Non lo raccontate ai bambini

Cosa non faremmo pur di far crescere il PIL..... IL difficile percorso verso la sostenibilità (Terza Parte)

 

Le politiche e le strategie per uno sviluppo sostenibile dovrebbero essere attuate per garantire ai bambini di oggi uno standard di vita dignitoso, in un futuro prossimo o remoto. Una recente ricerca pubblicata su Science afferma che il cucciolo umano ad un anno di età, prima ancora di strutturare il linguaggio, ha già sviluppato sufficienti capacità logiche che gli consentono di comprendere molto dalle sue esperienze e di ragionare in maniera deduttiva. Riflettendo sul risultato di questo studio, ritengo che questa capacità sia certamente rovinosa per il bambino, per noi adulti è invece un bene che non abbia ancora sviluppato il linguaggio. Diversamente ci inviterebbe, senza esitazione, a dirigerci verso “la retto via”. Questo perché resterebbe inorridito dal diffuso e condiviso comportamento che noi adulti abbiamo sviluppato per ricercare la felicità. Il bambino resterebbe soprattutto basito nell’ascoltare la “narrativa”, che senza ombra di dubbio è l’aspetto più curioso e divertente di noi umani, in particolar modo quando è applicata alla sostenibilità. Per i meno avvezzi all’uso di questo sostantivo, la narrativa è il discorso che si produce per sostenere e motivare degli argomenti. Politici, burocrati e illuminati scienziati sono in prima linea nel partorire convulse narrative sul tema della sostenibilità che sono caratterizzate da forbiti termini e complessi concetti, di cui spesso ne ignorano il significato, e soprattutto in un accostamento ossimòrico. Un primo esempio è il disinvolto accostamento che si fa tra sviluppo sostenibile e crescita economica.

Stimolo i più curiosi a consultare chi prima e meglio di me si è preoccupato di ammonire, soprattutto gli economisti, sulla significativa differenza tra sviluppo e crescita, vale a dire Joseph Schumpeter e Nicholas Georgescu-Roegen.

Il concetto di sviluppo si può applicare in maniera equivalente a tutti i livelli di organizzazione della vita. Si può definire come un processo continuo di innovazione delle strutture e delle funzioni, che a livello delle organizzazioni sociali umane si manifesta con lo sviluppo di nuove conoscenze e soluzioni che migliorano le prestazioni delle stesse società.

La crescita economica, che gli economisti misurano come PIL (Prodotto Interno Lordo), è un processo associato alla crescente produzione di beni pro capite, in ultima analisi è la dilatazione dell’aureola esosomatica. La crescita economica si struttura inevitabilmente sulle spalle dell’ecosfera poiché da essa attinge le risorse e sfrutta le sue capacità di assorbire gli scarti associati al processo di crescita. Gli stessi economisti standard usano dire “there is no free lunch”, intendendo che il prezzo di ogni cosa è uguale al suo costo; ovviamente è una definizione basata su di una logica monetaria. Analoga frase è sostenuta dagli ecologi (gli economisti della natura) e dai bio-economisti (quelli veri, in un prossimo post sarò più chiaro in proposito) che sostengono con affidabile cognizione di causa che non si mangia senza pagar dazio all’ecosfera. Uno dei tanti miti che sta prendendo forma tra gli economisti è quello dell’economia circolare, intesa come un insieme di opportune strategie di gestione in grado di abbandonare il percorso lineare della materia ma di mantenere invariata l’aureola esosomatica e di garantire sempre e comunque la crescita economica. Come avrò modo di mettere in evidenza in successivi post, questo obiettivo appare come una mitologica chimera.

L’equivoca narrativa, che associa allo sviluppo sostenibile anche la crescita economica, è la conseguenza di una condizione di esaltazione comportamentale e culturale delle società stimolata dal surplus di energia fossile che ha innescato il processo di industrializzazione. Inevitabilmente lo sviluppo di conoscenze innovative sostenute dalla grande disponibilità di energia ha anche garantito la crescita economica.

Questo aspetto verrà approfondito nel prossimo post, adesso voglio raccontarvi una simpatica storiella che narra della nostra felice condizione di vita grazie al PIL.

C’era una volta, anzi c’è ancora, una virtuosa e zelante industria che produce tasnuly. Una di quelle tante industrie che garantisce posti di lavoro a felici operai, che poi sono anche consumatori con tanto di aureola esosomatica. Non dubitate, è gestita da una società dotata di coscienzioso senso civico, paga le tasse senza portare un centesimo di euro in paradisi fiscali. L’industria produce tanti tasnuly perché la domanda è alta, tutti adorano consumare i tasnuly, che a pieno diritto entrano nel calderone del PIL. I consumatori sono tanto felici di consumare i tasnuly, perché hanno sentito dire in televisione che i tasnuly ti fanno fico ed intelligente. Poiché gli affari vanno a gonfie vele, l’industria è prodiga di investimenti interni per potenziare la produttività di tasnuly, investimenti che gonfiano il PIL. Molti investimenti sono su Ricerca & Sviluppo, così possono etichettare il tasnuly come un prodotto dell’industria 4.0. I tasnuly hanno un successo trans-nazionale, export alle stelle con il PIL che gongola. Certo! Produrre tasnuly richiede il consumo di molte risorse, sempre per omaggiare il PIL, e si producono anche tanti rifiuti. Agli alti vertici non interessa, la priorità deve essere la felicità del consumatore, per loro è una missione, il tasnuly è un talismano della felicità. Felicità che si condivide con gli operai, che non devono stare a sentire quelle male lingue che sostengono che ci siano morti sospette all’interno della fabbrica.
Se qualche morte c’è stata la responsabilità è dell’indigesta pasta e fagioli con le cotiche della trattoria di Titina a ‘nzevata che sta dietro l’angolo (anche la pasta e fagioli di Titina incide sul PIL). E poi! Diciamocelo. Tra tante virtù ci potrà pur essere un piccolo difetto, che per gli amministratori delegati è sempre colpa di Titina. Non è difficile immaginare il motivo per il quale a Titina è stato assegnato il simpatico nomignolo; le sue specialità sono notoriamente ‘nzevate. Poiché lo scarico della cucina di Titina da proprio sul cortile di stoccaggio dei rifiuti, la spessa coltre di grasso che si sprigiona finisce per avvolgere i rifiuti. Fatto sta, che questi ogni tanto scivolano tra le mani, finendo accidentalmente nei cassonetti di alcuni tir di passaggio. Non si sa bene se per colpa del Tom-Tom o perché dotati di inefficienti prototipi a guida autonoma, questi tir finiscono sempre per cadere dentro accidentali buche ed una provvidenziale ruspa è sempre di passaggio per interrare i tir e garantire la viabilità del traffico. Per fortuna i tir e la ruspa sono tutti di fabbricazione nazionale, così non si fa torto al PIL. Si sa! Il mondo è pieno di gente che non si fa i cazzi suoi. Giunge sempre nelle orecchie del magistrato di turno notizia che dei tir con i rifiuti ‘nzevati da Titina giacciono in qualche buca. È quindi necessario avviare la macchina delle indagini, poi l’efficiente bonifica e garantire le spese sanitarie per i malcapitati cittadini. Tranquilli! non sono soldi buttati dal momento che faranno crescere il PIL. E vissero, quasi tutti, felici e contenti confortevolmente avvolti nella loro aureola esosomatica
”.

Shhhhhh, mi raccomando! Non lo raccontate ai bambini

 

Angelo Fierro

Ricercatore Ecologia Unina
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