NEL DESERTO AMERICANO, IN COMPAGNIA DI ALEX SHOUMATOFF

La più brillante e onesta restituzione dei miti fondativi del grande Sudovest Americano

Alcuni lettori,assegnano alle parole scritte più potere di quanto la realtà sia disposta a riconoscere. Occorre perciò non disapprovare questa innocua sopravvalutazione dell’arte del racconto e porsi con una certa cautela la seguente domanda: è sano, dal punto di vista dell’igiene mentale, dedicarsi alla lettura delle 626 pagine di  “Leggende del deserto americano” proprio nel cuore  rovente di un’estate come quella che stiamo per archiviare?

La risposta è:assolutamente si! Ma, molto probabilmente richiede alcune specifiche per poter risultare minimamente credibile agli occhi di chi non ne ha fatto esperienza diretta.

alexLa prima è che l’affascinante lavoro di Shoumatoff non si lascia  incasellare in nessuno dei generi con cui si è soliti classificare le opere scritte. Se proprio si desiderasse incasellarlo,  si potrebbe  dire che è  un libro “cipolla”. Non nel senso che fa necessariamente piangere mentre lo sfogli, ma  che la sua architettura a strati concentrici sovrapposti rimanda proprio al bulbo caro agli antichi egizi.

La seconda è che il grande deserto del sudovest americano, racchiuso tra Arizona, New Messico, Nevada, California del sud e Utha rappresenta lo scrigno di  paesaggi e storie che costituiscono il nostro immaginario cinematografico più profondo.

Le neuroscienze affermano  che la memoria umana sia per lo più composta da immagini, perciò, poco importa se in questa vita non ci è mai toccato  affacciarci nemmeno una volta sul Gran Canyon, il deserto di Shoumatoff  e gli altopiani di roccia arenaria rossiccia che  attraversa con sguardo curioso, ci sono misteriosamente altrettanto familiari del più familiare dei nostri orizzonti.

E’possibile guardare al deserto come ad una terra promessa? Forse, si deve avere più di qualche rotella fuori posto anche solo per formulare mentalmente un quesito simile.

Eppure, a pagine chiuse, la presenza inquietante del crotalo ceraste, l’acqua metabolica dei ratti canguro, lesagome spinose dei cactus saguaro, lo struscìo di una lucertola cornuta, il battito di una “vanessa cardui” con le sue ali dipinte di giallo gentile  o la vista mai immaginata dell’erba sapone in fiore, bastano a convincere che il deserto non è  affare esclusivo dimistici, fondatori di religioni e costruttori del mito di celluloide della frontiera, ma il laboratorio estremo  in cui la vita sperimenta le sue più mirabili capacità di adattamento all’antitesi di se stessa.


pancho villaLì dove si è consumata l’ultima resistenza dei nativi americani ad un genocidio che appare,da quella che in fondo rimane la testa di ponte del Sud America negli Stati Uniti, il lascito principale della scoperta di Colombo
, si può tentare di capire perché gli indiani Hopi hanno provato a sviluppare buoni rapporti con le nuvole fino a ritenere che esse non siano altro che i propri antenati in transito in un cielo avaro di pioggia.

Sempre lì, si può trovare traccia nella credenza Navajo del “quarto mondo” dei cicli di morte e rinascita della civiltà umana rintracciabili anche in Platone o incuriosirsi del fatto che l’arte delle loro donne di confezionare  bellissimi arazzi sia stata appresa, secondo una leggenda, dalla Donna Ragno, l’essere primordiale che viveva nel Canyon de Chelly.

Oppure scoprire la presenza nascosta di conversos in fuga dall’inquisizione spagnola, o che ai sicari di Huerta, ci vollero sedici pallottole alle 8,30 del 20 luglio 1923 per ridurre al silenzio Doroteo Arango, alias Pancho Villa o ancora, che i contrabbandieri di uomini lunga la tormentata frontiera col Messico si chiamano coyotese che in quel deserto che fiorisce ogni 17 anni, sono stati sperimentati i poteri malvagi dell’uranio considerando spregiudicatamente effetti collaterali, tumori e leucemie degli inconsapevolmente esposti.

Shoumatoff  intesse con forza di cronista vero  la più dettagliata denuncia delle sottrazioni di acqua e beni e cultura ai danni dei nativi americani, incrociando  ciò che resta del misticismo vegetale delle tribù pueblo.

E ancora i mormoni e le loro capacità di grandi irrigatori, vittime anch’essi degli effetti delle sperimentazioni nucleari. L’inquinamento delle acque e la battaglia pagata con la vita da militanti indiani contro quello e contro il disboscamento dei versanti montani delle proprie riserve.

Billy-the-Kid-2La vera storia di Billy the Kid con la sua emotività da quattordicenne ritardato, innalzato ad eroe eponimo degli ultimi,Il ritiro della beat generation, la tragedia dei migranti messicani, la genesi della coltivazione e del traffico di papaveri e marijuana, la storia emblematica  di Edwin Bustillos contro la violenza e la devastazione portata dai trafficanti sulla Sierra e una dichiarazione di inimicizia potente verso tutte le frontiere, che al contrario delle cerniere, non sono pensate per congiungere e che lì, nel Far West Americano, la fantasia dell’industria della recinzione  è arrivata  a concepire sotto forma di settemila tipi diversi  di filo spinato in commercio.

A modo suo, “Leggende del deserto Americano”, nel suo essere molte cose è anche un libro di puntigliosa e militante denuncia, su diritti negati, poteri corruttivi, resistenze orgogliose e rivendicazioni tenaci del diritto ad esistere.

Ad Alex Shumatoff, nelle cui vene, per sua stessa ammissione, non scorre nemmeno una goccia di sangue anglosassone, ma  che per questo accidente di nascita non riesce a sentirsi assolto agli occhi dei nativi di cui racconta, credo si debba essere grati per aver scritto un simile libro e ad Einaudi per averlo ripubblicato nel 2015 dopo la prima e costosa edizione del 2000

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