Rifondazione: le collusioni politiche mafiose nei Comuni della città metropolitana di Napoli

COLLUSIONI POLITICO-MAFIOSE NEI COMUNI DELLA CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI IN RIEQUILIBRIO O IN DISSESTO: DALL’INFILTRAZIONE AL “SOGGETTO POLITICO”

LA QUESTIONE DELLE COLLUSIONI POLITICO-MAFIOSE NEI COMUNI DELLA CITTÀ METROPOLITANA DI NAPOLI IN RIEQUILIBRIO FINANZIARIO O IN DISSESTO: DALL’INFILTRAZIONE AL “SOGGETTO POLITICO”

di Rosario Marra della segreteria provinciale del PRC di Napoli

Premessa

Nell’articolo si affronta una problematica riguardante un aspetto specifico della lotta alle mafie: lo scioglimento dei Consigli Comunali per condizionamenti di tipo mafioso e si tratta di un terreno tanto più delicato quanto più si mette in discussione l’ipocrisia di regime esistente in questo campo.

L’ ipocrisia di regime in altri campi come quello, ad es., dell’antifascismo è ormai caduta tanto che c’è un Ministro della Repubblica che risponde alle critiche citando frasi di tempi molto bui come “tanti nemici, tanto onore” non è così, invece, per la lotta alle mafie perché c’è chi ne “parla” ma poi accetta lo scambio e i pacchetti di voti.

Altro aspetto che rende particolarmente difficile nell’attuale situazione politica affrontare la problematica in questione è che il taglio che viene qui seguito è di tipo garantista e, quindi, si può ben comprendere che – col vento autoritario che spira – sia certamente un elemento che aumenta il tasso di difficoltà.

In realtà, se si vuole essere coerenti con una tradizione e una cultura che come sinistra d’alternativa abbiamo sempre avuto, non si può seguire una strada diversa.

Più nello specifico, partiamo da un dato che caratterizza uno degli aspetti -fortunatamente non il principale – del territorio della Città Metropolitana come ad alta densità mafiosa in quanto vi sono o vi sono stati circa 40 Consigli Comunali sciolti dal 1991 al giugno 2018 che è il numero più alto rispetto alle altre Province campane e questo dato non va letto soltanto rispetto alla rilevanza criminale dello stesso.

Infatti – nello sposare la definizione di mafia come “soggetto politico” cui si fa riferimento al secondo paragrafo – significa che l’ “alta densità” è rivolta anche all’aspetto “politico” e quest’ ultimo altro non è che “la parte concentrata dell’economia” come affermava un rivoluzionario russo del ‘900 secolo tanto odiato dai finti modernisti vecchi e nuovi.

Del resto, l’ufficializzazione di questo stretto rapporto mafia-economia e, quindi, politica non esce soltanto da indagini penali o dalle Commissioni d’accesso prefettizie ma è dato anche dal fatto che dal 2015 le attività illegali sono inserite nelle statistiche per il calcolo del PIL nazionale su richiesta europea… per omogeinizzazione dei dati tra i vari Paesi….

Allora nell’avvio di una più approfondita discussione partiamo proprio dal rapporto tra condizionamento mafioso e situazione finanziaria dell’Ente Locale con una breve rassegna del materiale istituzionale disponibile dalle relazioni dei Prefetti alle sentenze della giustizia amministrativa.

L’augurio è che la sinistra di Movimento e d’alternativa riesca a costruire una contronarrazione più incisiva a partire dai territori dov’è presente e in quest’ottica si spera d’aver fornito un piccolo contributo. 

A) Criticità finanziaria e Commissioni Straordinarie

Tra i Comuni attualmente in riequilibrio o in dissesto ce ne sono tre il cui Consiglio Comunale è stato sciolto per condizionamenti di tipo mafioso e due di essi sono al secondo scioglimento (Marano e Quarto) altri, attualmente in dissesto o in riequilibrio, sono stati sciolti nel passato (Villaricca nel 1994 e Portici nel 2002).

