Repubblica di Gibuti: imperialisti tutti eguali

Altro che aiuto a Paesi poveri, nella piccola Repubblica africana corazzate portaerei, droni e bombardieri, zero grano!

La repubblica di Gibuti è un piccolo paese africano, grande quanto una regione italiana, affacciato sullo stretto di Babel Mandeb che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano. Le sue coste distano solo 20 Km dallo Yemen nella penisola arabica. Gli abitanti, estremamente poveri sono pastori, pescatori ed operai nell’importante porto della capitale. Ma oltre agli ottocentomila abitanti, sono presenti numerosissimi militari di varie nazionalità: francesi, americani, italiani, cinesi e giapponesi. Infatti il paese è quello che ha una maggiore concentrazione di basi militari al mondo.

gibutiLa Francia, ex potenza coloniale con fortissimi interessi economici e politici su molti paesi africani, spesso in contrasto con USA, ma in rapporto con la Russia, ha conservato dal 1977 una base con presenza di esercito, marina, areonautica, cacciabombardieri e, recentemente, con droni. La base di Camp Lemonnier fu ceduta dalla Francia agli USA nel 2002 ed attualmente ospita Marines, forze speciali, caccia e droni. Pochi sanno che anche l’Italia dal 2013 ha una base a Gibuti che si estende su 7 ettari nel deserto, definita dai comandi militari “prima vera base logistica operativa delle forze armate italiane fuori dai confini nazionali. E’ di quest’anno sono arrivati i cinesi con la loro prima base militare all’estero: è la base di Tadjoura, sul mare difronte alla capitale: ospitando fino a 10000 uomini, sarà la più grande base militare straniera in Africa.

Potrà accogliere le grandi navi da combattimento che sta costruendo la Cina, avrà alloggiamenti di marina e dell’esercito e sarà completata da una base aerea. Infine anche il Giappone convertitosi recentemente al militarismo ed all’interventismo all’estero, aprirà una base militare a Gibuti, anch’essa prima base militare all’estero.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché tanto interesse di tutti a piazzarsi in quel deserto. Le risposte sono molteplici: la posizione geografica all’incrocio delle aree di guerra (Somalia, Yemen), il controllo dei traffici marini tra il Golfo Persico ed il Mediterraneo, il controllo della instabilità di tanti paesi africani da una posizione più stabile e sicura (a Gibuti non ci sono attualmente tensioni etniche o religiose) e forse anche per i prezzi bassi degli affitti pagati al presidente Omar Gelleh.

cvsmoevukaaadgsOra, a parte le bandiere che innalzano, gli interessi di quelle nazioni sono chiaramente imperialiste: accaparrarsi materie prime africane di primaria importanza nelle tecnologia d’avanguardia, accaparrarsi la terra da coltivare, ottenere le commesse per le grandi opere. Sembra impossibile, ma la Cina dopo aver ripristinato la ferrovia Addis Abeba – Gibuti ha messo sui treni controllori cinesi a controllare i biglietti.

In conclusione Gibuti dimostra come è sbagliato concentrare le proprie battaglie contro un solo imperialismo, quello americano e pensare che le potenze imperialiste che lo fronteggiano possano avere un ruolo positivo. Non c’è la necessità di schierarsi nei contrasti tra gli stati come in un giochino elettronico, ma c’è da schierarsi con chi subisce la violenza di tutti gli imperialisti e dei capitalisti che li armano. A Gibuti io mi colloco dalla parte dei pastori che trovano le recinzioni militari nei pascoli, dei pescatori che corrono il rischio di essere sparati perché supposti pirati e dei contadini etiopi che non pagano il biglietto al controllore cinese.

Un commento

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  • Nicola Vetrano
    23 novembre 2016 at 22:00 - Reply

    Troppo facile i parallelismi, alla fine, se pagano per ricostruire la ferrovia, è naturale che vogliano perlomeno, coi biglietti, rientrare dell’investimento, i cinesi.
    Altra cosa sono le basi militari.