Ore 6:49 AM: da Chiaiano alla Metropolitana passando tra immigrati, Battisti e la libertà

L’uguaglianza non esiste, se non nella lotta quotidiana per conquistarla

Ore 6:49 AM

Apro gli occhi alle 6:48. È buio. Mi guardo attorno cercando di comprendere dove sono. Quello che vedo non mi dice niente, manca di senso. Nel buio generale percepisco zone di oscurità con intensità differenti, ma i contorni che si disegnano mi sono completamente estranei, non mi danno nessun appiglio per comprendere perché sono qui.

Percorro circa 3500 metri a piedi per raggiungere la stazione della metropolitana di Chiaiano. La totale assenza di trasporto pubblico contribuisce a preservare la mia salute: camminare molto è un buon modo per ritardare e tenere sotto controllo l’avvento del diabete.

Insieme a me una colonna di schiavi africani, anche loro in marcia verso Chiaiano, piegati in due dal peso di enormi balle contenenti un po’ di tutto. Anche nella schiavitù l’uguaglianza è solo apparente: esiste un’aristocrazia schiava che può permettersi di trasportare i carichi pesantissimi con l’aiuto di carrelli.

Ogni tanto, lungo la nostra marcia forzata, pulmini più o meno abusivi, ammiccano al nostro cammino, cercano di sedurci invitandoci a raggiungere comodamente la nostra destinazione in cambio di una leggerissima monetina da un euro. Li guardo accigliato, tentando di trasmettergli tutto il peso della mia ortodossia etica, ma loro manco mi cacano.

Gli schiavi miei compagni di cammino non hanno neanche la forza di alzare la testa e continuano, come formiche che non abbiano altra ragione di esistere, a trasportare il loro carico. Anche nella miseria l’uguaglianza è solo apparente e la monetina da un euro ha un peso diverso per ognuno di noi.Dall’aristocrazia miserabile ogni tanto giungono sguardi di biasimo, del resto è vero che questi schiavi vengono a rubarci il lavoro: ognuno dovrebbe poter essere libero di essere schiavo a casa propria.

Tutto sommato camminare è piacevole: è una tiepida giornata da surriscaldamento climatico, che promette un’ecatombe di là da venire. Ogni tanto riflessi accecanti mi costringono a chiudere gli occhi, disegnando ombre rosse con contorni verdi nel mio campo visivo: sono i raggi del Sole, che si riflettono sull’epidermide oleosa del Cicciobomba cannoniere fascioleghista. Lui è lì, a divorare con gusto i residui della sua umanità. Però, ha la discutibile abitudine di parlare con il boccone in bocca e mi sputacchia sul braccio una mollica della sua intelligenza marginale.

Tra un boccone e l’altro si vanta delle sue doti di ventriloquo e promette uno spettacolo esilarantecon il suo pupazzo Gigetto. Il fantoccio ha una testa strana: un cilindro di legno, con due grossi occhi vacui che fissano il vuoto e un’inquietante sorriso stolido. Anche tra i mentecatti l’uguaglianza è soltanto una vana promessa: c’è chi suona la grancassa disarticolando vocali e chi fa il riverbero tozzando con la testa sul banco.

Il teatrino lo conosco, nonostante la cagnara non offre niente di nuovo, preferisco dirigermi verso la luccicanza del mare, che ondeggia pigramente nel golfo abbandonandosi all’abbraccio della città. Lì, tra le onde e i riflessi di luce, galleggiano le teste di migliaia di cadaveri, uomini, donne e bambini che hanno provato a raggiungere i nostri lidi nella speranza di essere schiavi, per rubare il lavoro agli schiavi nostrani. Uno di loro, di circa quattordici anni, si era cucito sulla giacca la pagella, forse pensava che i nuovi padroni avrebbero apprezzato e invece galleggia né più né meno come tutti gli altri.

Tra le teste si nota anche quella dell’ammiraglio Caracciolo e dei giacobini del 1799. Nasone li ha fatti ammazzare, dopo avergli promesso l’onore delle armi.