Nella Città Metropolitana di Napoli dal 1991 – anno di entrata in vigore della normativa sullo scioglimento dei Consigli Comunali per condizionamento di tipo mafioso1 – sono ben 392 i Comuni oggetto di questo specifico commissariamento e 10 di essi in periodi diversi sono stati in dissesto o riequilibrio (si veda la tabella allegata).

A livello regionale, la situazione nelle altre province per il medesimo arco temporale vede 19 Consigli sciolti in Provincia di Caserta, 5 in quella di Salerno, due in quella di Avellino e uno in quella di Benevento.3

Sappiamo che il fenomeno dei Comuni sciolti per condizionamenti di tipo mafioso non è più da alcuni anni un’esclusiva campana o meridionale4 tuttavia quando l’ “infiltrazione” mafiosa avviene in contesti deboli sotto il profilo socio-economico è particolarmente devastante e, quindi, ancora più insufficiente appare un “risanamento” meramente contabile e ragionieristico.

Qui ce ne occupiamo non certo sotto il profilo penale – che non è di nostra competenza – ma sotto quello finanziario e politico-culturale.

Per l’aspetto finanziario tra i Comuni in questione ce ne sono alcuni che sono andati in dissesto finanziario più volte (Casal di Principe, Casapesenna, Quindici, San Cipriano d’Aversa, Villa di Briano due volte) oppure Comuni sciolti per condizionamento mafioso attualmente in piano di

1Il procedimento di scioglimento dei Consigli Comunali e Provinciali per fenomeni d’infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso è stato inserito nell’ordinamento con un decreto-legge del 1991, successivamente convertito con modifiche nella legge n. 221/1991. – Queste disposizioni sono state abrogate e trasfuse nel TUEL dove il vero e proprio procedimento di scioglimento è all’art. 143 che prevede una fase preliminare con l’accesso presso l’Ente interessato in virtù dei poteri ispettivi dei Prefetto in materia di contrasto alla criminalità organizzata. – La Commissione d’accesso è costituita da tre membri scelti tra funzionari delle Pubbliche Amministrazioni e può concludere l’ispezione o per l’archiviazione (in tal caso non c’è scioglimento dell’Ente) o con l’indicazione della proposta di scioglimento.- Una volta sciolto il Consiglio dell’Ente inizia la fase della gestione straordinaria regolata dagli artt. 144, 145, 145-bis e 146 del TUEL. – La Commissione straordinaria viene nominata col decreto di scioglimento e deve essere composta da tre membri scelti tra funzionari dello Stato o magistrati ordinari o amministrativi., la durata della gestione straordinaria va da dodici a diciotto mesi prorogabili in caso di circostanze eccezionali. – Comuni della Città Metropolitana le cui gestioni straordinarie sono state prorogate sono stati Marano, Quarto, Crispano, Arzano, Casavatore.

2Questo l’elenco con segnalazione dei 10 Comuni sciolti più di una volta: Casandrino sciolto due volte nel 1991 e nel 1998; Marano sciolto nel 1991 e nel 2016; Poggiomarino sciolto nel 1991 e nel 1999 Sant’Antimo, Quarto sciolto nel 1992 e 2013, Acerra, Casola, San Giuseppe Vesuviano sciolto nel 1993 e nel 2009, Torre Annunziata, Ercolano, Nola, Pomigliano d’Arco, Sant’Antonio Abate, Villaricca, San Paolo Belsito sciolto nel 1994 e nel 2002, Pimonte, Liveri, Terzigno, Ottaviano, Boscoreale sciolto nel 1998 e nel 2005, Pompei, San Gennaro Vesuviano nel 2001 e nel 2018, Santa Maria La Carità, Portici, Frattamaggiore, Volla, Crispano nel 2005 e nel 2017, Casoria, Afragola, Melito, Pozzuoli, Casalnuovo, Gragnano, Arzano nel 2008 e nel 2015, Castello di Cisterna, Giugliano, Casamarciano, Casavatore, Calvizzano, Caivano.

