Perché i governi odiano l’Università?

Il governo del “cambiamento” allarga ancora di più la forbice della sperequazione esistente tra gli atenei del sud e quelli del nord.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Salvatore Valiante Ricercatore Università Federico II di Napoli
I governi italiani succedutisi nell’ultimo ventennio sembrano tutti avere la spasmodica e impellente necessità di ridurre, irreggimentare, ostacolare se non esplicitamente soffocare il sistema universitario italiano che, cifre alla mano e al netto delle chiacchiere di qualche economista da prima pagina nazionale, può essere considerato (ancora per quanto?) per ricerca scientifica e formazione universitaria molto competitivo in ambito internazionale. Come se la priorità NON fosse investire sulla formazione culturale delle generazioni future, quale garanzia del necessario –sviluppo economico– del nostro paese per l’avvenire, ma fosse la semplice formazione professionale di studenti facilmente (auto)controllabili attraverso gli appropriati indicatori di competenze e di conseguenza mansueti (come è successo nel mondo anglosassone), per produrre la manovalanza a basso costo del terzo millennio, da utilizzare nel breve periodo per la più prosaica –crescita economica-. Infatti l’Italia da anni investe nel sistema universitario percentuali risibili di PIL, come si può vedere sotto in confronto alla media europea (Fonte: Eurostat). E questa differenza negli ultimi anni si è ancora di più allargata.
L’attuale legge di bilancio 2019 è in perfetta sintonia con queste linee guida neoliberiste perseguite dai precedenti governi, almeno per quanto riguarda i meccanismi di assegnazione delle risorse all’Università. Semplicemente non ci sono risorse aggiuntive. Se è vero che in passato è stato tolto tantissimo al sistema universitario, è anche vero che dal 2006 per legge il fabbisogno delle Università aumentava del 3% annualmente. L’attuale governo con l’art.78 della legge di bilancio 2019 ha pensato bene di agganciare il fabbisogno delle Università al PIL reale (ovvero al netto dell’inflazione). Supponiamo che sia una grande idea e che l’abbiamo già realizzata dal 2006 ad oggi.

Tanto per avere un’idea di come è andata con il PIL reale in passato, sotto troviamo l’andamento del PIL reale (GDP=gross domestic product) dell’Italia dal 2006 al 2017.

Fonte: Eurostat

Non che siano stati anni facili per le Università, ma non è difficile comprendere che se fosse stato fatto così già dal 2006 si sarebbero creati non pochi problemi per i conti delle Università italiane. E non andrà meglio neanche in futuro, visto che le previsioni sia del governo in carica sia di Bruxelles prevedono una crescita del PIL ben al di sotto del 1,5% annuo nel prossimo triennio.

Considerando che le Università provengono da un decennio di consistente contrazione delle risorse attribuite, che ha avuto ripercussioni pesantissime su voci fondamentali quali reclutamento docenti (-19% dal 2006 al 2017 qui e qui), diritto allo studio (in buona parte negato qui e qui), tassazione studenti(tra le più alte in Europa. Fonte OECD qui), formazione post-laurea (-44% borse di dottorato dal 2006 al 2016, qui), trattamento economico dei docenti (Fonte: OECD qui), risulta evidente che molti atenei non potranno che avere enormi difficoltà nel far quadrare i conti. Ma v’è di più. Nell’articolo 78 è anche previsto che le spese degli atenei per investimenti e ricerca non siano conteggiate nel calcolo del fabbisogno di cui sopra. In apparenza sembra una cosa buona e logica. Purtroppo, questo significa in termini reali due cose:

1-gli atenei che hanno già disponibilità preesistenti si trovano di fatto avvantaggiati ai blocchi di partenza di questa nuova corsa falsamente competitiva, potendo utilizzare risorse accantonate e così sbloccate. Tenuto conto della diversità di tessuto socio-economico del nostro paese, si può supporre che, senza scostarsi in modo sostanziale dalla realtà, un buon numero di questi atenei avvantaggiati si trovi nel nord Italia. Tale norma quindi acuirà la già notevole sperequazione esistente, a causa della precedente normativa vigente in ambito di distribuzione delle risorse alle università che ha portato al drenaggio di risorse economiche e umane dagli atenei del sud agli atenei del nord (qui e qui);

2-diversamente dai docenti a tempo indeterminato, gli assegnisti ed i dottorandi possono essere considerati “spese per investimenti e ricerca” quindi non rientrano nel fabbisogno, non gravando sulla spesa degli atenei. Anche qui non è difficile pensare che, così come è accaduto nell’ultimo decennio (qui), il sistema universitario sposterà il rapporto della sua forza lavoro ancora di più verso forme di ricerca precaria, incrementandone l’utilizzo a scapito delle forme stabilizzate.

Ma questo è il governo del cambiamento o del “nuovo che avanza”?

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