OLTRE IL CAPITALISMO PER CREARE UNA SOCIETÀ PIÙ EQUA

Proposte di legge per dissolvere il Capitalismo e creare un modello economico più equo

Definireste chef o cuoco una persona che non sa cucinare o che cucina delle pessime pietanze? E danzatore chi si muove maldestramente e fuori ritmo? E cristiano chi prega il Dio Mazda? I nazisti erano coerenti nei loro atti – in relazione alla loro ideologia – quando pianificarono e realizzarono lo sterminio sistematico di oppositori politici, ebrei, zingari, omosessuali, malati e persone con disabilità. E anche i fascisti sono coerenti rispetto alla loro ideologia, quando attuano comportamenti discriminatori o violenti.

Invece, per i comunisti che hanno tentato di attuare sistemi socioeconomici più equi, utilizzando magari anche la forza, l’inganno, il sotterfugio, possiamo dire che siano stati altrettanto coerenti rispetto ai valori che professavano e che tentavano di attuare e diffondere? Oggi, chi può definirsi e comportarsi coerentemente come ‘comunista’? E chi é un ‘anarchico’? Vi deve essere un inscindibile legame fra violenza ed anarchia oppure l’anarchico vero non può essere costitutivamente violento, pena la sua incoerenza operativa rispetto ai valori e principi che professa?

In un prossimo articolo approfondiremo il tema dell’anarchia. Ora, invece, esplicitiamo che cosa vogliamo intendere quando diciamo che una persona é coerentemente comunista.

Per noi, essere comunista significa lottare per realizzare una società più equa e considerare quindi ciascun essere umano – a prescindere dalle sue condizioni psicofisiche, di etnia, di orientamento sessuale e sesso, di convinzioni religiose o filosofiche – sempre un fine in sé e per se stesso e mai un mezzo per fini altrui: ciò significa che bisogna approntare spazi sociali per consentire a ciascun essere umano nella sua socialità di estrinsecare in libertà i propri potenziali esistenziali e le proprie attitudini, senza limitazioni e senza interferenze di qualsiasi genere (familiare, sociale, economico, religioso, ideologico). O almeno rispettare le interferenze che ognuno di noi, più o meno liberamente, sceglie di accogliere nel corso della propria vita.

Questo enunciato (che può suonare alquanto astratto) si traduce in pratica sul piano socioeconomico nel rigettare (e quindi combattere contro) il sistema economico capitalistico in primo luogo e il modello del mercato (più o meno concorrenziale) in secondo luogo. Esplicitiamo qui questa sottile ma concreta e sostanziale distinzione: l’economia di mercato é una cosa ben diversa dall’economia capitalistica. Tanto é vero che 1) può esserci un’economia capitalistica che non sia anche un’economia di mercato (per esempio, il cosiddetto capitalismo di stato dei regimi pseudocomunisti sovietico e dei paesi satelliti); così come 2) può esserci un’economia di mercato che non sia anche un’economia capitalistica (per esempio, alcune forme di cooperativismo basco).

Quali sono le caratteristiche fondamentali di un sistema economico di mercato che non sia anche capitalistico?

Dobbiamo prima avere chiaro in mente quali sono le caratteristiche salienti che contraddistinguono il sistema capitalistico dal punto di vista strettamente socioeconomico. Le caratteristiche salienti del sistema capitalistico sono 2:

1) Vi é un rapporto di subordinazione fra chi ha la proprietà dell’azienda e chi presta la propria forza-lavoro (= generica messa a disposizione altrui del proprio tempo di lavoro, sia esso operaio, quadro o dirigente), in base al quale il secondo é subordinato al primo e quindi riceve in cambio della sua generica disponibilità al lavoro un salario, cioè un reddito prestabilito e fisso (o al massimo variabile in percentuale ad una certa redditività d’impresa);

2) La proprietà (totale o parziale) dell’impresa é in capo all’azionista, cioè a chi magari non vi lavora neanche in essa, ma é solo titolare della quota di (com)proprietà ed in base ad essa percepisce l’eventuale surplus (profitto), che é ciò che rimane una volta ripagata l’anticipazione di capitale (ripartita fra salari, beni di produzione ed interesse).

Se vogliamo dissolvere l’economia capitalistica, se vogliamo essere coerentemente comunisti, basta dissolvere questi 2 istituti giuridici (azioni e contratto di lavoro subordinato), quindi approvare 2 semplici ‘leggine’:

1) la prima tramuta ex lege tutte le azioni (titoli di proprietà) in obbligazioni (titoli di credito), per cui il detentore non ha più diritto al profitto, ma ha diritto a) solo al rimborso del capitale finanziario anticipato b) più ad una percentuale prestabilita e fissa (tasso di interesse fra l’uno e il 3%); tutto il restante eventuale surplus andrebbe ripartito fra i lavoratori dell’azienda (= comproprietari in parti eguali dell’impresa), i quali decidono in assemblea cosa farne; sarebbe quindi questo un esproprio proletario? Niente affatto! Si toglie solo il diritto a percepire il surplus.

2) la seconda legge dovrebbe vietare il contratto di lavoro subordinato, sostituendolo con il contratto associativo: ogni lavoratore che entra a far parte di un’impresa diventa contitolare della stessa ed ha, quindi, diritto ad una retribuzione che si divide in due parti: a) l’anticipo per il lavoro prestato (la retribuzione mensile, tanto per intenderci); b) la sua compartecipazione agli utili d’esercizio, cioè la sua quota parte proveniente dal profitto eventualmente generato dall’attività produttiva.

Pertanto, limitandosi ad introdurre queste due ‘leggine’, noi riusciremmo ad istituire un sistema economico ad economia di mercato non capitalistico. Rimarrebbe il mercato dei capitali, i quali però potranno essere impiegati solo nella forma di prestiti corrisposti ad un tasso prestabilito e fisso senza aver diritto alla comproprietà dell’impresa. Invece, il mercato del lavoro sarebbe profondamente modificato, in quanto ci avrebbe un’allocazione della risorsa umana più razionale ed efficiente oltre che del tutto avulsa da una qualsiasi forma di sfruttamento. È una rivoluzione questa? Beh, sì e per niente cruenta, a meno che i capitalisti non siano disposti a difendere il loro sopruso con i denti.

In un prossimo articolo esporremo anche un modello di economia che non sia né di mercato, né capitalistica: il modello dell’Economia Partecipativa.

In Italia, siamo in periodo di campagna elettorale: secondo voi, quale forza politica avrebbe il coraggio di porre nel proprio programma politico-legislativo le due leggi che 1) aboliscono le azioni, convertendole tutte in obbligazioni, 2) aboliscono il contratto di lavoro subordinato, tramutandolo in contratto associativo?

Io scommetto che nessuno avrà gli ‘attributi’ ;-} per proporre tutto ciò, e voi?

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