3I dati sono ripresi dal sito avvisopubblico.it

4Cfr. nel periodo 2013-18 lo scioglimento dei Consigli Comunali di Sedriano in Lombardia, Lavagna in Liguria o Brescello (il paese di Peppone e don Camillo) in Emilia-Romagna il cui scioglimento è stato anche prorogato di altri sei mesi con d.P.R. 31/07/2017.

riequilibrio ma che nel passato sono stati in dissesto (si vedano i casi di Battipaglia, Nocera Inferiore, Marano in riequilibrio ma nel passato in dissesto e ora in procinto di andare nuovamente in dissesto) o, per la Città Metropolitana di Napoli, Comuni che attualmente non sono né in riequilibrio né in dissesto ma che in passato lo sono stati (Liveri, Casalnuovo, Boscoreale, Ottaviano).

Per l’aspetto politico-culturale, pur non volendo in questa sede entrare nel merito di una legislazione spesso intrisa di “specialità”, ricordiamo che anche la giurisprudenza amministrativa se ne occupa.

Ad es., in una sentenza del Consiglio di Stato non più recente ma ancora molto attuale in alcuni suoi passaggi, si ricorda che nello scioglimento dei Consigli Comunali per condizionamento mafioso “non è neppure necessario che la volontà dei singoli amministratori sia coartata con la violenza giacchè il condizionamento…può essere anche il frutto di spontanea adesione culturale o di timore o di esigenza di quieto vivere, risultando, in tutti i casi, l’attività amministrativa deviata dai suoi canoni costitutivi per essere rivolta a soddisfare interessi propri della criminalità organizzata” e ancora sul comitato promotore di una festa con forti presenze camorristiche al suo interno, si osserva: …”gli accadimenti verificatisi durante la festa dei gigli del 2004 non vanno riguardati sotto il profilo della loro rilevanza giuridica, ma come significativi di un atteggiamento culturale di una parte di cittadini che non hanno voluto o saputo segnare il distacco”.

Le citazioni sono tratte da una sentenza1 riguardante lo scioglimento del Consiglio proprio di un Comune dell’ex-Provincia di Napoli (Crispano).

Gli aspetti culturali o di forte radicamento sociale e territoriale della camorra rafforzano le perplessità sull’uso delle sole procedure straordinarie e ciò emerge anche dalla Relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso dove, tra l’altro, si afferma che “l’esperienza ha mostrato che scioglimento e commissariamento possono non essere di per sé risolutivi” ed “essenziale in ogni caso è la previsione di maggiori strumenti economici, specie nelle situazioni – molto frequenti – in cui al condizionamento della criminalità organizzata si unisce una situazione di dissesto delle finanze locali”2.

Del resto il fatto che ci siano Comuni i cui Consigli sono stati sciolti più di una volta o le cui gestioni straordinarie sono state prorogate è un ulteriore segnale che invita a rafforzare gli elementi di complessiva bonifica di determinati territori dal livello ambientale a quello culturale e socio-economico.

In realtà, pensiamo che occorra coinvolgere di meno le Prefetture e maggiormente Province e Città Metropolitane che tra le proprie funzioni hanno anche quella dell’”assistenza tecnico-amministrativa agli Enti Locali”.

Ciò, sarebbe un altro aspetto che spingerebbe a rivedere la “legge Del Rio” alla luce dell’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Sotto questo profilo può destare qualche perplessità la volontà dell’Amministrazione metropolitana di recedere dal Consorzio Sviluppo Occupazione Legalità Economica (S.O.L.E.) cui aderiscono una ventina di Comuni dell’ex-Provincia di Napoli3.

1Cfr. sentenza Consiglio di Stato Sezione VI n. 5948/2006.

2Cfr. Relazione Conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere approvata dalla Commissione nella seduta del 7 febbraio 2018 pagg. 373 e 376.

3I Comuni consorziati sono: Arzano, Afragola, Boscotrecase, Casalnuovo, Castellammare di Stabia, Ercolano, Giugliano, Marano, Melito, Nola, Portici, Pomigliano d’Arco, Pollena Trocchia, Quarto, Sant’Antimo, San Sebastiano, Saviano, San Giorgio a Cremano, Torre del Greco, Villaricca.

