Populismi: espansione o fuga dalla democrazia?

Una semplificazione della complessità che spinge a dannare il passato inchiodandoci al presente!
populismo cop

Sempre di più sono i cittadini che giudicano le elezioni uno strumento insufficiente a garantire la rappresentanza di tutte le istanze sociali, un’immeritata legittimazione ad una classe politica sempre più aliena ai bisogni dei cittadini. Il quadro politico non appare più modificabile solo attraverso le elezioni, l’astensionismo, una logica protestataria che un tempo apparteneva solo al mondo dell’antagonismo, oggi riguarda invece anche altri strati della società.
Da anni si dibatte però su come trasformare questa protesta in uno strumento efficace per concretizzare il cambiamento che essa esprime, senza mai trovare una soluzione efficace.
Populismi astensione
In questo contesto si aggiunge la crisi della sinistra che ha raggiunto livelli tali, da mettere addirittura in dubbio la sua sopravvivenza, soprattutto se si guarda all’Europa nel suo insieme. Nello specifico dell’Italia, le ragioni sembrano materia più da “psichiatria” che di politica. Il più grande partito della sinistra riformista, il PD, si autodefinisce erede storico delle esperienze del popolarismo, del socialismo e del comunismo italiano, è diventato invece il principale baluardo di valori in cui si riconosce ormai solo un’élite borghese, liberale e liberista, cioè tutto quel  mondo legato alle politiche europee, la grande industria, gli alti funzionari pubblici, le banche. Un equivoco identitario di una sinistra antropologicamente diversa da coloro che identifica come i suoi antenati.
L’idea di stare con i liberisti per aiutare i lavoratori si è rivelata una grande bufala che ha favorito solo l’espansione egemonica liberista, lasciando alla destra l’egemonia della difesa dei ceti popolari. Difronte a questa sinistra si è formato un blocco sociale variegato, sono tutte le vittime delle politiche neo liberiste che spingono verso un cambiamento radicale. Sono gli operai licenziati dalle fabbriche svendute alle multinazionali, gli esodati truffati dalla Legge Fornero, i giovani precarizzati e senza futuro, quelli costretti ad emigrare per poter sopravvivere, i senza casa, i tartassati dal sistema fiscale, i piccoli e medi imprenditori, gli agricoltori e gli artigiani.
Tutta gente giunta ad un livello di incazzatura tale da non temere nemmeno le conseguenze che avrebbe sul paese un’eventuale vittoria della destra dei Salvini e la sua deriva nazionalista e razzista, o di quella reazionaria del M5S.
Un PD da anni incapace di parlare a questo universo di “rimasti indietro”, o alle periferie, soprattutto quelle operaie, dove un tempo mieteva i suoi consensi, e dove oggi tutto sembra diventato insopportabile, a cominciare dall’insicurezza.
populismi prima gli italianiTerritori in cui ci si sente minacciati dall’immigrazione, perché quando senti venir meno il terreno sotto i tuoi piedi, tutto può diventare ostile, il nemico diventa il diverso accanto a te. A quel punto trova spazio il neofascista xenofobo, quello che fa leva sulla paura dello straniero che “ti ruba” il lavoro, la casa popolare o minaccia la tua cultura. Un populismo fascista privo di un’ideologia,  privo di passione e gioia, alimentato da un sentimento capace solo di spargere odio e diffidenza e con l’obiettivo tipico della destra, sviare la lotta alle élite economiche detentrici delle risorse, e spostarla su un piano orizzontale, attraverso la fomentazione di un’insensata guerra tra poveri.
Tutti i recenti governi cosiddetti di sinistra invece, sono rimasti ingessati nelle direttive di Bruxelles e Francoforte, ed hanno risposto a questo disagio solo con politiche di austerity di bilancio, mentre era necessaria una migliore redistribuzione delle risorse detenute ormai dai pochi. Basti pensare ad esempio, solo alla somma dei miliardi spesi per il fallimentare Job Acts e l’abolizione dell’IMU, soldi che hanno agevolato chi sta meglio. Una 20ina di miliardi che potevano invece essere travasati in politiche di sostegno al reddito e al contrasto delle povertà, ristabilendo così le condizioni per un benessere minimo, unico modo per favorire la convivenza e magari aprire anche dei proficui spazi di conoscenza e superare diffidenze e paure.
