Palestina, tante ferite…

Che cosa bisogna che accada perché l’Italia si svincoli dai lacci delle incostituzionali cooperazioni con Israele?

Scritto da Flavia Lepre

Da gennaio a giugno è stato un incalzare di eventi che hanno riproposto anche ai distratti la Palestina e le sue ferite aperte e che sembrano aver diffuso una crescente consapevolezza della natura discriminatoria e colonialista di Israele e la sua intenzione di non voler allentare in alcun modo la presa sui Territori Palestinesi Occupati e sul Golan siriano, ribadendovi il proprio dominio ed allargandovi l’estensione delle colonie, tutte illegali. La denuncia dell’apartheid israeliana documentata da B’Tselem  nella relazione di gennaio è stata ribadita ad aprile dalla pubblicazione di Human Right Watch .

A maggio la decisione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU di avviare un’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Cisgiordania e in particolare a Gerusalemme Est e il suo invito agli Stati e alla società civile a collaborarvi, nonostante la pilatesca astensione italiana e il generale allineato silenzio delle maggiori testate e piattaforme d’informazione, ha ulteriormente rafforzato le denunce precedenti.

La feroce repressione israeliana della lotta che ha unito palestinesi in ogni dove ed in ogni condizione amministrativa e politica, dentro e fuori i confine d’Israele, in risposta al provocatorio provvedimento di sgombero del primo gruppo delle ventotto famiglie palestinesi dal quartiere gerosolimitano di Sheikh Jarrah destinate alla espulsione, ha rinsaldato questa “nuova” consapevolezza e le manifestazioni di sostegno ai diritti palestinesi e per la cessazione dell’ennesimo massiccio bombardamento di Gaza sono state numerose  e vivaci e in molte città italiane hanno di gran lunga superato  i mille  partecipanti.

Le esercitazioni congiunte con Israele (7-15/6/2021) Falcon Strike 21 a pochi giorni dalla sospensione dei bombardamenti israeliani su Gaza (21/5/2021), con quegli stessi F35  poi utilizzati nelle esercitazioni a quattro: USA Italia Gran Bretagna (NATO) e Israele nei cieli e mari italiani hanno riproposto la necessità di attuare la Legge 185/90 e bloccare ogni scambio di armamenti con Israele.

 La L.185/90  regolamenta lo scambio di armi ed impone severi limiti, escludendo categoricamente i Paesi in guerra o che violano i diritti umani, richiedendo che questo commercio sia coerente con la politica estera e di difesa italiana, imponendo la presentazione di una relazione dettagliata annuale al Parlamento, le cui autorizzazioni sono necessarie per l’effettuazione dello scambio.

 Per quanto depotenziata già nel 2003  per renderla compatibile con l’accordo europeo di Farnborough, ratificato a giugno di quell’anno e finalizzato a sviluppare la produzione congiunta di armamenti e per il quale si sono snellite e facilitate le procedure interne all’UE. Così si legge l’aggiunta apportata alla legge: “7-bis.  Sono  escluse dalla disciplina del presente articolo le operazioni  svolte nel quadro di programmi congiunti intergovernativi di cui all’articolo 13, comma 1”. Cioè programmi intergovernativi eludono le limitazioni imposte dalla legge. Inoltre, successivi interventi e l’adozione di modalità diverse nel fornire le informazioni hanno fortemente indebolito questo strumento normativo di contenimento del traffico legale di armi che permette l’attuazione dell’Art.11 della Costituzione.

 In fine (per ora), il 19 luglio scoppia la notizia che diversi governi autoritari hanno spiato 600 politici e figure di governo, 189 giornalisti, 85 attivisti per i diritti umani, 64 uomini d’affari  e diversi membri della famiglia reale saudita grazie al programma Pegasus prodotto e venduto dalla compagnia israeliana NSO per carpire nei cellulari comunicazioni scritte e orali. Questa è la conclusione a cui è giunta un’inchiesta portata avanti da 16 testate giornalistiche, tra cui il Washington Post e The Guardian. Anche Macron e Prodi sono stati nominati tra i possibili bersagli.

La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen stigmatizza la violazione delle comunicazioni di 50.000 numeri di smartphone come un fatto del tutto inaccettabile, “qualora fosse accertato”. L’Ungheria è tra gli Stati che avrebbero fatto uso di Pegasus. Se Stati “democratici” l’avessero utilizzato, l’indignazione e la preoccupazione sarebbero state minori? O non avrebbe piuttosto, questo stesso acquisto mostrato che tanto “democratici” non sono?

“L’industria hi-tec della sorveglianza è parte dell’identità” del Paese, ricorda Dahlia Scheindlin su The Gardian. Israele eccelle nella sorveglianza perché sorveglia quotidianamente da decenni la popolazione palestinese, nel pubblico e nel privato.