Infatti se è vero che da un punto di vista formale c’è una disposizione del 2009 che prevede la soppressione dei Consorzi di funzione tra Enti Locali – in cui rientra S.O.L.E. – e se lo scioglimento del Consorzio potrebbe dare luogo ad un maggior attivismo comunale nel campo della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, è altrettanto vero che non tutti i Comuni consorziati sono pronti ad assolvere a queste nuove funzioni e, quindi, il tutto si può risolvere in un’ulteriore spinta alla gestione centralistica di questi beni patrimoniali soprattutto in previsione del fatto che l’attuale Governo vuole potenziare il ruolo dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata dove s’intravede la chiara volontà, oltre che di gestire un po’ di nuove assunzioni, anche l’intento di andare ad una gestione produttivistica e centralistica dei beni confiscati che è di oggettivo ostacolo ad una visione ed utilizzo di questi patrimoni come beni comuni che, a volte, sono di rilevante entità.

Ad es., nel caso di Marano dai dati dell’Agenzia risultano 53 beni in gestione e 98 destinati, mentre dall’inventario 2017 del Comune risultano 28 immobili confiscati acquisiti al patrimonio dell’Ente.

Tuttavia questo è un terreno che non va trascurato e uno degli obiettivi può essere quello di modificare i regolamenti comunali sui beni confiscati o di proporli in quegli Enti che non ne sono dotati rafforzando gli elementi di trasparenza e di collegamento col territorio nell’assegnazione dei beni confiscati.

Altro limite da superare è una sorta di “antimafia da immagine” o meramente istituzionale mentre la personalizzazione della politica e il clima post-ideologico spingono ad un rafforzamento da parte nostra dell’antimafia sociale l’unica risposta valida.

Attualmente la normativa prevede che le Commissioni straordinarie dei Comuni sciolti per condizionamenti di tipo mafioso sia in riequilibrio che in dissesto possano accedere al fondo di rotazione istituito per i Comuni in riequilibrio, ad es. l’ accesso a quest’anticipazione di cassa è stato fatto sia dal Comune di Quarto che da quello di Battipaglia e la restituzione deve avvenire entro un termine massimo di 10 anni, quindi nel decreto del Ministero dell’Interno che assegna l’anticipazione può essere stabilito anche una scadenza minore.

1) Le relazioni dei Prefetti per lo scioglimento di Comuni condizionati dalla mafia. – Dall’ “infiltrazione”alla “collusione” fino al “soggetto politico” mafioso.

Dalle relazioni governative allegate ai decreti di scioglimento emerge la necessità di qualche precisazione concettuale mirante a facilitare l’intervento politico nei Comuni in piano di riequilibrio e dissesto sciolti per condizionamento mafioso.

Ci si riferisce al fatto che in vari casi il concetto di “infiltrazione” camorristica è da superare a favore di quello maggiormente pertinente di “collusione” politico-mafiosa in quanto la prima definizione rimanderebbe ad un corpo sano dove dall’esterno “s’infiltra” la malavita organizzata, invece, in vari casi emerge una sorta di connubio tra politica e camorra e ciò spiega il perché c’è stato chi correttamente ha parlato di mafia come “soggetto politico” vera e propria “produttrice e prodotto della politica”.1

Per Caivano (in dissesto) si mette in evidenza il contesto territoriale collegando lo scioglimento del Consiglio Comunale con quello dei Comuni limitrofi: Acerra (1993) Afragola (1999/2005) Crispano (2005 e 2017) Frattamaggiore (2002) della provincia di Napoli e il confinante Comune di Orta di Atella (2008) della provincia di Caserta.

1Così Umberto Santino del Centro di documentazione Peppino Impastato in: “Mafia e politica dalla prima alla seconda Repubblica”. 

La collusione emerge anche per Caivano dove “diversi componenti degli organi elettivi e dell’apparato burocratico annoverano frequentazioni ovvero relazioni di parentela o di affinità con persone controindicate o con persone dei clan localmente dominanti”.

