Quei versi di Neruda, il Pci e i valori della sinistra

José Goñi ricostruisce la storia di “Los Versos del Capitán”, poesie dedicate da Neruda a Matilde Urrutia, pubblicate a Napoli a cura del critico Paolo Ricci

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Antonio Grieco

Perseguitato dal dittatore cileno Gabriel Gonzàlez Videla e costretto, in modo rocambolesco, a fuggire dal proprio paese, Pablo Neruda, poeta e deputato comunista, alla fine degli anni Quaranta riesce a raggiungere l’Europa, prima Parigi, dove partecipa al Congresso della Pace mondiale e, successivamente, Roma e Napoli, le città dove incontra i dirigenti del Partito comunista italiano e alcuni tra gli artisti e scrittori  più noti del tempo, come GMassimo Caprara, Antonello Trombadori, Mario Alicata, Elsa Morante, Renato Guttuso, Carlo Levi, Gaetano Macchiaroli; a Napoli Neruda sarà ospite, a Villa Lucia, del critico e pittore comunista Paolo Ricci che diventerà suo amico ed attento studioso e divulgatore della sua opera.

Questa vicenda umana e politica non priva di clamorosi colpi di scena – Neruda è costantemente sorvegliato  da alcuni poliziotti inviati in Europa dal governo cileno – è ben raccontata nel libro “Pablo e Matilde. I giorni dell’esilio”  (Nova Delphi) di Josè Goñi, politico e diplomatico cileno. Il testo, frutto di una lunga ricerca,  ricostruisce il periodo in cui il poeta cileno, sposato con Delia del Carril, è, tra il 1950 e  il 1952, in Italia e a Capri scrive “Los Versos del Capitán”, le poesie dedicate alla sua amante, la cantante Matilde Urrutia.

Colpisce il contesto storico-sociale in cui si svolge la storia del rifugiato Neruda.

L’Italia in quel periodo è infatti attraversata da profonde tensioni sociali e politiche, accresciute certamente dalla Guerra fredda, ma dovute principalmente a un governo italiano che si distingue per le sue scelte conservatrici e per i suoi orientamenti antioperai funzionali al capitalismo e subalterni agli interessi americani.

In molti settori della vita sociale e civile sembra così essere sbalzati di colpo negli anni del fascismo. Soprattutto nel sud nulla è cambiato: Napoli e il Mezzogiorno sono allo stremo, tra miseria, fame, disoccupazione. L’emigrazione di massa dalle terre del sud sembra l’unica via di salvezza per sfuggire a questo tragico destino.

Sono anni bui ma anche anni di grandi speranze per il movimento operaio italiano che lotta per contrastare il tentativo della destra reazionaria – iniziato con l’eccidio di Portella della Ginestra del 1947 e poi proseguito con l’attentato a Togliatti e la Legge truffa del 1953, di assestare il colpo definitivo e mortale al Partito Comunista Italiano che era stato protagonista della lotta di resistenza al nazifascismo.

Non tutti questi riferimenti sono presenti nella ricostruzione di Goñi e qualche vuoto storiografico non aiuta a comprendere sino in fondo quanto le lotte del movimento operaio e la stessa azione del PCI, pur tra le  ombre staliniane del suo apparato organizzativo e politico, abbiano contribuito in quegli anni a difendere la democrazia italiana: basti dire, solo per citare qualche dato, che  nel solo 1948 17 sono i lavoratori uccisi dalla polizia di Mario Scelba, centinaia i feriti, e circa quindicimila gli arrestati. Sono dati davvero impressionanti che dovremmo sempre avere ben in mente per ricordarci che nessuna equidistanza è possibile, come talvolta viene adombrata dalla vulgata revisionistica, tra le vittime – i lavoratori e il movimento operaio italiano – e i carnefici, le forze che in quegli anni governano e hanno il potere di decidere della vita degli uomini.

