POLITICA E ANTIPLATONISMO NEL RINASCIMENTO

La rinascita di Platone nella Firenze tra ‘400 e ‘500

In Machiavelli non poteva essere assente una relazione con Platone, sebbene controversa ma conforme alla portata scandalosa delle sue elaborazioni,  se non altro per viadella grande stagione neoplatonicaa cui poté assistere da una posizione privilegiata e centrale, che fu la Firenze di fine Quattrocento.

Al Platone fiorentino, riscoperto all’inizio del secolo grazie alle traduzioni di Leonardo Bruni, umanista e cancelliere della città, nel pieno clima dell’umanesimo civile e del repubblicanesimo, seguì un’ulteriore rinascita platonica, questa volta favorita dalla politica di Cosimo de’ Medici, il pater patriae, attraverso l’opera di Marsilio Ficino.

Il Platone ficiniano era il filosofo della metafisica e della teologia, non più il maestro di logica, linguistica, morale e politica di primo Quattrocento. Marsilio Ficino, fondatore dell’Accademia platonica a Firenze, infaticabile traduttore, esortava a una simbiosi fra cristianesimo e platonismo, a una riforma sul piano religioso, filosofico e civile caratterizzata dall’aspirazione alla pace e all’armonia.

Un’ideale politico fondato sulla concordia sociale in netto contrasto con la concezione machiavelliana della realtà storica e politica basata, invece, sul conflitto imprescindibile. Dall’invito ficiniano ad un accordo tra Gerusalemme, ossia la religione cristiana, e Atene, l’antica capitale della filosofia, prendeva le distanze Machiavelli che, guardando al mondo antico da un punto di vista unicamente politico, invece privilegiava la Roma repubblicana, libera e potente proprio in virtù del contrasto fra patrizi e plebei.

Il Fiorentino, sulla base dell’esempio antico, suggeriva ai suoi contemporanei una forma di governo che contemperasse le diverse parti della città, un governo misto che fosse espressione e risultato positivo del conflitto fra i vari “umori” dello stato.

Questa visione duale della realtà politica, ben rappresentata dalla metafora dell’ellisse che prevede l’inscindibile compresenza di due poli opposti, corrisponde alladualità antropologica secondo il pensatore fiorentino: l’uomo politico, come il centauro, deve far coesistere in sé due nature opposte, quella bestiale e quella umana.

Le contraddizioni umane sono lo specchio delle antinomie ontologiche e civili: la realtà è il campo dove si scontrano senza rimedio e si intrecciano in maniera indistricabile il bene e il male, la fortuna e la libertà, la necessità e la virtù, i grandi e il popolo.

Non esiste un ordine naturalisticamente determinato sul quale il principe può conformare codici etici di riferimento fissi: su questo Machiavelli diverge profondamente dai suoi contemporanei umanisti. Il vero principe deve essere uomo e animale assieme per affrontare le guerre, i momenti più tragici e selvaggi, e fronteggiare con lo stesso impeto l’impulso della Fortuna.

La politica non è il luogo in cui domina il bene, ma vi convivono bene e male senza che nessuno dei due poli prevalga. Soltanto le armi, le buone leggi e la religione possono evitare che il conflitto degeneri faziosamente fino alla distruzione dello Stato; questi tre fattori concorrono nel dare unità alla polis, continuamente attraversata dal turbinoso divenire delle cose, dall’invincibile polemos eracliteo.

Machiavelli non riusciva a condividere l’immagine platonica della polis priva di conflitti, in cui la ricomposizione fra le fazioni cittadine era garantita e controllata dal governo dei filosofi; i principi da lui esaltati non erano intellettuali, ma condottieri, profeti e legislatori: Cesare Borgia, Mosè, Romolo erano stati uomini dalle doti straordinarie, degni di essere annoverati fra gli esempi d’eccellenza, grandi interpreti di situazioni tragiche per cui si richiedevano grandi imprese non di rado crudeli e violente in vista, però, della comune prosperità.

Una forza così straordinaria era ormai necessaria in Italia, travolta dai tragici eventi inaugurati dalla discesa dei francesi di Carlo VIII. Machiavelli è il maestro del realismo politico, perennemente concentrato sugli effetti reali più che su astratte teorie; il suo realismo, d’altra parte, registra una tensione verso l’utopia, quando si fa ricorso al criterio dell’eccellenza politica, portando in gioco nei momenti più drammatici di uno Stato, quelli fondativi e ricostitutivi, l’azione di un “eccellentissimo uomo”.

Nonostante questa tensione utopica, il realismo sotteso alla riflessione machiavelliana in merito alla politica si appella proprio all’esperienza, sia quella tramandata dagli storici sia quella costituitadurante gli anni del segretariato (1498-1512) al servizio della repubblica fiorentina.

Nella Repubblica di Platone la verità è raggiungibile solo una volta che ci si è liberati dalla caverna delle esperienze ingannevoli; nell’ottica machiavelliana è, invece, elogiata la “verità effettuale”, ossia la verità dei fatti, quella che scaturisce dall’esperienza. La caverna platonica è l’esperienza di Machiavelli, fatta da inesorabili contraddizioni e ossimori contro i quali il principe non può indietreggiare.

Dietro lenumerose differenze che allontanano sempre di più lo scrittore fiorentino dal filosofo ateniesesi nasconde un’affinità di fondo: la visione negativa sulla società, insita nel pensiero platonico, appare largamente condivisa da Machiavelli, come quasi da tutti gli uomini del Rinascimento.

Guicciardini, che pure si inserisce nella polemica antiplatonica bollando il carattere immaginario della Repubblica, conviene infine, assieme all’amico Machiavelli, con Platone sull’idea della demonicità del potere, del male che incancellabilmente investe il cosmo politico e umano

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