Non chiamatela movida!

Movida, turismo e altro nella Napoli post covid. Nota analitica sul fenomeno

Riceviamo e pubblichiamo di  Laboratorio di Mutuo Soccorso Z.E.R.081

Note per una critica dell’economia politica del consumo dello spazio pubblico

Lo spazio pubblico è stato il grande assente durante il lockdown, interdetto perché visto esclusivamente come parte del problema e non della cura. Dopo una graduale quanto rapida reintroduzione alla vita pub­blica, ci troviamo oggi di fronte a strade e piazze del centro storico, così come di altri quartieri della città, che, ogni giorno di più, assumono i caratteri dell’invi­vibilità.

Il contesto attuale è molto lontano (non solo tempo­ralmente) da quello di dieci-quindici anni fa, quando il centro storico ha vissuto l’inizio di un nuova espe­rienza di vitalità delle sue strade, nelle ore notturne e diurne. Non era di certo la prima volta, dal momento che quest’area della città ha conosciuto nel tempo diversi cicli di espansione e compressione della vita notturna, ma è stato probabilmente il più intenso nelle forme, nello spazio e nel tempo.

’inizio di quella esperienza è stato vissuto e rivendi­cato come un processo di riappropriazione dello spazio pubblico: un’opportunità di socialità e

un’e­spressione culturale di un certo modo di intendere la città, che con mille limiti e contraddizioni rispondeva a un desiderio di libertà ma anche a un senso di pro­tezione reciproca e collettiva, di sicurezza comunitaria dello spazio pubblico.

Oggi, a valle di importanti cambiamenti come lo sviluppo di un turi­smo di massa, di un piccolo tessuto “industriale” dello svago notturno e, fuor di ridicole

retoriche di “crescita e rilancio”, di un pesante stato di comples­siva depressione della città in termini occupazionali e culturali, la presenza di masse di person nelle strade e nelle piazze e le dinamiche che vi si presen­tano, restituiscono costantemente un senso di sottrazione dello spazio pubblico, di

insicurezza e di disagio, tracciando i lineamenti di forme di socialità che sipresentano prevalentemente in una dimensione patologica.

Ci sforziamo di tradurre queste sensazioni che regi­striamo attorno e dentro noi stessi in riflessioni criti­che e di trarne un orientamento utile alla costru­zione di un discorso politico e prassi sociale, per un’etica e una politica critica dello spazio pubblico, che è un elemento fondamentale per immaginare il cambiamento e per sottrarre il campo a strumenta­lizzazioni politiche o al pantano dell’omologazione culturale. Ci sembra infatti che accontentarsi dell’ignavia o della parcellizzazione delle sperimenta­zioni, significhi prestare il fianco all’idiozia delle cri­minalizzazioni repressive o alle strumentalizzazioni elettorali, ma anche dell’auto-assolutorio livellamento di esperienze che attorno alla socialità dovrebbero invece costruire un posizionamento di critica e di alternativa radicale.

Se la vita diurna dello spazio pubblico, nel corso de­gli ultimi anni, si è progressivamente ridotta attorno a due assi principali (passeggiatina turistica

con pranzo “tradizionale”/veloce attraversamento metro-università per ragioni lavorative-di studio), la principale benzina nel motore della centrifuga

che alimenta e cattura i flussi di persone nella vita not­turna sembra essere diventato l’uso e il consumo in­tensivo e massificato di luoghi e merci, a cominciare dalle sostanze (con i problemi, le stigmatizzazioni e le idiote criminalizzazioni ad esse connesse). Ci riferiamo innanzitutto all’ alcol (spesso di scarsa qua­lità e da alcuni venduto a prezzi irrisori e in maniera indiscriminata anche a minorenni e persone già in condizioni di pesante ubriachezza), all’erba e al fumo (anche in questo caso di scarsissima qualità e il cui uso appare in larga misura inconsapevole); ma anche, anzi soprattutto, a stupefacenti come la cocaina (che fluisce in quantità impressionanti attra­verso un commercio al dettaglio legato al consumo giornaliero e non occasionale) e, sebbene in maniera molto diversa e non accomunabile, a droghe sinteti­che e/o psichedeliche, che da sempre sono parte dell’esperienza dello svago di tribe, paranze e culture musicali e di strada.

Il consumo dell’alcol e delle sostanze sono da decenni tra gli aspetti più controversi dei modi di vita in generale e delle culture (o sottoculture) gio­vanili in particolare. Un aspetto su cui si giocano da sempre narrazioni e contronarrazioni, esperienze di consapevolezza, liberazione e socialità, oppure di stigmatizzazione, criminalizzazione e strumentalizza­zione.  Non vogliamo addentrarci in discussioni analoghe, ma soltanto evidenziare delle domande:

 

  • Che signifi­cato ha, per le persone e per le dimensioni collettive, l’uso delle sostanze accanto (e non come presunta causa o correlato di fenomeni diversi) ai contesti della socialità notturna in rapporto alla salute fisica e psicologica, alle forme stesse (liberatorie o oppressive) della socialità e alla sostenibilità in ter­mini di qualità della vita (riposo, mobilità, cura dei luoghi)?

