Riccardo Muti sublima Mozart

Magistrale direzione di Riccardo Muti, oggi irraggiungibile. Ad una così raffinata regia, si affianca un cast vocale di tutto rilievo

Entrare nel Teatro di San Carlo, vederlo stracolmo di un pubblico attento e desideroso di ascoltare una delle opere buffe (l’ultima) scritte da Mozart, “Così fan tutte“, lascia pensare quanto sia forte la voglia di ascoltare della buona musica, a dispetto dalla mancata diretta radiofonica e televisiva: un fatto, questo, assai dolente e da condannare con forza, riconoscendo una Bellezza musicale di altissimo valore, che è patrimonio di tutti e che tutti dovrebbero custodire nel proprio bagaglio culturale.

«Nel petto un Vesuvio d’avere mi par», canta Dorabella (libretto di Da Ponte) in una scenografia fatta di spazi ampi e luminosi, nei quali la regista Chiara Muti prende le distanze dalla classica visione oleografica di una Napoli da cartolina, che ha il vulcano alle sue spalle.

Al suo posto trova spazio un mare verticalizzato, senza prospettiva, che racchiude sulla scena una sorta di pseudo-claustrofobica macchina ingegnosa.

È un carillon, e al contempo un tourbillon, fatto di oggetti poveri ma efficaci: corde, vele bianche che si trasformano in bandiere, farfalle di carta colorata animate da giochi di canna, piccoli gozzi adagiati sul pavimento luminoso.

E ancora, i continui veli, sipari e siparietti, che con innesti di ombre cinesi trasportano i dialoghi e i recitativi delle scene in un doppio introspettivo di grande efficacia visiva. È un continuo gioco di teatro nel teatro, che tiene alta la tensione ritmico-visiva, in parallelo alla magistrale direzione di Riccardo Muti, oggi irraggiungibile.

Ad una così raffinata regia, si affianca un cast vocale di tutto rilievo: Maria Bengtsson, Fiordiligi, che eccelle nella coloratura e nelle agilità di sbalzo, venendo meno talune volte, però, ad un appoggio sicuro nei medio-gravi, come nell’aria “Come scoglio immoto resta”; Paola Gardina, Dorabella, che oltre ad avere un mezzo vocale di grande fascino, è un’attrice che completa il suo personaggio con una mimica del corpo di notevole interesse; Alessio Arduini, Guglielmo, dotato di prestanza fisica e voce baritonale tra le più interessanti udite in questo ruolo; Pavel Kolgatin, Ferrando, che sulla celeberrima aria “un’aura amorosa” mostra una bella voce e dei fiati coincidenti con l’agogica del difficilissimo pezzo, anche se tende a “innasare” troppo i suoni acuti; Emmanuelle de Negri, Despina, che oltre ad avere una sicura tecnica vocale (chiaramente udita nel travestimento Despina-Notaio), si muove sul palco come una navigata attrice goldoniana; Marco Filippo Romano, Don Alfonso, che è al pari della De Negri.

Colpisce fortemente lo spettatore, in questo straordinario gioco delle parti, la compagnia dei mimi, che, come già accennato, è in totale armonia con le difficili azioni di scena. Passando, invece, ad un’analisi più stringente dell’intera opera, possiamo affermare che si è assistito ad un capolavoro. Riccardo Muti ci ha donato una serata memorabile, riuscendo a trarre dall’orchestra, nell’organico originale, atmosfere e suoni che echeggiano fortemente la scuola napoletana, di cui Mozart era estimatore.

Su tutto voglio ricordare il quintetto del I Atto “Di scrivermi ogni giorno” (Fiordiligi, Dorabella, Ferrando, Don Alfonso, Guglielmo), dove l’opera viene sublimata, frutto di una scrittura intimista, crepuscolare e innovativa, che consegna la parola “addio”, cantata con sonorità astratta e sospesa, alle successive ipotesi musicali del melodramma dell’Ottocento.

Pino De Stasio

Sono un blogger, attivista politico, ascoltatore di musica antica e contemporanea, pacifista
Un commento

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  • Marco Palmolella
    3 dicembre 2018 at 16:11 - Reply

    Bravo, scrittura raffinata che rende partecipe anche chi non ha assistito allo spettacolo. Bravo.