PUTTANE E BORDELLI NEL BASSO MEDIOEVO

Postriboli, bagni pubblici e bordelli privati: i luoghi della prostituzione medievale

 

Contro l’immagine, purtroppo comune, di un Medioevo buio ed arretrato, qui proponiamo uno spaccato di storia bassomedievale inaspettato: documenti e testimonianze mettono in luce un pezzo di storia della prostituzione che ci svela una società passionale e carnale; letteralmente vengono così cancellati i pregiudizi che abbiamo su un’età, la quale invece si mostra per molti versi meno timida ed ipocrita della nostra.

Nel basso Medioevo, in parte a causa del dilagare della povertà, molte ragazze vagabonde andavano di villaggio in villaggio ad accrescere il gruppo delle prostitute; esse regolavano la loro attività sul calendario delle fiere, dei pellegrinaggi e dei grandi lavori agricoli: talvolta i braccianti e gli uomini di fatica che conducevano vita in comune mantenevano, per alcuni giorni o settimane, una donna della quale condividevano i favori; i mercanti tedeschi che si recavano alle fiere di Lione avevano l’abitudine, secondo numerose testimonianze, di portarvi delle puttane con cui avevano compiuto il viaggio. Ma se in ambito rurale il fenomeno della prostituzione appare ben fiorente,è nelle città che esso si diffonde maggiormente e si istituzionalizza. Nelle città della Francia del sud la costruzione di un prostibulumpublicum –  più comunemente detto bordello –  era infatti affidata alle autorità pubbliche, principesche o municipali: il postribolo, costruito a spese della collettività, era dato in affitto ad una “abbesse” – badessa, una ragazza comune o una prostituta, che poteva anche essere sposata – o ad un tenutario. Essi avevano il compito di reclutare le ragazze (poi accettate o rifiutate da funzionari di giustizia), di far loro rispettare  le regole del mestiere, di badare a che il lupanare non diventasse una casa di giochi o un covo di malviventi. L’organizzazione materiale variava, invece, a seconda dell’importanza e della grandezza della città: il quartiere caldo di Avignone, ad esempio, si articolava attorno a una piccola piazza alberata su cui si affacciavano le camere. Le prostitute pubbliche potevano adescare i loro clienti nelle taverne e in altri luoghi anche in pieno giorno, ma dovevano condurli in una “casa chiusa” dove si faceva baldoria; la cucina per il tenutario era, tra l’altro, un’altra attività assai redditizia.

Nelle grandi città non si trovava soltanto il bordello pubblico, ma esistevano altre tipologie di case di tolleranza che attestano diversi livelli di prostituzione: i bagni pubblici – le cosiddette étuves – servivano anche come postriboli, nonostante le numerose leggi che vietavano di ricevere in questi luoghi le prostitute. Tutti i bagni erano forniti di cameriere, di camere e di forniture da letto, oltreché delle consuete vasche e caldaie. Anche in questo caso i proprietari erano spesso autorità o personaggi in vista che non esitavano a riscuotere i ricchi proventi dagli affittuari tenutari di étuves. Esisteva poi una prostituzione artigianale, per così dire, che si praticava in piccoli bordelli privati gestiti da tenutarie. Queste ultime fungevano da mezzane e disponevano in casa propria, dove ospitavano direttamente i clienti, di un paio di cameriere o donne fatte venire per l’occasione; vi erano poi ragazze che lavoravano in proprio, andando da una sede all’altra, e giovani forestiere che periodicamente, in occasione delle feste e delle fiere, approfittando della passeggera ed abbondante affluenza di clienti, andavano ad accrescere i ranghi della prostituzione locale.

Le autorità, data l’impossibilità di un’efficace repressione, tentavano almeno di controllare il fenomeno con diverse procedure: le norme igieniche prevedevano, in periodo di pestilenze, la chiusura del prostibulum e delle “étuves”; limiti religiosi erano previsti durante la Settimana Santa e il Natale; erano vietati spettacoli immorali ed osceni nei pressi delle chiese e nelle strade dei nobili; era imposto alle prostitute pubbliche di indossare un segno di riconoscimento; si interveniva a livello fiscale affinché l’attività privata non danneggiasse il monopolio urbano. Talvolta la costituzione di un postribolo pubblico celava l’intenzione di moralizzare la vita cittadina; si dava ufficialità alla prostituzione per il bene della cosa pubblica, in modo da contenere la fornicazione e farla confluire in un luogo apposito. In realtà gli interventi risultavano effimeri ed inconcludenti, come dimostra un episodio avvenuto a Digione nel 1426: dopo aver scoperto che un bordello si trovava nei pressi della scuola e che gli studenti vi accorrevano a frotte, si decise di spostare la sede del postribolo, ma l’ordine fu semplicemente disatteso; in generale alcuni giudici traevano indirettamente profitto dalla prostituzione, e le case di tolleranza godevano di protezioni eminenti.

Dalle liste delle meretrici pubbliche, provenienti dalle piccole e grandi città della Francia meridionale,  si evince un tasso altissimo di prostituzione, senza contare quelle donne che si vendevano in segreto od occasionalmente di cui non abbiamo alcuna informazione. Ovunque si intuiscono indici di prostituzione pubblica che sono pari o superiori a quelli di un’epoca – fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – in cui era stata regolamentata.

Il mestiere più antico del mondo, in fondo, a prescindere dalle epoche sembra essere stato anche quello più proficuo, ma non proprio per le donne, giovani e meno giovani, che lo esercitavano.

Un commento

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  • Maurizio
    28 novembre 2017 at 19:32 - Reply

    Interessante disamina di questo aspetto della vita quotidiana volto a far luce sulla vera realtà nel medioevo..