Già da tempo l’ONU invita gli Stati a non alimentare il sistema militare israeliano ed esplicitamente addita anche l’Italia come terza fornitrice di armi a Israele (né occupazione e colonizzazione ed ha fornito una lista, minima,  delle ditte con cui non intrattenere rapporti di affari ).

E ad aprile 2018, durante il periodo di manifestazioni pacifiche della Grande Marcia del Ritorno inaugurate nella Giornata della terra 2018 a Gaza a cui l’assediante israeliano rispondeva con numerosissime uccisioni (a fine anno di proteste, oltre 255 di cui 49 bambini, 23mila feriti ) di civili e ferimenti mutilanti di massa, Amnesty International aveva chiesto l’embargo militare contro Israele.

Negli ultimi tempi, molti Stati hanno preso misure per limitare o escludere le forniture di armamenti a Israele o almeno hanno discusso della necessità di farlo. Il Sud Africa dal 2017 ha quasi chiuso le relazioni  (anche) militari con Israele. La Norvegia ha una politica ufficiale che stabilisce di non esportare armi in Israele, benché attivisti vi abbiano rilevato falle che consentono la prosecuzione illegale di questo commercio. La Spagna ha negato le licenze per l’esportazione in Israele di alcune armi. Il Portogallo nel 2016 ha cancellato la propria partecipazione ad un progetto dell’Unione Europea con la polizia israeliana e l’università israeliana di Bar Ilan. per l’unificazione delle metodologie d’interrogatori ( !!!). La Gran Bretagna ha stabilito per il 14 giugno 2021 un dibattito parlamentare sulla vendita di armi a Israele.

In Canada, il leader del New Democratic Party Jagmeet Singh, durante i bombardamenti israeliani di maggio su Gaza, ha chiesto al Governo federale di fermare la vendita di armi a Israele durante l’escalation della violenza nella regione. Negli Stati Uniti, ad aprile la parlamentareha presentato una legge perché i fondi statunitensi non possano più  finanziare la detenzione in carceri militari dei bambini palestinesi;  a maggio 2021 Sanders “fa proseliti fra i senatori dem” nel chiedere di fermare la vendite di armi a Israele e alcuni membri dell’ala liberale del partito si sono opposti rabbiosamente contro ulteriori forniture di armi al loro più stretto alleato nell’area per evitare che le usi contro Gaza .

 In Italia, sulla scia di quelli delle città di Dublin e Barcelona, i Consigli Comunali di Firenze, Bologna, Torino, Napoli, San Giuliano Terme (Pisa) e  Cerreto Guidi (Firenze) nel 2018 chiesero, con variazioni d’intensità dalla sospensione occasionale della fornitura di armi all’embargo militare nei confronti d’Israele, dopo la stagione di aggressioni alla popolazione civile di Gaza che aveva dato vita alle manifestazioni settimanali della grande Marcia del Ritorno .

 Dopo l’ultima escalation diverse sono in Italia le sollecitazioni e le richieste provenienti dal mondo della non violenza cattolica e laica. Nigrizia chiede revoca licenze di esportazione armi in Israele, la Campagna di pressione alle Banche armate  insieme con Pax Christi , ha chiesto al governo italiano di «sospendere immediatamente tutte forniture di armamenti a Israele e di revocare tutte le licenze per armi in corso», su PeaceLink: ‘Per il popolo palestinese chiediamo la revoca del Memorandum di cooperazione militare Italia-Israele’, infatti, grazie alle modifiche del 2003 gli accordi intergovernativi consentono di eludere la L.185/90.

 L’Italia dal “basso” si è mossa ed ha le idee chiare, chi manca sono i vertici dello Stato: dal Presidente al Governo e allo stesso Parlamento, fino ai singoli partiti, tutti silenti.

Nella recente intervista Francesco Martone, tra i parlamentari che si opposero all’approvazione della ratifica di quegli accordi, conferma quanto più che la via parlamentare conti la mobilitazione di base, individuando un eccellente esempio della efficacia della lotta dei portuali di Genova  e di Livorno,  che sfidando la repressione, che si manifesta con assurde denunce di “associazione a delinquere” e “attentato ai mezzi di trasporto”, hanno rifiutato di caricare e scaricare armi in viaggio verso l’Arabia Saudita e verso Israele. A loro si sono uniti con dichiarazioni quelli di Napoli e Ravenna ed è in costruzione una rete internazionale di portuali contro il traffico di armi.

 A questi lavoratori e agli altri che assumono un ruolo importante nel contrastare nei fatti il militarismo dilagante, soprattutto nell’ambito della logistica, settore in crescita esponenziale, deve giungere il sostegno di coloro che hanno a cuore la democrazia, la Costituzione, oltre che la giustizia sociale. Né ciò può bastare, è evidente la necessità di una generale mobilitazione contro la deriva militarista ed il crescente peso dei rapporti con Israele.

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