Play Duett, quando l’attore ci fa riscoprire tutta la magia del teatro

Straordinaria prova attoriale di Tonino Taiuti e Lino Musella con “Play Duett” in scena al Sannazzaro

Scritto da Antonio Grieco

Negli ultimi tempi si ha sempre più la sensazione che a teatro si sia in presenza di un ritorno dell’attore inteso come il fondamentale elemento intorno a cui ruota l’innovazione drammaturgica e la complessa macchina dello spettacolo. Non è da escludere che questa tendenza sia determinata da una reazione a certi riti ormai consunti della postmodernità, che hanno notevolmente abbassato il livello qualitativo della ricerca teatrale e artistica e non sempre sono riusciti a sottrarsi all’assoluto dominio del mercato.

In fondo, questa rinnovata attenzione al “fatto teatrale in sé”, crediamo si possa in generale interpretare come un atto di resistenza a processi globali di estetizzazione e spettacolarizzazione dell’arte. Ci riflettevamo ieri sera assistendo a “Play Duett”, uno spettacolo molto bello di Tonino Taiuti e Lino Musella, due tra gli attori più bravi del nostro teatro, andato in scena al Teatro Sannazzaro (dal 15 al 17 febbraio) dopo aver debuttato diversi anni fa prima al piccolo ma vivacissimo Teatro Arcas, nei pressi di piazza Carlo III, e successivamente alla Sala Assoli, ai Quartieri Spagnoli. “Play Duett” è uno spettacolo costituito ad incastro con testi di autori tra loro molto diversi – come Viviani, Moscato, Eliot, Shakespeare, Campanile – che ci consente di riscoprire tutta l’unicità del teatro a partire dall’esperienza propria dell’attore. In scena ci sono solo Taiuti e Musella, due attori convinti che il comportamento attoriale non possa assolutamente prescindere dal proprio vissuto, dal proprio mondo interiore, perchè il teatro per loro è essenzialmente memoria, e l’attore – col proprio corpo, la propria voce, i propri gesti, il proprio sentire – è un insostituibile veicolo di conoscenza di sé stessi e dell’altro. La resistenza teatrale dei due attori napoletani, per riprendere le nostre considerazioni iniziali, è tutta qui, in questo sguardo obliquo sul teatro che ridà dignità e valore al lavoro e all’arte dell’attore.

ll discorso tra arte, memoria e vita, in fondo viene evocato sin da quando in una scena essenziale – solo due sedie, qualche strumento musicale, dei microfoni, un grande fondale dipinto in stile pop, un musicista con chitarra – entra Tonino Taiuti con passi e gesti lenti, quasi spaesato, come se stesse vivendo un sogno o esplorando una dimensione altra della sua esistenza; poi si accomoda su una sedia e inizia ad evocare i fantasmi del suo immaginario, talvolta anche alternando, con grande padronanza espressiva, il canto a qualche assolo musicale con la chitarra. Le tracce, le ombre del suo passato sono i poeti, i testi, gli amici che lo hanno guidato e aiutato a crescere come artista e come uomo. Così, egli evoca l’incontro fantasmatico tra Don Fausto e Margherita dal “Don Fausto” di Petito – testo messo in scena nel 1976 da Antonio Neiwiller e che lo vide tra i protagonisti dello spettacolo – quasi a segnalare un’identità, un’appartenenza a un teatro di poesia lontano dal potere e da ogni forma di mercificazione del gesto artistico. E ad indicare ancora che lì è iniziato il suo viaggio, ci raggiunge improvviso e inaspettato il suo grido: Anto’ c’aggia fà?”, rivolto quasi con disperazione al suo indimenticabile maestro prematuramente scomparso. Questo vissuto nell’arte ritorna in forme sempre diverse e imprevedibili quando i due attori iniziano a “duettare”, a improvvisare, ed anche a criticare con feroce ironia un potere chiuso, autoreferenziale, che impedisce loro l’accesso ai grandi teatri nazionali.