Altro elemento che emerge è quello dell’instabilità politico-amministrativa che spesso caratterizza questo tipo di Comuni (si vedano, ad es., anche i casi di Quarto e Marano);

nel caso di Caivano “dal luglio 2000 ad oggi si sono avvicendate ben cinque gestioni straordinarie nominate a seguito delle dimissioni della maggioranza dei consiglieri o del Sindaco”.

A Quarto (in riequilibrio) nella relazione allegata al dPR del 9 aprile 2013 di scioglimento del Consiglio Comunale si rileva che a ridosso delle elezioni amministrative del 2011 erano stati arrestati, tra gli altri, due candidati con l’accusa di associazione di tipo camorristico.

In particolare nella relazione ministeriale si evidenzia “una sostanziale continuità nelle amministrazioni che si sono succedute alla guida dell’ente atteso che un rilevante numero degli amministratori eletti nel 2011…ha fatto parte a diverso titolo degli organi dell’ente sin dall’anno 2001”…”Il dato fattuale della continuità amministrativa e della sussistenza di comuni interessi tra rappresentanti della compagine eletta e componenti della locale organizzazione criminale è avvalorato dalla circostanza che…nella tornata elettorale del 2011 l’interessamento della locale organizzazione criminale è giunto fino alla presentazione di una lista collegata al Sindaco poi effettivamente eletto e, quindi, ai candidati da far votare”.

Per Marano anche nella deliberazione n. 52/2018 della Sezione Regionale di controllo per la Campania di non approvazione del piano di riequilibrio si fa riferimento a quanto contenuto nel d.P.R. di scioglimento del 30/12/2016 e si dedica un intero paragrafo della citata deliberazione al “contesto politico e territoriale del Comune di Marano al momento di approvazione del Piano” riportando vari passaggi dell’atto di scioglimento come, ad es., quelli relativi al fatto che “All’indomani dell’insediamento dell’amministrazione eletta nel 2013 …sono emerse circostanze meritevoli di considerazione, confermate dall’attività di osservazione delle forze dell’ordine che ha evidenziato la fitta rete di parentele, le frequentazioni e le cointeressenze che legano amministratori ed alcuni dipendenti ad esponenti di famiglie camorristiche egemoni sul territorio…Rilevano, in tal senso, i legami parentali dei membri della famiglia del primo cittadino con esponenti del clan egemone e le parentele o le affinità di alcuni amministratori con soggetti appartenenti o riconducibili alle locali cosche….secondo ipotesi investigative, l’apporto del primo cittadino è stato talmente apprezzato dalla criminalità organizzata da indurre il clan ad intervenire su un consigliere affinché non sfiduciassero il Sindaco allorché, nel dicembre 2015, si stavano delineando le condizioni che avrebbero potuto condurre ad una crisi dell’amministrazione comunale. – Il Prefetto sottolinea l’intreccio di interessi economici di un amministratore il quale, oltre ad aver ricoperto una importante carica all’interno del consiglio comunale, svolge la funzione di sindaco in due società riconducibili alla locale cosca, di cui una sottoposta nel 2011 a sequestro preventivo da parte della Direzione distrettale antimafia”1

Insomma, dopo aver riportato vari esempi nel campo degli appalti di servizi e di quelli delle OO.PP., si conclude affermando che l’Amministrazione ha dato “prova, nei fatti e ancor più nel protratto e palese immobilismo, di un’interazione coi sodalizi criminali”.

1Le citazioni sono tratte dalle pagg. 8, 9, 10 della deliberazione n. 52/2018.

Dato il taglio di quest’articolo, faremo una rassegna della giurisprudenza di TAR e Consiglio di Stato limitata ai Comuni i cui Consigli nel periodo 1991-2018 sono stati sciolti con particolare riferimento ad alcuni di quei dieci Enti che nel medesimo arco temporale sono andati anche in dissesto o in riequilibrio finanziario.

