Raccconti: Profumo di rosa

Nuova novella per CantoLibre del poeta palestinese Mahmoud Suboh, la fiaba di una gatta parlante che si fa maestra di vita

Riceviamo e pubblichiamo di: Mahmoud Suboh

Attendo la notte con ansia, è il mio rifugio. Sedermi nel cortile a spiare la notte violentata dalla luce dei lampioni, al posto delle candele o delle lanterne, la luce fastidiosa di questi lampioni a ricordarci che è notte e che per giunta è brutta! Invece immaginate una notte illuminata dalle candele o dalle lanterne…che magia.

Ma lasciamo perdere questo, ho messo l’anima in pace e cerco di trovare ancora quella magia e poesia perse, anzi mi siedo nel cortile, approfittando del silenzio della notte proprio per cercare i versi viaggianti senza rumore, accarezzarli e cercare di comporre una poesia o un pensiero che mi faccia sentire un po’ di pace e colmare la nostalgia della mia terra.

Ma appena apro la porta, appena metto piede nel cortile, ecco che la gatta si presenta, miagola e si striscia sulle mie gambe, e se il tempo è buono ed io mi siedo sulla sedia, lei è già lì, sopra il tavolo, accanto al bicchiere di birra e a miagolare come dire: “Ci sono anche io!” Se faccio finta di non vederla, allunga la sua zampa e cerca di toccarmi per richiamare le mie attenzioni! E se lascio fare e mostro un po’ di tenerezza nei suoi confronti, non tarda a saltare come un buon felino nel mio grembo.

Certe volte sono distratto dai miei pensieri o dalla fatica del giorno, e vorrei solo stare solo, allora ecco che la sua presenza, ed il suo miagolare mi infastidiscono e cerco di farla star zitta, le verso un po’ di crocchette nella scodella o una bustina per gatti, così sta un po’ zitta e mi lascia con la mia solitudine.

La mia gatta è tutta curiosa, sembra una signora, una gatta di classe, ho notato che quando ci sono delle crocchette infila la testa con delicatezza e finezza nella scodella e mangia, per la verità, quattro o cinque bocconcini e dopo si ferma, si guarda intorno, scruta nel cortile di fronte e si sposta, magari saltando sul tavolo in attesa che io muti umore! Ma quando le metto una bustina di carne allora mangia con la zampa, prende un pezzo alla volta con la zampetta come fosse una forchetta, e se lo porta alla bocca! Si lecca la zampetta e con calma un altro bocconcino, e così per cinque o sei volte, sin quando la signorina è tutta bella sazia, poi uno sguardo intorno, uno sguardo al cortile di fronte, un piccolo giretto, uno sguardo al sottoscritto, come se studiasse la mia faccia, e se promette bene, eccola bella comoda sul tavolo in attesa di attenzioni o semplicemente si siede e raramente si stende beata e mi appare soddisfatta.

Era seduta sul tavolo accanto a me, io sorseggiavo un bicchiere di birra e cercavo nel fumo della mia sigaretta e nel silenzio della notte di acchiappare qualche verso viaggiante, un’idea o semplicemente sentire un profumo magari di qualche pompelmo della mia terra.

Era seduta come fosse la regina Cleopatra, con la testa sollevata e lo sguardo dritto al cortile di fronte, una casa in costruzione con un cortile ancora in elaborazione, strumenti di lavoro e cinque piante di ulivo cariche di olive che sembravano perle sotto la luce dei lampioni. Anche io guardavo lì, cercavo qualcosa che mi desse una mano per comporre i miei versi, il racconto…e lei cosa cercava? L’odore di un topolino? O si stava semplicemente godendo il silenzio della notte con quasi indifferenza e superiorità?

«Hai trovato ciò che cerchi?».

Sentii un brivido per la schiena, guardai intorno per capire da dove proveniva quella voce, controllai la porta, nel caso fosse magari entrata la mia compagna. Niente, eravamo soli; la mia gatta ed io a scrutare il cortile.

«Non mi rispondi? Cosa vorresti vedere?»

«Sei tu che parli? Ho sempre avuto l’impressione che tu fossi una donna… Come mai sei finita nel corpo di una gatta? E come mai hai scelto questo cortile, e da dove vieni?» «Fermati, fermati un attimo, io sono solo una gatta, e se una volta sono stata una donna o un uomo, boh non saprei. Sono una gatta nata, credo, in questo quartiere, il vostro cortile era aperto, ci vuole poco o niente a saltare questo recinto, tu mi hai offerto ospitalità… ed eccomi qua a condividere con te le notti ed i giorni»

«Che strana la vita amica! Io pensavo di essere sempre solo sotto le stelle di questo cortile, ti vedevo ma ero anche solo…»

Ha sollevato la testa come se avesse notato qualcosa, la seguivo nei movimenti e nello sguardo, ma non vidi niente, solo piante e raggi frantumati dai rami degli alberi, una finestra ed una porta senza rivestimento in attesa della mano di un uomo per donarle la giusta intimità e nasconderla agli occhi indiscreti.

«Guarda che bel verso colorato che sta passando, eccolo…si è posato su quel ramo» «Verso colorato? Non lo vedo»

«é lì, su quel secondo ramo della terza pianta»

Mi sforzai di vederlo, osservavo il gioco dei raggi che generava una sorta di ragnatela, e chiesi: «Perché è così colorato?»

«Perché è un verso vivo, è pieno di gioia che nasce dal dolore…» «La gioia che nasce dal dolore!»