O rre era un uomo di parola, amato dalla gente, se non fosse stato per Garibaldi potremmo ancora arrampicarci sull’albero della cuccagna per raccogliere salsicce di vomito a piazza del Plebiscito, sotto il suo sguardo paterno.

In un impeto irredento rivendico la sovranità del mio sovrano Borbone, ma poi penso che in fondo sono di origini austriache e allora, forse, dovrei rivendicare la mia sovranità austrungherese.

Ma in effetti se metti assieme un biscotto savoiardo, con un caffè borbonico e un mascarpone asburgico, ottieni un buon tiramisù. Anche se poi il tiramisù ognuno lo fa a modo suo, nella convinzione indiscutibile che sia il modo giusto. Chissà a quale chiodo devo appendere il mio spirito patriottico, dietro quale bandiera nascondere la mia patetica nudità. Tra i sovranisti l’uguaglianza non è neanche un motto di spirito: l’aristocrazia sovrana ha mutande tanto grandi da farci entrare milioni di teste.

Nella mia playlist cerco un brano di Cesare Battisti, ma non lo trovo. D’un tratto mi sovviene che non canta più perché l’hanno arrestato grazie all’indispensabile intervento di un fascista, che promuove il valore pedagogico della tortura e sostiene apertamente i vantaggi della dittatura militare, peccato faccia solo il presidente del Brasile. Me lo ricordo ancora, quando andai a un seminario sulla democrazia a Genova, il giorno prima un carabiniere aveva ammazzato Carlo Giuliani,bisognava esercitarsi tutto il tempo a respirare lacrimogeni urticanti senza vomitare mentre si veniva inseguiti da carabinieri, poliziotti e finanzieri in assetto da Guerre Stellari: chi si fermava a vomitare veniva massacrato sul posto, in modo da comprendere a fondo i valori della democrazia liberale e provare un profondo senso di gratitudine. La sera ci fu l’irruzione alla Diaz. Certo in democrazia l’uguaglianza è un prerequisito: se non ci credi ciecamente, il fatto di fare una vita di merda potrebbe sembrarti un’ingiustizia.

Mi sono perso, non so dove devo andare, non so perché, non so cos’è: mi pongo di fronte alla realtà con sguardo innocente, senza pregiudizi, espellendo da me ogni posizione preconcetta e la realtà che ho di fronte non significa proprio niente. Assolutamente niente. È inutile stare lì a menarsela, il vuoto non è uno spazio senza niente dentro, ma un ammasso di cose animate e inanimate che brulicano a cazzo. Fino a quando testa di legno, cuore di stagno, burattino, non si affaccia al balcone e allora onestà, onestà, taratazumpazumallà!!

Nel nichilismo l’uguaglianza è priva di senso: uno cerca la trasvalutazione di tutti i valori e finisce al manicomio, mentre un mucchio di imbecilli che non cercano niente vanno in televisione.

Alle 6:49 riconosco l’armadio, il comodino, il lampadario. Mi rendo conto che quel profilo nel buio è la sagoma della mia compagna che dorme a fianco a me,il suo respiro regolare, la sua presenza, mi riportano alla realtà. Il gap ontologico del risveglio si sta assorbendo e io mi sto banalmente svegliando. Con l’ansia che il peso materiale della vita mi porta, con tutte le sue quotidiane pretese, riacquisto la consapevolezza che il senso non è nelle cose, ma nella dimensione etica che le investe, nella capacità di esprimere la mia soggettività con coerenza, ma senza perdere la consapevolezza della necessità della relazione con ciò che non sono io, per non scadere in un onanistico solipsismo nichilista. Col risveglio riscopro la mia ontogenesi di soggetto storicamente determinato e pronto all’azione.

L’uguaglianza non esiste, se non nella lotta quotidiana per conquistarla.

 

La copertina è di Ferdinando Kaiser

 

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