Per contrastare questa deriva nazionalfascista, e come alternativa alla sinistra riformista fallimentare, si vanno formando nuove aggregazioni di associazionismo, movimenti di lotta localistici, realtà di base, un arcipelago che prova a fare corpo unico, tra mille sfaccettature, distinzioni e specificità.
populismi partecipoSi sperimentano forme di democrazie dal basso attraverso la gestione condivisa di spazi recuperati dal degrado. Realtà spesso imbevute anch’esse di una retorica populista “più di sinistra” per il loro giudizio negativo sulla democrazia costituzionale, anche se contemporaneamente ci si erge a baluardi della stessa Costituzione Repubblicana. Altro limite riscontrabile è l’inconsapevole (??) alimentazione di un anti-intellettualismo reazionario, una specie di indifferenza all’agrorà del sapere, un autentico inedito a sinistra. Un continuo gettare discredito dei saperi e sui sapienti.
Il sentire comune del popolo confuso con la critica politica, mentre già Gramsci lo definiva “una concezione disgregata, incoerente, inconseguente, conforme alla posizione sociale e culturale delle moltitudini di cui esso è la filosofia”. Il continuo riferimento ad un concetto di eguaglianza distorto da un paternalista “uno vale l’altro”, con l’intellettuale percepito come un fighetto salottiero e garantito, un radical-chic. Viene contrapposto un concetto POPOLARE, talvolta fin troppo ostentato, con il rischio che tutta questa energia vitale possa tradursi in una risposta anch’essa sbagliata ad un sacrosanto sentimento di solidarietà verso chi è svantaggiato.
Tra l’altro questa falsa equazione viene contraddetta dalla realtà dei tanti “braccianti della conoscenza”, nuovi prodotti del capitalismo odierno, quel numero ormai difficilmente quantificabile di persone laureate che guadagnano meno di un operaio, o come capita spesso lavorano senza paga o come i più fortunati tra loro, al massimo vengono precarizzati o costretti ad emigrare come un tempo toccava fare ai braccianti della terra.
populismi stagistaMai come adesso invece abbiamo bisogno dei saperi, della conoscenza, unici strumenti in grado di farci  uscire da questa crisi. Occorre infatti inventarci un nuovo sistema economico capace di sfuggire alla logica dell’indebitamento perpetuo, e tirandoci fuori dalla morsa che ci sta strangolando. Mettere insieme le eccellenze in grado di trovare soluzioni per un’economia che sia in grado di smarcarsi dalla nostra penuria di materie prime, spingendo sempre più sul riciclo e sulle fonti energetiche rinnovabili legate al ciclo della natura. Un grande concorso di idee per inventarci un nuovo ed aggiornato New Deal che da un lato riguardi una modernizzazione dell’industria e del manifatturiero, rispettosa delle vocazioni dei territori e compatibile con il nostro grande patrimonio di civiltà e bellezza,  e dall’altro incentivi  un cambio di cultura in grado di determinare nuovi stili di vita basati su un rinnovato concetto di benessere.

 

Umberto Laperuta

LabManager Dipartimento di Biologia della Federico II. Presidente ODV "Noi&Piscinola", compagni di viaggio del Teatro Area Nord. Tutta la mia passione a sostegno del TAN, terzo teatro comunale di Napoli, unico centro culturale in tutta l'Area Nord della città. Aspettando i tempi della politica, intendiamo contribuire ad unire la città ed i suoi quartieri attraverso la promozione culturale ed artistica, pur consapevoli che: "Ad ogni problema complesso corrisponde una soluzione semplice..... ma è quasi sempre quella sbagliata!!
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