Pagliacci post-veristi

Subblime serata al San Carlo, Leoncavallo esalta il teatro, una performance collettiva con una bella sorpresa del Tenore Arsen Soghomonyan
Sul finire dell’ottocento il melodramma verista ha due stelle di prima grandezza: Leoncavallo e Mascagni. Pagliacci è Opera sublime, articolata dal bellissimo libretto scritto dall’autore stesso e da un’orchestrazione brillante e raffinata.
E dire che il napoletanissimo Lencavallo, prima di cimentarsi nel mondo del melodramma, si era dato ad una vita da bohemienne a Parigi.
Maturò poi l’idea di scrivere un’Opera verista o meglio “vera”, poiché traeva da una sua esperienza vissuta l’ossatura della tragedia di questo capolavoro. Di fatto è il più efferato femminicidio che abbiamo visto a teatro, complice l’assoluta crudele bellezza della regia di Daniele Finzi Pasca.
E’ un crescendo di tensione emotiva e scontro tra finzione e realtà: Canio, Nedda, Tonio, Peppe e Silvio con l’angosciante presenza delle bellissime voci bianche del Teatro di San Carlo ed il coro stesso, con le scenografie e le luci che consegnavano allo spettatore la sensazione che il dramma divenisse moderno e che si stava assistendo, per alcuni tratti salienti a dialoghi tra Verga e Pirandello.
Il lavoro visivo, che se eseguito in maniera verista corre il rischio di apparire alquanto retorico, o quantomeno datato, qui intraprende la strada tutta in salita della “destrutturazione” a più livelli. I pagliacci scintillanti di pajette e costumi di mille colori fanno da “osservatori” della tragedia contrastando, non solo esteticamente, gli abiti neri a lutto delle straordinarie acrobate della Compagnia Finzi Pasca (Benjamin Courtenay, Catherine Girard, Danièle Béchard, Giulia Gualzetti, Helena Jans, Julie Choquette, Krin Haglund), che si sono esibite sospese in aria in frammenti pericolosissimi, accompagnate dalle angoscianti note musicali dello spartito, esibendo forme stranianti ed esibizioni da contorsioniste estreme.
Della regia si è detto eccellente come le luci i costumi e gli effetti speciali. Straordinaria l’intuizione dell’acqua nel frammento della seconda parte, come dire che tutto si cancella in teatro e ci si lava togliendosi il trucco, ma l’estremo gesto dello sgozzamento resta impresso in solide stringhe rosse che contornano il palcoscenico acquoso.
Tutto si cancella. La violenza rimane, come timbro indelebile. Ci ha sorpreso positivamente la bellissima voce di Arsen Soghomonyan, un Canio di bella intensità e maturità recitativa. Lo aspettiamo in altre prove qui al San Carlo, merita altri ruoli ed altre possibilità.
Purtroppo la Nedda di Viktoriia Chenska delude le aspettative, bravi Gallo e Liberatore con una particolare menzione al Silvio di Davide Luciano. ll Direttore d’orchestra Philippe Auguin alcune volte non bilanciava bene le voci del palco con l’orchestra, ma tutto sommato ha ben impostato il pathos del dramma musicale. Il Teatro di San Carlo ha vinto un’altra volta, anche con il festival di Sanremo in programmazione. Teatro stracolmo
Pino De Stasio

Sono un blogger, attivista politico, ascoltatore di musica antica e contemporanea, pacifista
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