Musella evoca poi i racconti del Basile, l’ironia di Campanile, i sonetti di Shakespeare tradotti splendidamente in napoletano da Dario Iacobelli; ne scaturisce una pièce che si svolge nel segno della contaminazione teatrale tra vecchio e nuovo, tradizione e avanguardia; un procedimento contaminatorio che ad un primo sguardo potrebbe in qualche modo apparire disomogeno e contraddittorio, ma che qui, invece, sembra fondersi in un armonico disegno espressivo: uno sviluppo drammaturgico mai banale che ci permette, tra l’altro, anche di apprezzare la particolare sensibilità dei due artisti attori (Taiuti, ci sembra giusto ricordarlo, è anche un originalissimo pittore e musicista jazz) verso quei linguaggi artistici, come ad esempio il free jazz, che sottintendono una struttura aperta: e quindi una rappresentazione da destrutturare attraverso il gioco – “gioco naturale” direbbe Jacques Copeau pensando all’immaginario infantile – delle improvvisazioni, che finiscono per trasformare ogni loro gesto, movimento, parola o sguardo, in momenti di irresistibile comicità; una inesauribile energia inventiva che se da un lato sembra guardare alla Commedia dell’arte, dall’altro fa pensare ad una jam session di jazz dove nulla è preordinato ed in ogni istante è decisivo il rapporto di empatia che si crea con il pubblico in sala; un comportamento attoriale, questo dei due attori napoletani, che discende certo dalla migliore tradizione teatrale napoletana, avendo però sempre ben presente che nella loro esperienza drammaturgica il legame con la tradizione non è mai qualcosa di definitivo e statico, bensì un processo dinamico che si mantiene sempre lontano dal folclore locale.

 

Questo lo si coglie molto bene già nei brani scelti per le loro performances: a cominciare dal quel visionario testo di Enzo Moscato, “ Rondò” – ripreso poi da “Rasoi”, spettacolo messo in scena da Mario Martone agli inizi degli anni Novanta – che parla di spagnoli, di soldati francesi invasori di una città dolente, ma anche di una Napoli salvata dai suoi bordelli, dalle sue prostitute, cioè da una umanità ai margini che resiste alla violenza della Storia grazie al solo amore per la vita : “Pecché, vedite, tutt’ e puttane, soprattutto chelle napulitane, so’ fatto proprio accussì: a lloro nun ce ne fotte niente de denare, de solde, no…loro so annammurate sule de’ parole”. Per non dire dei versi di Viviani per “La festa di Piedrigrotta” o contro la guerra (“Guerra e pace, pace e guerra, se distrugge e cresce ‘a terra”) recitati con rara potenza espressiva da Taiuti; della storia di “Petrosinella” – tratta dal favolistico mondo del Basile (e riscritta da Ferdinando Russo) – raccontata, sempre sul filo di una innocente ironia, mirabilmente da Musella; o, ancora, dei brani modernissimi ripresi da “La terra desolata“ di Eliot e dall’umorismo surreale di Achille Campanile. Di sorprendente intensità poetica ci è sembrata infine la scena conclusiva dello spettacolo, con la piantina di garofano e Pulcinella vestito da donna – ancora un rinvio di Taiuti al Don Fausto – che ha il respiro lieve di un’opera pittorica dell’Ottocento napoletano.

 

Aggiungiamo solo che in tale contesto drammaturgico lo spazio scenico è pensato come uno spazio utopico, uno spazio della memoria dove una comunità incontra l’illusione e il sogno senza perdere il contatto con la vita.

Sta in questa felice intuizione poetica e registica il cuore pulsante di “Play Duett” che, tra l’altro, ha l’innegabile merito di tener sempre viva l’attenzione degli spettatori che, per il tramite della geniale arte “all’improvviso” dei due artisti attori napoletani, riscoprono, almeno per una sera, tutta l’ antica e sempre inconfondibile magia del teatro.

Scarne e suggestive le scene. Ma ciò che lascia senza parole, ripetiamo, è la straordinaria prova attoriale sia di Taiuti che di Musella, che anche in questo lavoro si confermano tra i piu intelligenti e bravi attori del nostro teatro. Delicate e suggestive le musiche dal vivo di Marco Vidino. Risate continue. Lunghi ed entusiasti applausi del pubblico

 

Un commento

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  • Marisa Crudele
    22 febbraio 2019 at 11:13 - Reply

    Sempre puntuale e precisa la critica di Antonio Grieco,che dimostra competenza e passione.