Non tutti i tradimenti vengono per nuocere

Giuda, l'ultimo romanzo di Amos Oz

C’è sempre poco nei frigo e nelle cucine della letteratura israeliana contemporanea.

Pane, formaggio, olive, qualche frutto di stagione, talvolta dello yogurt e poco, pochissimo altro. C’è poco anche nella cucina della misteriosa casa gerosolimitana in vicolo Rav Albaz 17 che è il palcoscenico principale dell’ultimo romanzo di Amos Oz edito da Feltrinelli intitolato: “Giuda”.

giudaUna casa, dove nell’inverno a cavallo tra il 1959 ed il 1960, si incrociano le esistenze di una donna affascinante, di un vecchio intellettuale disabile, di un giovane e disilluso orsacchiotto asmatico e  due “fantasmi”: il padre della donna ed il figlio dell’anziano, nonché marito della donna, morto all’alba del conflitto arabo/israeliano.

Vi sono molti modi di  leggere un romanzo come questo, molti, ma non infiniti.

Tra i molti possibili c’è quello involontario del gioco dei rimandi in cui finiscono per affacciarsi nella mente di un lettore idee o spunti che apparentemente non hanno nulla da spartire con il libro ed il suo autore. A pagine chiuse di “Giuda”, dev’essermi accaduto qualcosa di simile se la prima cosa che mi è venuta in mente è stata una frase incontrata in vecchio racconto di Julio Cortazar.

Forse, mi sono detto, davvero “si scrive per inventarsi un tempo nei giorni nuovi che non hanno nulla di nuovo”.

Forse, devo aver pensato che se esiste un luogo metafora nel mondo dove i giorni nuovi non hanno nulla di nuovo, quello non può che essere la Palestina, almeno a far data dal 1948, ma forse anche da prima, dai tempi dell’Iscariota.

Alzi la mano chi crede ancora nella formula “due popoli due stati” ripetuta come un mantra ossessivo, in grado di assicurare una coesistenza possibile tra palestinesi e israeliani?israele-palestina

Se il dialogo, in quella terra tormentata, ha ceduto il passo ai monologhi,  il tradimento di Giuda, cosi come lo rivisita Oz attraverso la ricerca del giovane Schemuel Asch, finisce per essere l’unica rottura possibile sullo sfondo di una tragedia destinata a rinnovarsi sempre uguale a se stessa.

Mica è da tutti alzarsi una bella mattina, lavarsi i denti, bere un caffè e uccidere Dio!”. Ecco la leggerezza irridente con cui un grande scrittore esorcizza lo stigma di un popolo consapevole che “dopo ottanta generazioni e quasi due millenni, siamo tutti Giuda Iscariota”. Ecco la misteriosa vedova Atalia Abrabanel muoversi con felina autosufficienza tra il dolore della perdita, l’utopia di pace basata sull’ascolto delle ragioni degli arabi di Shaltiel Abrabanel un padre troppo distante e sconfitto, la goffa infatuazione del giovane e disilluso Schemuel e la colta, lucida e tuttavia non cinica descrizione dei contorni del dramma in cui sono immersi, enunciata dal vecchio e invalido suocero  Gershon Wald.  “Gli arabi di qui sono legati a questa terra perché è l’unica che hanno, non ne hanno nessun’altra e noi siamo legati a questa terra per la medesima ragione. Loro sanno che noi non rinunceremo mai e noi sappiamo che loro non ci rinunceranno mai. Pertanto ci siamo capiti benissimo. Non c’è mai stata incomprensione”.

Vi sono molti motivi per  leggere un romanzo come questo, molti, ma non infiniti. Uno fra i molti, al di la del piacere insito nel dono della  scrittura che lo innerva è che, a copertina richiusa, l’elogio del tradimento come esilissima leva di un cambiamento di prospettiva custodito nella finzione letteraria continui, in qualche modo, a chiedere spazio nella vita reale, quella dove tutte le coazioni a ripetere appaiono intollerabili.

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