 

  • Esistono forme di pedagogia autonoma, di riflessività, di regolazione reciproca, di autodifesa e di tutela dei luoghi e delle persone nei contesti so­ciali in cui il consumo di sostanze (in quanto sostanze e in quanto merci) avviene?

 

  • Qual è la cifra politica dell’esistenza o dell’inesistenza di queste forme di consapevolezza?

Vi sono poi altre questioni: l’espansione e il cambia­mento qualitativo dei flussi di uso e consumo degli spazi pubblici si è progressivamente dispiegato in un contesto di assoluta inadeguatezza, quando non to­tale assenza, delle infrastrutture pubbliche, a loro volta ulteriormente condizionate dai flussi cui sono state progressivamente esposte.

I disservizi del trasporto pubblico e l’inesistenza di collegamenti notturni, nonostante alcuni esperi­menti e tentativi falliti di prolungamento degli orari della metro e roboanti quanto ridicole dichiarazioni del Sindaco, hanno dato il là alla crescita sproporzio­nata del traffico della mobilità privata. A questo si aggiungano lo stato di abbandono di strade e di pe­renni cantieri, l’assenza di servizi igienici pubblici, l’inesistenza di un piano per il traffico e la giungla del parcheggio selvaggio, l’insufficienza del piano di rac­colta dei rifiuti e di pulizia delle strade.  Nel complesso, la somma di questi elementi evidenzia la totale assenza di pianificazione e regolazione in par­ticolare da parte dell’amministrazione comunale che, mentre si fregiava dell’esplosione di taluni flussi quale espressione di una presunta rinascita e vitalità della città, alternava contradditorie e inefficaci ordi­nanze repressive a completo lassismo e connivenza nel nome della libertà più comoda da evocare in cia­scuna occasione.

Nel solco dell’evidente fallimento dell’amministrazione si inseriscono gli abusi e il disinteresse di buona parte degli operatori privati (a eccezione di una minoranza che non riduce la gestione della pro­pria impresa esclusivamente all’ampiezza immediata dei guadagni) che espongono, nel solito parossistico gioco del più forte, i più sensibili tra i loro colleghi a feroci attacchi da parte di media e residenti e i pro­pri dipendenti a vergognose condizioni di lavoro. Poi ci sono i “giovani”, altra categoria controversa spesso impropriamente utilizzata o abusata da sociologi e giornalisti. Cuore pulsante di questo pro­cesso, trattato come massa omogenea, informe e dai connotati cangianti a seconda dello sguardo e degli interessi dei commentatori: depravati per i benpen­santi, inetti per i rigorosi rivoluzionari” di un (quale?) tempo remoto, serbatoio di future campagne elettorali per i più stupidi opportunisti.

Di fatto, le piazze della notte sono attraversate da migliaia di giovani e meno giovani figli della piccola borghesia che spendono i guadagni delle proprie famiglie per vorticare in questa centrifuga, spesso assieme o distinti,per zone e bar, ad altre migliaia di giovani e meno giovani precari/e ed disoccupati/e meno fortunati, con meno soldi ma stessa attitudine temporale e abitudinale e magari simili contesti di abitazione, studio e lavoro. Tutti hanno tempo e qualcosa di soldi da buttare per galleggiare in questo mare, come alternativa alla noia e ad altre forme di socialità e fruizione culturale che non rientrano nell’offerta pubblica e privata perché non rendono economicamente o perché non vi è interesse né at­tenzione nel perseguirle, né tantomeno l’audacia di autogestirle in forma autonoma, sperimentale o clandestina, senza assimilarle al resto.

 

La coesistenza di ciascuna di queste forme di con­sumo (piuttosto che di uso) dello e nello spazio pub­blico, con l’espressione del disagio di una crisi sociale ed economica che assume pieghe sempre più minac­ciose, la dissoluzione e la sfumatura di codici gram­maticali e culturali, a volte troppo rigidi, di distin­zione tra categorie e modi di esistenza, in un frullato indistinto e dal sapore indefinibile di culture, linguaggi, forme di vita spesso stonate al miscuglio, e l’aumento di episodi di violenza (di genere, razzista, delinquenziale o semplicemente futile) abuso e aggressività, fuori da ogni azzardata e sterile correla­zione sociologica, rappresentano gli ingredienti di questa esperienza dello spazio pubblico che la espone al disgusto, al rifiuto, alla polarizzazione degli interessi e bisogni parziali. Oggi molte piazze e strade sono invivibili ai più per questo, e alla fine della giostra la sensazione amara è data dal fatto che davvero sembra ci si possa solo di­videre tra l’assuefazione a questo stato di cose e il rifiuto, o peggio il giudizio e la condanna.