Più specificamente ci riferiamo allo scioglimento dei Consigli di Crispano, Portici, Ottaviano, Liveri e Marano1.

Nella maggior parte dei casi analizzati i ricorsi o gli appelli al giudice amministrativo sono stati respinti e nelle argomentazioni sia dei ricorrenti che dei giudici spesso c’è un richiamo alla sentenza n. 103/1993 della Corte costituzionale pronunciata a seguito di un’ordinanza di remissione del TAR Lazio per dubbi di costituzionalità sull’allora art. 15 bis della legge n. 55/90.

Il giudice della cotituzionalità delle leggi respinse le obiezioni del TAR basate essenzialmente su tre punti: il riferimento troppo generico ai collegamenti “indiretti” con la criminalità organizzata, lo scioglimento dell’intero organo elettivo anche in presenza di collegamenti riguardanti soltanto alcuni amministratori, periodo eccessivamente lungo dello scioglimento.

Il centro delle argomentazioni della Corte riguarda il fatto che si tratta di una misura a “carattere sanzionatorio” “anche se caratterizzata da rilevanti aspetti di prevenzione sociale”, in sintesi, una “misura di carattere straordinario” e quindi si può giustificare l’affievolimento di alcuni diritti di chi viene colpito dalla misura come, ad es., la sufficienza di indizi invece di vere e proprie prove e rispetto alla lunghezza della durata dello scioglimento si sostiene che è in relazione all’esigenza di “evitare il riprodursi del fenomeno”.

Su quest’ultimo aspetto, il fatto che vari Consigli siano stati sciolti più di una volta genera più di qualche dubbio sull’efficacia della norma.

Successivamente, com’è noto, la giurisprudenza amministrativa ha aumentato il carattere “preventivo” della disposizione in commento abbandonando quello sanzionatorio cui l’ordinamento assicura maggiori garanzie.

Una volta “salvata” la costituzionalità della norma è abbastanza facile comprendere che i margini dei giudici amministrativi non sono stati molto ampi.

In più di una circostanza il ripetersi degli scioglimenti di alcuni Consigli ha comportato anche il ripetersi del ricorso agli organi della giustizia amministrativa come nei casi di Crispano e Marano.

Per il primo dei due Comuni citati nel ricorso contro il decreto di scioglimento dell’ottobre 2005 i giudici del TAR Campania di fronte all’osservazione dei ricorrenti di mancanza di vere e proprie “prove” attestanti la collusione dell’Amministrazione con la camorra sostengono che infatti si tratta di “valori sintomatici” in quanto si sta in un campo diverso da quello penale, rispetto all’altra obiezione che dopo il 93, con la legge sull’elezione diretta dei Sindaci, è cambiata la ripartizione delle competenze tra gli organi comunali con una trasformazione del ruolo del Consiglio si osserva che ciò non esclude le responsabilità degli organi elettivi nelle loro funzioni di indirizzo e controllo; nella successiva sentenza del TAR Lazio contro il nuovo dPR di scioglimento del gennaio 2017 si ribadisce il carattere preventivo e non sanzionatorio della norma.

Per certi aspetti più interessante quanto verificatosi nel contenzioso sugli scioglimenti del Consiglio Comunale di Marano del 2004 e del 2016.

1I riferimenti giurisprudenziali sono tratti dal sito avviso pubblico.it. Più precisamente per Crispano si tratta della sentenza del TAR Campania n. 1622 del 2006, della sentenza della Sezione VI del Consiglio di Stato n. 5948 del 2006 e della sentenza del TAR Lazio n. 3675 del 2018, per Portici della sentenza n. 3903 del 2003 del TAR Campania e della sentenza n. 3784 della Sezione V del Consiglio di Stato, per Marano della sentenza del TAR Campania n 16778 del 2004 e della sentenza n. 2327 del 2018 del TAR Lazio, per Ottaviano della sentenza del TAR Campania n. 1961 del 1998 e della sentenza n. 319 del 1999 della Sez. V del Consiglio di Stato, per Liveri della sentenza del TAR Campania n. 621 del 2001 e della sentenza n. 2615 del 2009 della Sezione IV del Consiglio di Stato.

