Quale scienza traccerà il percorso verso la sostenibilità?

La deriva riduzionista e neo-liberista di una parte degli accademici è un serio ostacolo allo sviluppo delle conoscenze per raggiungere la sostenibilità

Qualche mese fa una studentessa mi ha posto la seguente domanda: qual è il contributo della scienza per sviluppare le opportune conoscenze per garantire all’umanità di attuare le giuste strategie per raggiungere gli obiettivi della sostenibilità? La mia risposta è stata immediata e senza esitazione: smettere di fare altri guai. Ci tengo a rassicurarvi, la mia non è una posizione anti-scientifica; come potrei dal momento che sono un uomo di scienza (o almeno mi illudo di esserlo). La mia risposta voleva e vuole sottolineare che l’attuale scienza, così come è ampiamente diffusa tra gli addetti ai lavori, sta manifestando molte criticità nell’affrontare le complesse questioni che si stanno sollevando a causa della sostenibilità dell’attuale stile di vita di gran parte dell’umanità.

A questo punto mi tocca definire la scienza; compito arduo a causa degli ovvi motivi di spazio che mi inducono ad essere sintetico. Spero quindi di non danneggiare il palato fine dei lettori che padroneggiano l’epistemologia. Posso definire “la scienza” come il continuo tentativo dell’essere umano di sviluppare “conoscenza”. La conoscenza è l’insieme delle informazioni ottenute attraverso l’esperienza e l’apprendimento ed ha sempre rappresentato per l’uomo il tentativo di comprendere, controllare e trasformare l’ambiente in cui vive, generando anche i presupposti per le relazioni umane.

Quindi, la “scienza” ha sempre accompagnato l’essere umano lungo la sua escursione temporale nel pianeta in cui vive. La “scienza” che oggi è ampiamente riconosciuta dalla percezione della collettività, che alcuni definiscono come “Normal Science”, è quella modellata sulla fisica newtoniana. Una forma di sviluppo della conoscenza basata sulla semplificazione del sistema analizzato, sullo sviluppo di tecniche e metodologie di “misura” dei parametri considerati “importanti” dall’analizzatore. Gli attuali modelli socio-economici sono modellati sulla fisica newtoniana e quindi padroneggiati e controllati dalla razionalità umana, da una drammatica semplificazione e dal fatto che l’attuale modello di “politica basata sull’evidenza” si abbandona al sogno cartesiano. Prima che la scienza assumesse queste connotazioni metodologiche era “retorica”. Oggi, alla luce del fatto che l’umanità lotta contro le complessità della crisi attuale, mettendo in pericolo la legittimità dei sistemi socio-economici esistenti, notiamo un ritorno alla retorica.
Insomma: come mai sul paradigma della sostenibilità e sugli immensi argomenti che lo caratterizzano “scienziati” o studiosi che applicano “il metodo scientifico” esprimono posizioni diverse? Stanno osservando lo stesso sistema? Come lo stanno osservando? Ai due lati del tavolo della retorica abbiamo, da un lato, gli “scienziati” che hanno una percezione realistica e che mostrano profonde preoccupazioni sui fatti. Questi propongono soluzioni forti e repentine per guidare i sistemi socio-economici verso strategie sostenibili. Per tale motivo sono definiti profeti di disgrazia (prophets of doom). Le loro soluzioni rappresentano una “uncomfortable knowledge” che di fatto viene rimossa dalla narrativa politica e sociale, soprattutto per garantire le aspettative dei cittadini che sono sempre alla ricerca di risposte decise ed ottimistiche da parte della scienza. Il loro approccio analitico è sistemico, olistico, multidimensionale, multilivello e multidominio. Dall’altro lato del tavolo ci sono quelli che io chiamo i cornucopians 2.0. Sono un aggiornamento dei cornucopians classici che erano rappresentati principalmente da scienziati economisti con una visione ottimistica sulle possibilità del pianeta di garantire ai sistemi socio-economici umani una crescita illimitata. L’aggiornamento ha consentito di inserire nel gruppo una vasta pletora di “scientisti tecnicisti” che dichiarano (o millantano) di avere la soluzione tecno-scientifica per aiutare l’umanità ad affrontare le sfide della sostenibilità. Costoro sono caratterizzati dall’approccio scientifico classico newtoniano.

Forte di questo preambolo, ritorno sulla secca risposta che ho dato alla studentessa. Cosa mi ha indotto a dare quella risposta? La consapevolezza dei fatti che vede nella scienza uno strumento che ha il potere di fornire fatti spassionati per giudicare le controversie. La scienza è diventata quindi vittima di una domanda eccessiva da parte di una società sempre più attenta ed esigente, che vuole e pretende elevate aspettative. La scienza non è un’entità dotata di vita autonoma, la scienza è il frutto della speculazione umana ed è realizzata da uomini, con il loro bagaglio di debolezze umane. Quindi non bisogna diffidare della scienza ma degli scienziati che hanno perso la percezione epistemologica, metodologica, etica e deontologica del loro lavoro. La deriva riduzionista e neo-liberista ha generato una perversa cultura negli ambiti dove si realizza la scienza (Università, centri di ricerca pubblici e privati). Dall’altro lato c’è la scienza, che ormai da diversi decenni, forte del pensiero Cartesiano, si sta elevando a fede. Si avvolge così di un mantello di presunzione che alcuni definiscono scientismo (Ian Hutchinson).