Pur con qualche limite, tuttavia, alcune pagine di “Pablo e Matilde”, proprio da un’angolazione storico-politica sono a nostro avviso particolarmente esemplari, soprattutto quando riferiscono il dibattito interno al Partito Comunista italiano; è il caso ad esempio dell’incontro di Neruda (accompagnato da Massimo Caprara)  con Togliatti nello studio di Botteghe Oscure, dove il poeta, nel religioso silenzio degli altri dirigenti del partito presenti alla riunione, racconta il dramma del suo paese sostenendo che “nel Parlamento, dove fummo messi fuori legge, si sono preoccupati di utilizzare un processo costituzionale per commettere una incostituzionalità, oltre che un atto di altro tradimento e sommamente immorale”. Togliatti vede nella dettagliata  informativa dell’esule cileno una qualche analogia con la situazione italiana e spiega la scelta dell’autonomia e la prudenza politica dei comunisti italiani chiarendo che per uscire dalle conseguenze della guerra il suo partito è entrato a far parte di governi di unità nazionali :“fragili, però necessari”.

La parte più interessante del racconto di Goñi è, però, quella che riguarda la vita privata di Neruda, soprattutto quella che descrive il suo soggiorno caprese e la nascita delle sue poesie, “Los Versos del Capitán”, ispirate da Matilde Urrutia.

Per riandare al periodo vissuto a Capri dal poeta cileno, occorre però premettere che dopo l’incontro con Togliatti e dopo  l’eccezionale mobilitazione di un folto gruppo di intellettuali e di artisti italiani che hanno costretto il governo italiano a ritirare il vergognoso decreto di espulsione dal nostro paese emesso nei suoi confronti, Neruda ha solo il desiderio di incontrare Matilde e di liberarsi dalle eccessive attenzioni dei compagni comunisti che lo seguono dovunque per difenderne l’incolumità.

Quando finalmente si ricongiunge con Matilde, dopo alcuni mesi trascorsi a Roma visitando con lei  monumenti e musei e partecipando anche con un certo interesse alla vita culturale della città – egli avverte, come un insopprimibile bisogno di libertà, la necessità di vivere in Italia un periodo di tranquillità in un luogo appartato, lontano dai riflettori dei media e dalla diretta partecipazione alla vita pubblica. Così un giorno confida a Matilde che ha chiesto ai suoi amici napoletani, Sara e Mario Alicata e probabimente anche a Ricci, di aiutarlo a trovare una casa a Capri dove poter soggiornare in pace per alcuni mesi. Non molto tempo dopo, nel gennaio del 1952, i due amanti raggiungono Napoli dove li attendono alcuni compagni comunisti – tra cui, oltre agli Alicata, Gaetano Macchiaroli e Paolo Ricci cui si sono già da tempo molto legati; quest’ultimo,  soprattutto, lo ha già ospitato, già nel 1950, con sua moglie Delia del Carril, a Villa Lucia, nello stesso studio dove si ritrovarono, nel corso degli anni, personalità del mondo della cultura internazionale, come Paul Eluard, Stephen Hermlin, Joris Ivens, Nicolàs Guillèn, Max Ernst; un rapporto di profonda amicizia, quello tra Ricci e Neruda, confermato, tra l’altro, recentemente, da un prezioso racconto autobiografico di Gioia Ramaglia Ricci – figlia di Piera Guarino, moglie dell’artista critico – che ricorda un Natale in cui il poeta ospite del pittore nell’abitazione di Parco Grifeo, quando entrò in casa e vide l’albero di Natalecominciò a staccare  le palline d’argento dall’albero e a tirarle sui muri dove capitava” (Gioia Ramaglia Ricci, Lessico sentimentale. Quella volta che Pablo Neruda…” (Kairòs).

