’è un distributore. Tornate indietro, scendete  giù in pianura fino al mare, svoltate a destra, salite verso nord e lì, se non ha chiuso, trovate un benzinaio.

– Se non mi fermo prima… mormorò Sebastiano sfiduciato, mentre scrutava a fondo l’uomo che gli parlava.

Né giovane, né vecchio, tra i quaranta e i cinquanta, stempiato, il naso adunco e sporgente sul viso pallido, sottile e intristito dal nero di una barba doppia e fitta, nonostante l’accurata rasatura, l’uomo non commentò. Forse per la statura media, appesantita da un eccesso di robustezza delle spalle e dalla pancia un po’ sporgente, forse per la camicia di buona qualità stirata male e per i pantaloni marrone di cotone troppo sgualciti, qualcosa c’era in lui che non andava. Sembrava spento.

– Spento, pensò infatti meccanicamente Sebastiano, ma il pensiero della benzina lo tormentava troppo, perché si curasse dell’uomo.

– Non ci arriverò mai dal vostro benzinaio. Sono ormai completamente a secco, esclamò sconcertato e nel tono della voce sentì una vena inattesa di disperazione.

Stringendo lievemente gli occhi, l’uomo mostrò una ruga profonda e verticale che apriva un solco tra le sopracciglia, poi si levò stancamente dal muretto, prese Sebastiano per un braccio, come fossero amici da sempre, e lo tranquillizzò:

– Non state a preoccuparvi – gli disse rassicurante – la benzina posso darvela io. A Rocco Capano non bisogna chiedere. Faccio la scorta, pochi litri per l’emergenza, ma non so mai che farne. Resto sempre in paese.

Sebastiano si sentì sollevato. Non sapeva perché, ma era inquieto e non gli andava di restare fra i monti quella sera.

– Ve ne sarei molto grato, gli disse.

L’uomo mise l’indice dritto davanti al naso, per dirgli di tacere, e sussurrò:

– Non mi costa niente.Restarono così, l’uno di fronte all’altro. Sebastiano alto, atletico abbronzato, Rocco pallido, pesante e un po’ curvo. Il tramonto era triste: troppe ombre nel rosso, ma un metro dietro Rocco c’era ancora luce a sufficienza per attirare l’attenzione di Sebastiano, finalmente disteso, su una sorta di sacello addossato a una parete della torre. Ricordava caduti: tutti Capano e tutti misteriosamente Rocco.

Sebastiano provò d’un tratto un tuffo al cuore.

– Vostri parenti? chiese stupito e di nuovo inquieto, indicando la lapide di marmo. Lì si fermò e non seppe chiedere: ma come, tutti Rocco?

– Qui siamo tutti Capano – replicò Rocco senza nemmeno girarsi – e dove ci hanno portato la fame o l’illusione di cambiare il mondo, là siamo andati a morire.

Benché il sole l’avesse ormai basso alle spalle, Sebastiano lo sentì così caldo, che la fronte gli si imperlò.

– Un Capano è morto per Garibaldi – proseguì Rocco – uno rimase ad Adua, un altro l’abbiamo perso in Libia, qualcuno è finito sul Carso, due fascisti sono sepolti in Etiopia e in Spagna e un ragazzo di vent’anni s’è fermato in Russia.

– Ma quel palazzo e la torre a qualcuno di questi morti sarà appartenuto…

Sebastiano non sapeva più cosa lo tenesse in quella piazza. Eppure qualcosa lo inchiodava lì davanti a quel Rocco che aveva alle spalle in fila un Rocco, un Rocco e ancora e ancora Rocco.

– I Capano – rispondeva intanto l’uomo della benzina – sono stati principi e poveri e il palazzo è ora del Comune. I principi Capano non esistono più. Sono rimasti i poveri, i soldati di ventura. Di quelli che non faranno ritorno dalle guerre che verranno domani aggiungerò il nome sotto quello degli altri. Io segno i morti sul marmo. Uno che lo faccia serve. Quando c’è una guerra, qui da questa torre, qualcuno se ne va.

Alla partenza la scena è sempre uguale, la conosco a memoria: ci sono le bandiere e qualcuno dice che il mondo cambierà. Quando tutto finisce, aggiungo un nome sul marmo e tutto è come prima. E’ da poco che ne ho messo un altro, se mi scosto lo potete vedere…

Si fece da parte e lesse ad alta voce:

– Rocco Capano…

– Caduto a Nassirya, proseguì Sebastiano, che aveva dentro un sentimento d’angoscia senza fine.
– Qui nessuno è mai venuto a dire grazie – concluse Rocco . Troppi tornanti. Finisce sempre a tutti la benzina.

In mano gli era apparsa, come per incanto, una tanica.

Furono gesti meccanici: Sebastiano che tirava fuori i soldi dalla tasca, Rocco che faceva cenno con un dito che no, non voleva. Meccanico fu anche il saluto davanti al palazzo, col sole che tramontava e controluce la torre diventava una sagoma scura nella piazza silenziosa e deserta. Entrando in macchina Sebastiano si strinse nella giacca:

– E’ strano. Fine agosto e d’improvviso sembra fare freddo…

Mentre parlava, con un gesto furtivo e quasi inconsapevole, tolse dal taschino della giacca il verde fazzoletto di “leghista”, lo mise in tasca, poi, sgommando, ruppe il cerchio dell’ansia e non sentì ciò che Rocco gli diceva:

– Io qui non ho un calendario.

Scese veloce e quando giunse al mare guardò di nuovo verso i monti. Il paese, però, non si vedeva più. Doveva essere lì, di fronte, poche centinaia di metri in linea d’aria, ma pareva svanito nel nulla e inutilmente Sebastiano pensò di chiedere notizie: non sapeva nemmeno come si chiamava. Mentre ripartiva deciso verso nord, per la seconda volta in un’ora, nel caldo di quella infuocata giornata d’agosto, un brivido gli attraversò la schiena

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