La scienza non deve essere fede, la scienza deve essere ignorante. Lo scientismo può essere agnogenico, vale a dire che rischia di produrre non conoscenza (Robert N. Proctor). La scienza deve essere ignorante perché solo la consapevolezza dell’ignoranza può indirizzare la scienza a sviluppare gli opportuni metodi di conoscenza, soprattutto alla luce dei profondi e rapidi cambiamenti ambientali e socio-economici in atto. Quindi la scienza ignorante deve avere una solida base epistemologica, aspetto che invece non sembra essere scontato per gli scientisti.

Nei “salotti buoni” dove si tenta una proficua critica e valutazione della scienza è in atto da qualche decennio un illuminato dibattito su questa deriva. Questo dibattito discute quindi dei rischi di una scienza vittima del proprio successo che per un periodo ha goduto di una crescita esponenziale ma che adesso affronta una fase di senilità che non gli consente di affrontare nella giusta maniera le complesse sfide della sostenibilità. Già nel 1963, Derek J. de Solla Price, considerato il padre della scientometria, nel suo libro ‘Little Science, Big Science’ profetizzava una scienza che a seguito della sua crescita esponenziale ne avrebbe compromesso la sua qualità, epistemologica ed etica.

Lo scienziato, vale a dire colui che per conto della “società” è stato investito nel ruolo di sviluppare la conoscenza, attua il suo processo analitico attraverso la costruzione di modelli, che sono la rappresentazione di un fenomeno, di un processo o di un sistema che intende analizzare e comprendere. Per necessità, analitica e di interpretazione del sistema, i modelli sono inevitabilmente delle semplificazioni della realtà. Come avrebbe detto lo statistico britannico George Edward Pelham Box: tutti i modelli sono sbagliati ma alcuni sono utili. Molti scienziati, vittime di un vuoto epistemologico, tendono a strutturare complessi modelli matematici prima ancora di strutturare un robusto modello analitico del sistema che si sta osservando.

Dietro un esperimento, uno studio, ci possono essere diverse criticità che si trascinano lungo il percorso che dovrebbe portare ad una conoscenza socialmente utile: (i) una cattiva narrativa; (ii) una forzatura per una ricerca applicata per accedere ai finanziamenti; (iii) un cattivo disegno sperimentale e statistico; (iv) eccessiva specializzazione; (v) debolezze etiche condizionate dalla logica della “publish or perish” (pubblica o muori) e della “funding or famine” (finanziamento o carestia). La scienza è quindi un’altra vittima dell’’ideologia neoliberale e della mercificazione della ricerca che cambia la scienza da processo di produzione di conoscenza per la collettività ad impresa sociale il cui apparato di controllo della qualità soffre nelle mutate condizioni della tecnoscienza. Il fluire di queste criticità dovrebbe essere arginato dalla diga selettiva dell’editoria scientifica, che dovrebbe garantire una accorta selezione. Di fatto questo non avviene. Da un lato c’è il mercato dell’editoria scientifica che ha avuto negli ultimi anni una crescita quasi esponenziale, ad oggi si contano più di 30.000 riviste scientifiche. Dall’altro esiste un sistema autoreferenziale di valutazione dei risultati scientifici che è viziato da “un main stream” degli scienziati che valutano positivamente solo quello che conoscono ma non il “nuovo”. Infine i problemi di perdita di etica professionale sono sempre più evidenti. Uno studio del 2012 condotto da Fang ha evidenziato che nel campo della ricerca biologica e biomedica, la percentuale di articoli scientifici ritirati sono aumentati di 10 volte dal 1975, e il 67% era dovuto a cattiva condotta dei ricercatori. La Springer, una delle più titolate case editrici scientifiche, ha ritirato ben 107 lavori scientifici pubblicati nel 2016 dal giornale Tumor Biology perché viziati da fasulle revisioni architettate dagli stessi autori dello studio. La prestigiosa rivista Nature ha recentemente dichiarato che una cattiva condotta nella ricerca non è più un’opzione ma una realtà di fatto. La logica della “publish or perish” e della “funding or famine” sta inducendo a comportamenti etici senza precedenti. Se una massa critica di scienziati diventa inaffidabile, si rischia un punto di non ritorno, soprattutto nel rapporto di fiducia tra scienza e società.

 

Angelo Fierro

Ricercatore Ecologia Unina
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