Ed è da questa dicotomia, che altri alimentano, che vor­remmo provare a sottrarci, insieme.

Lo sviluppo sregolato del turismo è certamente stato un catalizzatore di questi processi di trasformazione dello spazio pubblico che da diversi anni hanno visto prevalere la modalità degenerativa a quella rigenera­tiva, ma non è l’unico fattore. 

 Altre variabili, strutturali, contingenti o legate a pro­cessi molto oltre il livello locale, hanno giocato la loro funzione.

Per capirci, senza i livelli di sfruttamento intensivo che caratterizzano la condizione di migliaia di lavora­tori del settore dei servizi culturali e del food&beverage, senza la deregolamentazione dell’inizia­tiva  privata nello spazio urbano, l’evasione fiscale e le appropriazioni indebite di spazi e concessioni, senza lo sfruttamento della miseria nell’economia informale e criminale e la disponibilità o la negozia­zione della violenza di strada come strumento di agi­bilità, senza questi elementi insieme, gli elevati pro­fitti e, soprattutto, le stratosferiche rendite degli in­teressi più consolidati, sarebbero stati impensabili.

L’elenco dei fattori concatenati che conducono a tratteggiare i lineamenti della vita dello spazio pub­blico e della socialità notturna è davvero lungo e as­sumerne la complessità e l’irriducibilità ad una di­scussione in poche righe non è un esercizio retorico viziato da deformazioni ideologiche, ma un atto di onestà intellettuale.

Quello che invece si può certamente semplificare è il riconoscimento del problema che esso rappresenta; quello che non si può negare è altresì la contestuale ottusità degli autoproclamatisi attori del dibattito politico attuale che, in qualsiasi schieramento, com­presi quelli più presuntamente radicali, insistono nel porre la questione nei termini di una dicotomia tra una presunta vivacità, democraticità, libertà dell’uso dello spazio pubblico associata alla libera circola­zione degli individui e delle merci (per quanto palesemente insostenibile), contrapposta a un al­trettanto idiota pretesa repressiva, autoritaria e poli­ziesca che fa leva sull’insostenibilità del degrado per propagandare l’altrettanto insostenibile retorica del decoro e del pugno di ferro, senza mai intaccare gli interessi economici che dietro entrambe le opzioni lucrano economicamente e politicamente, produ­cendo uno scontro generazionale e sociale al ribasso, insensato e dai risvolti reazionari.

Questa forma del dibattito non solo è altamente tos­sica e presenta contrapposizioni fittizie ignorando i bisogni reali, anche eterogenei, della maggioranza della città, ma assume lineamenti parossistici, cangianti a seconda del campo nel quale si esprime: i difensori della libertà del consumo notturno della città possono tranquillamente corrispondere ai so­stenitori di posizioni fortemente critiche della libertà di consumo diurno della stessa e viceversa. La perversione di fondo di questo dibattito consiste nel fatto che ricalca, in una dannosa coazione a ripetere, la forma di un dibattito secolare nel quale si contrap­pone un’idea di sviluppo della città che, alimentata dal bisogno

di reddito della fetta più consistente della popolazione, consiste nella sottrazione da parte del privato dello spazio pubblico e nella tra­sformazione della vita urbana da sociale ad elitaria e la cui forma di contrapposizione invece di avere la forza di configurarsi come trasformazione e socializ­zazione del possibile, si attesta sulla difesa della mi­seria dell’esistente, ad ogni giro peggiore del prece­dente.

tentativi di discutere in forma pubblica, partecipa­tiva, e di ricorrere a soluzioni  concrete di pianificazione, negoziazione e realizzazione di inter­venti per migliorare  a sostenibilità in termini di salute pubblica e diritti, che pure sono nate in questi anni ad opera di comitati territoriali, movimenti sociali, attori politici municipali,  operatori commerciali e associativi, sono stati costantemente boicottati, ostacolati o ignorati dalle istituzioni e dai soggetti più potenti. 

Non è un caso: è più facile fare soldi e costruire campagne elettorali in mezzo al disastro.

Crediamo ancora che il dibattito di fondo che interessa l’insieme delle questioni sino ad ora elencate, ruoti attorno al modello di città in cui vogliamo vivere. Non è un caso che esso riesploda in questi giorni, con i nervi, le condizioni sociali

e le retoriche sullo sviluppo della nostra città fresche dello smascheramento e dello stress del lockdown.

Rispetto al dibattito cittadino, non è da oggi, crediamo, che l’esperienza della amministrazione De Magistris si sia conclusa in maniera fallimentare e con essa qualsivoglia tentativo pubblico e collettivo di dialogo, relazione e ambizione di incidere nelle di­namiche di governo della città da parte di attori so­ciali e politici diversi da quelli che si siedono nelle stanze dei bottoncini.

Per leggere il documento integrale

 

 

 

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