Il rapporto che legò Ricci a Neruda è anche testimoniato da un interessante epistolario pubblicato nel 1980. Ma ciò che è per molto tempo rimasto nell’ombra, e che il libro ha invece il merito di aver messo bene in luce, è il ruolo determinante che assunse l’artista critico napoletano, acuto esegeta del teatro di Viviani e di Eduardo, nella decisione di pubblicare in modo anonimo i versi del poeta cileno, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1971.

La decisione di editarli viene presa un giorno a Capri quando, Ricci, gli Alicata e il pittore Giuseppe Zigaina, fanno visita a Neruda nella abitazione che Edwin Cerio, intellettuale e mecenate caprese,  gli aveva messo a disposizione, e dove con Matilde vive momenti di grande felicità incantato non solo dalla  magica bellezza dell’isola, ma anche dalla semplicità dei capresi con cui la coppia stabilisce  un immediato e caldo rapporto umano.

In quella occasione, durante il pranzo, Matilde lesse alcune poesie di Neruda a lei dedicate. E quasi immediatamente Ricci intervenne sostenendo “con fermezza” che quei versi così belli andavano assolutamente pubblicati. Neruda però non è d’accordo, perché una eventuale pubblicazione col suo nome in copertina avrebbe offeso sua moglie Delia, che si trovava a Parigi impegnata nelle correzioni delle bozze del suo Canto General e non era al corrente della sua relazione con Matilde.

E allora fu sempre Ricci, con la condivisioni di tutti i convenuti, a trovare la soluzione giusta. I versi saranno pubblicati anonimi, a sua cura e con una sottoscrizione tra un ristretto gruppo di artisti e intellettuali italiani vicini alla sinistra. E così fu. Ricci riuscì a portare a termine il volume – che sarà rieditato nel 2002 con gli stessi caratteri tipografici della prima edizione – scegliendo per la pubblicazione, con la collaborazione del bravissimo tipografo napoletano Angelo Rossi, una preziosissima carta d’Amalfi e splendide immagini  del mondo classico.

Tra i sottocrittori figurano, tra gli altri,  i grandi amici scrittori di Pablo (Ilya Erremburg, Stephen Hermlin, Jorge Amado, Nazim Hikmet, Salvatore Quasimodo), i più importanti dirigenti dei partiti socialisti e comunisti italiani (Palmiro Togliatti, Francesco De Martino, Gerardo Chiaromonte, Antonello Trombadori, Pietro Ingrao, Giorgio Napolitano, Mario Alicata), alcuni tra i più noti artisti e scrittori italiani del tempo (Luchino Visconti, Renato Guttuso, Carlo Levi, Giuseppe Zigaina, Renato Caccioppoli, Carlo Bernari), smentendo – scrisse Ricci molti anni dopo rievocando quegli anni – “quanto aveva insinuato Giovanni Ansaldo sul “IL Mattino”, e cioè che noi “corregionari” di Neruda non conoscevamo le sue opere né ci saremmo impegnati a pubblicarle” (Paolo Ricci, “Una presenza significativa nella Napoli del dopoguerra”, in “Pablo Neruda. Napoli Capri 1952/1979”, Cooperativa Editrice Sintesi, 1980).

Questa nota di Ricci non è presente nel volume ma abbiamo inteso ugualmente farvi cenno per sottolineare l’aspetto a nostro avviso più emblematico e allusivo del libro di Goñi. Quello che indirettamente rimanda a un tempo, di cui purtroppo restano solo poche tracce, in cui il mondo della sinistra (non solo in Italia) costituiva una comunità aperta che si distingueva per quei legami di fraterna solidarietà che riusciva a stabilire con tutti coloro, artisti, scrittori, uomini semplici che erano costretti a fuggire dai loro paesi per sottrarsi alle violenze e alle persecuzioni dei loro governi. Da questo punto di vista il racconto di Goñi su Pablo e Matilde, oltre che una bella storia d’amore, ci è sembrato una bella  lezione di  umanità, di libertà e di politica (con la P maiuscola)  da tener presente per ricostruire i valori fondativi di una nuova sinistra.

 

 

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