Pizza dell’altro mondo

Illusione e sovralimentazione al tempo delle multinazionali e le ricadute su ambiente e salute

Caro Lettore, ti premetto che anche se la notizia è freschissima il prodotto di cui intendo parlarti non lo è affatto. Abbiamo di recente superato il trauma della Margherita surgelata ed ecco arrivare un’altra tegola sulla nostra amata Pizza.

La pizza, il piatto più fresco, semplice, veloce e genuino che possiamo immaginare, da oggi potrebbe risultare un’aliena impastata e condita anche tre anni prima del consumo..

Infatti, i laboratori dell’Esercito USA hanno messo a punto una pizza che si conserva fino a tre anni a temperatura ambiente, mantenendo inalterate le qualità organolettiche. Inutile pensarci più di tanto, i tassonomi del web già la chiamano “Pizza Eterna”.

Il pensiero di mangiare una pizza vecchia di 3 anni fa inorridire quanti, come me, sono abituati a pregustarla già guardando il pizzaiolo mentre la prepara. Ma il problema non è solo la data di confezionamento. Un tale “gioiello” dell’ingegneria alimentare risponde a un’esigenza militare, quella di realizzare alimenti calorici, nutrienti e palatabili, da somministrare al soldato. Studi scientifici dimostrano che in condizioni estreme il soldato, stanco del solito rancio, tende a sotto-alimentarsi. Puntando sulla seduzione che l’irrinunciabile piacere della pizza evoca, con la Pizza Eterna l’Esercito pensa di stimolare anche il più inappetente dei soldati a lasciare il “piatto pulito”, assicurandosi, così, un adeguato apporto calorico e quindi la sua massima efficienza fisica.

Questo risultato dell’ingegneria alimentare non è una novità, e si inserisce in un quadro strategico industriale più ampio che riguarda i consumatori in generale. Notiamo da anni la tendenza a un aumento impressionante del cibo ingegnerizzato. L’industria sfrutta, per i propri profitti, il meccanismo evolutivo della “ricompensa” hackerandolo, cioè parzialmente sopprimendo la naturale e complessa risposta dell’organismo alla sazietà, mediante additivi ed elaborazioni che ci spingono a consumare sempre di più. La strategia prevede l’utilizzo attento di ingredienti che inducono quasi delle dipendenze, tra cui lo zucchero, gli aromi, gli esaltatori del gusto e i coloranti.
Di fronte agli scaffali, pur mancando i cartelli con la scritta “Razioni da Combattimento”, viene da chiedersi quasi se l’industria alimentare consideri anche noi “civili” alla stregua dei soldati al fronte, da nutrire oltre la loro volontà.
L’industria alimentare ha assecondato anche la trasformazione che ha subìto il nostro vivere quotidiano, nel quale, apparentemente, abbiamo sempre meno tempo da dedicare alla cucina. Sembra ci manchi anche il tempo per fare una pappina per il nostro bebè o per lavare una lattuga. Lentamente nei nostri negozi di fiducia, a partire dagli anni ’70, si è registrata una riduzione significativa degli alimenti freschi o di base, in favore di prodotti già pronti o precotti corredati da una lunga lista di ingredienti dai nomi difficili, più assonanti a una farmacia che a negozio di alimentari: conservanti, emulsionanti, esaltatori del gusto, etc.

C’è da chiedersi se questa trasformazione abbia portato più benefici o problemi sia alla nostra salute sia al Pianeta. A questo punto qualche precisazione però è doverosa. È nella natura e nei bisogni umani raccogliere o produrre alimenti e conservarli per un utilizzo successivo. La produzione di formaggi, ad esempio, da sempre risponde alla necessità dell’uomo di conservare il latte in forma duratura, e in decenni più recenti la catena del freddo ha permesso di conservare gli alimenti freschi. In breve, tutti i trattamenti di conservazione sono applicati dall’industria alimentare per favorire l’accumulo di scorte di cibo e la loro distribuzione.

Tuttavia, frutta e verdure conservati sono sottoposti necessariamente a un decadimento del valore nutritivo col passare del tempo. La grande distribuzione arriva a vendere fuori stagione i fagiolini coltivati nel Burkina Faso e veicolati sulle nostre tavole tramite lunghi viaggi, con la pretesa di fare del bene. Nella valutazione dei costi/benefici, non sembra però una scelta salutare o ecologica bruciare un litro di benzina per comprare un chilo di fagiolini.

Nel caso degli alimenti altamente processati, i fattori da considerare sono molteplici, perché non si tratta di alimenti di base che possiamo o meno gradire, quanto piuttosto di sofisticate elaborazioni con decine e decine di ingredienti purificati, assemblati allo scopo di fidelizzarci a quel particolare sapore per garantire un profitto duraturo al Produttore. Siamo oltre il bisogno di conservare l’eccesso di cibo, siamo nel paradigma del farci mangiare più possibile, spesso presentandoci aberrazioni industriali per prodotti genuini. Zucchero, Aromi, Sale, Coloranti, Olii sono opportunamente mescolati per produrre piatti pronti che non stancano il consumatore, e che si lasciano mangiare quasi senza saziare. Inoltre, i cibi industriali altamente elaborati, se consumati di continuo, non sembrano, mediamente, nemmeno tanto salutari.

Mancano generalmente delle fibre, il rapporto tra grassi Omega3 e Omega6 è sfavorevole (gli omega3 sono essenziali per la salute delle cellule nervose), sono carenti di una molecola essenziale, il triptofano (necessario a fabbricare il neurotrasmettitore serotonina), includono emulsionanti di varia natura e talvolta di dubbia salubrità. Inoltre, i cibi dell’ingegneria alimentare sono generalmente prodotti a partire da materie prime raffinate e purificate acquistate nei quattro angoli del mondo e impoveriti dei micronutrienti. Sono buoni di sapore questo sì altrimenti resterebbero invenduti, ma ne valgono la pena?

Oggi appena dieci multinazionali controllano il 90% della produzione industriale di cibo. Sembra una versione moderna del latifondo. Un potere enorme che comporta però virtù e rischi tali da richiedere un’analisi interdisciplinare più puntuale a parte. Infatti, se da un lato le Multinazionali del cibo ci impongono i loro prodotti, è altrettanto vero, che esse assicurano una capillare rete di distribuzione di generi alimentari a basso costo. Ferme restando tutte le critiche politiche al sistema delle multinazionali, questo modello però, pare resistere a tutte le sue contraddizioni, quali lo sfruttamento dei lavoratori e la capacità di eludere i sistemi fiscali e di tutela dell’ambiente dei singoli paesi, nonché il potere di fagocitare e ostacolare le alternative.

Detto ciò, la domanda è: Disponiamo di un modello alternativo che possa immediatamente rimpiazzare una tale produzione di cibo con la stessa efficienza?
Le multinazionali, moderni dinosauri, subiranno anch’esse un declino proprio a causa delle gigantesche dimensioni raggiunte?

Nell’attesa di adottare un modello che superi quello delle multinazionali, noi singoli possiamo cominciare fin da subito a compiere il nostro atto di ribellione, acquistando in modo critico e magari recuperando un po’ di tempo da attività non indispensabili, al fine di dedicarci alla vecchia cara abitudine di una cucina più sana, limitando il consumo dei cibi ingegnerizzati. È un atto d’amore e di ribellione che facciamo per noi, i nostri cari e per il Pianeta.

Magari riusciamo pure a salvarlo il Soldato Ryan, dalla guerra e da quella saporitissima schifezza della Pizza Eterna.

Antonio Ramaglia

Divulgatore scientifico
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