Parole d’uomini e sassi

Lascia in pace quel muro e metti via il piccone. Un muro è teatro e memoria: su il sipario e va in scena la vita.

Scritto da Giuseppe detto Geppino Aragno

Su un muro poggiò elmo e spada il soldato stanco, reduce dalla ferocia della guerra; lì, su quel muro, dove il soldato poggiò la sua spada, pianse per l’amore ritrovato una fanciulla felice, senza sapere che spalle a quel muro, proprio lì, nell’ombra complice di squallide serate, la prostituta vendeva la sua innocenza perduta.

Un muro è una pagina di storia sociale: «fate la carità», ci ha scritto, disperato, un mendicante e su quelle sue parole qualcuno, che certo non conobbe il morso della fame, spruzzò cibo mal digerito dopo un’ubriacatura.

Ignoto al mendicante e all’ubriacone, c’è stato chi là, su quel muro, ha poggiato le spalle, scivolando giù fino a terra, mentre rendeva l’anima a Dio. Era una sera di solitudine disperata, quando la morte giunge col freddo e uccide a tradimento.

Un muro conserva segreti. Ricorda chi l’ha costruito, pietra su pietra, con un lavoro ch’è stato tormento, ma ormai non c’è più, ormai sono spariti per sempre tormento e muratore. Il muro no. Un muro, sempre quel muro, conosce la storia che il muratore non sa, ricorda le ragioni dell’odio tra vicini, in lotta nei tribunali per rivendicare la sua proprietà: «aura sacra fames», detestabile avidità di ricchezza!

Chi avrà vinto la causa? Il muro questo non lo sa e nessuno se ne ricorda più: le leggi cambiano, i ricchi hanno grandi avvocati, i poveri no e non è mai accaduto davvero che la giustizia sia stata onestamente uguale per tutti.

Un giudice s’è fatto incantare dalle parole alate d’un principe del foro, un altro se l’è comprato l’immancabile corruttore, uno ancora si sarà distratto, preso da affari suoi personali. Chi ha perso l’avrà capito a sue spese che legalità e giustizia fanno spesso a pugni tra loro. Chiedilo al muro, se passi, e te lo dirà.

Quel muro in guerra s’è bruciato, in pace s’è adornato, s’è salvato dalle ingiurie del tempo, ha subito le offese degli uomini e senza saperlo s’è fatto documento a più strati, sicché sono secoli e secoli che uno ci legge l’evo antico, un altro ci scopre il Settecento delle scoperte archeologiche e c’è persino chi racconta che lì, proprio lì, all’ombra di quel muro, Giuseppe Fiorelli, il famoso archeologo, s’inventò il suo gesso rivelatore, che dal nulla materializzò le vittime d’una terribile eruzione, colte negli ultimi spasimi dell’agonia. E’ la tragedia cui il muro è scampato, quella che lo “sterminator Vesevo” ha più volte causato, senza distinguere tra onesto e disonesto, sicché il muro saggio ripete a chi ascolta:

– «Agostino, smettila una buona volta di voler capire il disegno divino!».

Agostino però insiste, non dà retta al muro e col suo secchiello cerca di mettere l’Oceano in un piccolo buco scavato sulla riva del mare.

Un muro è un muro. Vive perché così vollero mani d’uomo e parla il muto linguaggio del tempo. Non ha scienza, ma è spesso coscienza e se qualcuno domanda, lui risponde. Noi non sempre ce ne accorgiamo, ma per lunghi millenni c’è stato uno scambio continuo di parole lontane tra uomini e sassi. L’infarto del nostro tempo amaro l’ecocuore lo sente proprio in questo punto vitale: tra i muri crollati e le nostre parole cancellate. Nostre, di uomini e sassi giunti fino a un tempo muto, che non ha parole né per gli uomini, né per i sassi.

Il tempo della fine

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