«Si fratello. Ti ricordi quando hai imparato a camminare? Cadevi spesso, una volta dolore al sedere, altre volte un bernoccolo in testa…ma ti alzavi sempre, volevi camminare a tutti i costi, volevi correre come i grandi…era il momento per affrontare un’altra sfida nella vita. È lo stesso per chi ha scritto questo verso: non ha accettato la sconfitta, ed anzi si è reso più forte di essa e direi più deciso che mai a voler colorare la propria esistenza, arcobaleno il suo pensiero»

«Quindi il dolore porta gioia?»

«Non ho detto questo, ho detto che possiamo trarne insegnamento, rialzarci con gioia, accettarlo come passeggero, e questo accade quando abbiamo una meta, un obbiettivo, un traguardo da raggiungere. La vita è piena di motivi per vivere.»

«Nella mia terra la gente muore, l’hanno rinchiusa in una gabbia, il nemico ci ha persino rubato il pompelmo e il falafel.»

«Nella tua terra invece la gente nasce e vive, le hanno rubato il pompelmo dagli alberi ma non dalla pelle nè dal cuore. La tua gente è viva perché vuole vincere sul male, perché vuole ritornare a cantare, la tua gente resiste trasformando il dolore in gioia in attesa di poter restituire a quella terra il suo onore.»

«Tutte queste guerre! Tutti questi morti!»

«Quante sorelle e fratelli gatti sono morti sotto le bombe? Quanti animali innocenti? Mondo di stupidi e uomini ignobili, ma come vedi noi siamo qui, seduti a chiacchierare assieme e a goderci quest’ebrezza».

Un attimo di silenzio, il tempo di versare un bicchiere di birra e di accendere una sigaretta…

«Guarda quella nota danzante…senti che musica, lasciati andare al ritmo celestiale della vita…Ah voi umani, avete perso il saper ascoltare con il cuore! Chiudi gli occhi e ascolta». Chiusi gli occhi, sentii un flauto suonare una nota malinconica, ma allo stesso tempo questa infondeva amore e vita, e senza accorgermi stavo danzando nella sedia… abbracciando ogni onda di venticello che mi sfiorava la mente.

«Senti che bello! La musica come i versi; volano, camminano, nuotano… Non c’è un muro che li possa fermare. Note e versi di gente diversa… di gente uguale ma che non lo saperché è divisa da un muro; pregiudizio e ignoranza. Basterebbe aprire il cuore, accompagnare la musica nel suo cammino.»

«Dove hai imparato tutto questo?»

«Sono qui seduta con te a fumare il tuo fumo, a sentire il silenzio della notte con te… ma stamane ho fatto un giro nel quartiere, si… mentre tu eri al lavoro. Alcuni mi cacciavano a sassate, altri a calci, qualcuno addirittura ha minacciato di spararmi, ma altri mi offrivano acqua e pane, altri carne, cibo a volontà e coccole a non finire.»

«Ma noi siamo come quella foglia secca, quella senza vita accanto a quella pietra, pure lei senza vita.»

«Senti che venticello, guarda adesso quella foglia, guarda come danza con il vento.» «Io vedo solo una povera foglia sballottata e schiaffeggiata dal vento…»

«No, sta danzando felice. Sarà il nutrimento della terra, è grazie a lei che potranno nascere tanti fiori e tanta bella allegria, e quella pietra potrà edificare un palazzo o cacciare un malintenzionato».

Aveva una risposta ad ogni mio lamento, ad ogni mio pensiero, seduta come una regina a farmi compagnia…

«Acchiappa quel verso, è davanti a te, vediamo cosa vi è scritto.»

Senza pensare, allungai la mano ed afferrai un verso volante. Sentivo una sensazione di freschezza nel mio pugno e del formicolio, come se qualcuno mi stesse facendo il solletico. Aprii la mano, e sul palmo vidi delle lettere che cercavano di posizionarsi in ordine, ognuna cercava il suo posto senza rissa, ma con allegria e grazia.

«Leggi, cosa sta scritto?». Sono un fiore, Mi chiamo Rosa Sono nata da mille pollini, portati dal vento di mezzo mondo Sono rosa, simbolo dell’amore e della bellezza.

Sono figlia di questa terra, non calpestatemi per prepotenza accarezzatemi con gentilezza e delicatezza. Petali di seta il mio vestito, profumo di passione e di essenza. Ma, ma anche di spine pronte a graffiare all’occorrenza.

Mi guardai intorno meditando su quanto avevo appena letto, al posto dei lampioni comparvero fiammelle di candele danzanti e lanterne d’altri tempi.

Chiesi alla mia gatta: «Hai visto quanta magia! Ma secondo te. questa poesia è stata scritta da una donna o da un uomo?».

Ma la mia gatta si era beatamente distesa ora, come una sirena che prende i raggi della luna, e nuota in un mare di stelle.

Vidi la poesia salutarmi e sussurrare: «Ho ancora un lungo viaggio da fare». Nella mia mano rimase solo un profumo di rosa e la freschezza della seta. e nel mio cuore una bella poesia regalatami da un fiore nel cuore della notte.

Allungai la mano per accarezzare la signora saggia. ma avevo paura di svegliarla e rovinare il suo meritato riposo.

Mi alzai attento a non fare rumore, entrai in casa con un passo felino… mi infilai nel letto, abbracciai il respiro calmo di chi accanto a me stava già dormendo, e mi consegnai al sonno, fra il profumo e la seta, come un bambino nel grembo di una rosa

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