Infatti, nel primo caso, il ricorso dell’allora Amministrazione Bertini viene accolto e quindi venne annullato il decreto di scioglimento.

Tra le motivazioni che portarono ad un esito positivo del ricorso si può leggere, tra l’altro, che “…i pilastri dell’argomentazione posta a base del provvedimento di scioglimento….non risultano adeguatamente legati tra loro, nel senso che la sommatoria di tutti questi elementi non si traduce in una sintesi conclusiva idonea a dimostrare che il governo cittadino che ha sconfitto alle elezioni il gruppo sostenuto dalla camorra sia caduto anch’esso in una condizione di soggezione e di condizionamento malavitoso tale da giustificare la misura estrema dell’azzeramento della scelta politica dei cittadini”.

Il ricorso contro lo scioglimento del 2016 è, invece, respinto. – In esso i giudici affermano che c’è carenza d’interesse da parte dei ricorrenti (Sindaco, Vice-Sindaco, Assessori e Consiglieri Comunali) che non ricoprivano più le loro cariche in quanto il Consiglio era stato sciolto in precedenza per le dimissioni dell’ex-Sindaco.

Particolarmente lungo il contenzioso che si apre sullo scioglimento del Consiglio Comunale di Portici nel 2002 su cui intervengono tre sentenze dei giudici amministrativi: una del TAR Campania e due del Consiglio di Stato.

Nella sentenza di primo grado i giudici – che respingono il ricorso -fanno riferimento a “rapporti collusivi” tra l’Amministrazione e un clan camorristico particolarmente attivo nella zona, l’appello al Consiglio di Stato viene accolto ma la Presidenza del Consiglio fa ricorso per revocazione e così viene revocata la sentenza favorevole ai ricorrenti e la Sezione V del Consiglio di Stato riconferma l’orientamento del TAR Campania,

Per Ottaviano e Liveri vengono respinti i ricorsi sia in primo grado che in appello con motivazioni simili ad altri giudizi.

  1. Conclusioni provvisorie

Se è vero che molto spesso ci troviamo difronte a fenomeni di collusione è altrettanto vero che l’attuale legislazione è impregnata da una logica punitiva verso l’intera comunità territoriale che non è accettabile, mentre sarebbe opportuno estendere la logica e i criteri della legge n. 44/19991 anche all’Ente locale sciolto per condizionamento mafioso perché l’Ente pubblico rappresentativo del territorio è altrettanto danneggiato e non soltanto le singole vittime o imprese dalle eventuali richieste estorsive o d’usura dei clan camorristici.

Ciò significa rafforzare quella tendenza normativa già esistente che mira ad estendere agli EE.LL. dei benefici nati per il settore privato, non a caso con un provvedimento normativo del 2016 s’è prevista la possibilità d’inserire nella definizione transattiva delle pretese dei relativi creditori da parte dell’Organo Straordinario di Liquidazione anche l’erario.

Un altro aspetto da tener presente è quello di un’estensione dell’uso sociale dei beni confiscati, ad es., non bisogna dimenticare che quello della Città Metropolitana di Napoli è un territorio, tra l’altro, ad alta tensione abitativa e un utilizzo di parte degli immobili confiscati per attenuare tale tensione sarebbe positivo e, quindi, da auspicare.

Infine elemento da non trascurare è come le organizzazioni camorristiche si posizioneranno (e in parte lo stanno già facendo) in seguito alle elezioni politiche del 4 marzo2 e quest’ aspetto rinvia inevitabilmente a quello della definizione delle mafie come “soggetto politico” che abbiamo richiamato in precedenza.

1La legge 23 febbraio 1999 n. 44 riguarda le “disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”.

2Nell’ambito metropolitano c’è il Comune di San Giuseppe Vesuviano che nel corso degli anni è stato sciolto due volte per condizionamenti di tipo mafioso dove alle ultime amministrative è stato eletto il primo Sindaco leghista

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