NAPOLI TEATRO FESTIVAL: LO SGUARDO DI NEIWILLER

L' altro teatro di Antonio Neiwiller nel laboratorio di Loredana Putignani e nella performance di Youssef Tayamoun nella chiesa della Misericordiella

Scritto da Antonio Grieco

Napoli Teatro Festival, nella Chiesa della Misericordiella ai Vergini,“Molecole Kantor/Neiwilleriane” e Holzwege-Sentieri interrotti

Nei giorni scorsi, nella Chiesa della Misericordiella ai Vergini – nell’ambito del Napoli Teatro Festival e attraverso i laboratori teatrali di Loredana Putignani – è ritornato lo sguardo di Antonio Neiwiller, napoletano, poeta, regista, attore, grande innovatore del teatro italiano. A venticinque anni dalla scomparsa, continua ad ispirarsi a Neiwiller una giovane generazione di artisti attori che guarda al suo teatro come ad un’estrema possibilità per sottrarsi ad ogni tentazione mercantile e omologante dell’esperienza creativa.  Neiwiller ha rappresentato per molti anni la coscienza critica di una società che stava inesorabilmente precipitando nella barbarie. Molto oltre il proprio tempo, contaminando la propria esperienza  artistica e umana con lo sguardo dei più grandi scrittori, artisti e poeti del Novecento  – da Kantor a Pasolini,  da Pessoa a Beuys, a Klee – egli pensò che l’arte e il teatro  dovessero rappresentare un antidoto ai dogmi del pensiero unico ed anche un fondamentale strumento di liberazione umana. La pratica di laboratorio costituì il nucleo fondante del suo teatro povero e della sua comunità di artisti attori, che in “quel luogo della mente e del corpo” riscopriva se stessa aprendosi all’altro .

Nascevano spettacoli aritmici, antirappresentativi, attraversati da una febbrile tensione poetica ed etica, come per esempio Titanic the end (1983) e Dritto all’Inferno (1991); nel primo, la scena è  percorsa da passeggeri-fantasmi senza identità, disperati, affamati: sono gli uomini della terza classe che saranno i primi a soccombere nel naufragio del grande traslatlantico; nel secondo,  ispirato a Pasolini, scorgiamo un uomo che viene brutalmente torturato, e poi ci imbattiamo in un esodo, una fila di uomini e donne in cammino con le loro povere cose verso un altrove ignoto .

Vedeva lontano, Neiwiller.  Ma in pochi allora capirono, e così egli visse a Napoli  in grande solitudine resistendo a un teatro di pura evasione, meramente spettacolare, nella convinzione che la sua ricerca non potesse non interrogarsi sulle “trasformazione del tempo”, su quelle mutazioni antropologiche che hanno portato le nostre comunità a vivere in un eterno presente slegato dalle nostre radici,  imprigionato dal consumismo e dalle ferree regole del mercato globale. Putignani ha intitolato il laboratorio Molecole Kantor/Neiwilleriane, per indicare quel filo invisibile che per molti anni unì la drammaturgia di uno dei più grandi maestri del teatro europeo del Novecento e l’arte scenica di Neiwiller, il quale rifondò il suo teatro proprio dopo aver visto, nel 1979, a Roma, La classe morta, capolavoro assoluto del regista polacco. C’è un elemento fondamentale che lega lo sguardo di Neiwiller a quello di Tadeusz Kantor: entrambi, oltre ad essere uomini di teatro, sono artisti, pittori, poeti che credono nell’interdisciplinarietà della loro ricerca: a teatro – spiegò Kantor nelle lezioni milanesi (Ubulibri, 1988) bisogna giungere da altri territori (il dramma, le arti visive, la musica, la danza, l’architettura), ma senza che si perda “la pura forza naturale del teatro”.

Putignani – che alla Misericordiella ha mostrato anche interessanti documenti visivi dei due artisti, come La classe morta di Kantor e L’altro sguardo e Una sola moltitudine di Neiwiller –  ha orientato questo laboratorio  sulle “azioni fisiche “ e sulla corporeità come ricerca di una dimensione originaria e molteplice dell’essere.

Come Grotowski anche per Neiwiler il teatro è infatti conoscenza di sé, svelamento, scoperta dell’altro. Passa dall’idea di creare molecole drammaturgiche, che fanno pensare a un rapporto armonico dell’uomo col vivente umano e non umano, l’incontro di Neiwiller con Joseph Beuys, grande maestro dell‘Arte Povera, cui l’autore attore – dopo la fondazione di Teatri Uniti con Martone e Servillo – dedicherà La natura non indifferente. I gesti e i movimenti ripetuti dai performer guidati dalla Putignani evocano appunto questo sentimento disperso dell’uomo contemporaneo, mentre dalle azioni su cui spesso ritornano – esercizi di rilassamento, tecniche pre-espressive, esercizi vocali, microazioni semplici – in realtà  affiorano primi elementi di “una drammaturgia dell’attore”, cioè di un’azione performativa che parte sempre da sé, dal proprio mondo interiore, dalla personale esperienza di vita.

L’altro punto nodale su cui Putignani ha insistito nel laboratorio è il rapporto tra la scena e lo spazio, riprendendo le indicazioni di Neiwiller che, simbolicamente, suddivideva la sua messinscena in tre momenti: “ciò che si vede, ciò che si intravede, ciò che non si vede”. I giovani performer – tutti molto bravi – sono stati così stimolati a ripensare lo spazio delle loro azioni come ad uno spazio interiore, denudato, che ha un proprio respiro: attraverso esercizi vocali e fughe improvvise verso il fondo della scena,  altre volte immobili o  ballando  sulle note di Acercate mas, un tango-ballo di Nat King Cole. Destrutturando radicalmente l’idea rappresentativa della messinscena, Putignani ha abitato lo splendido spazio della Misericordiella ai Vergini lavorando sul modo stesso di abitarlo e di “stare”.

Su questa linea di rifiuto della finzione e sulla stessa idea neiwilleriana di spazio scenico come spazio poetico, si è mossa anche la performance (andata in scena il 9 e 10 luglio) di Youssef Tayamoun, Holzwege-Sentieri interrotti , per la regia della stessa Putignani, che da molti anni ha indirizzato la propria sperimentazione teatrale   guardando al mondo dei rom, dei migranti, delle donne nigeriane, come si vede in Visioni Migranti, documento visivo dei suoi lavori. Il performer Tuareg accoglie il pubblico di spalle, nel buio, a braccia distese, in una lunga tunica bianca. Già dalle prime azioni  allude al suo vissuto e a quello di tanti suoi compagni costretti a sfuggire alla fame e alla morte. Ciò che più colpisce in questa performance è che questa condizione di sdradicamento è vista con gli occhi di chi quotidianamente la vive, e non con lo sguardo esterno, freddo e spesso strabico, dell’uomo occidentale.

Parte dal fondo della sala, Youssef, accennando una danza tribale sulle note di brani musicali che evocano i riti arcaici della sua comunità: girando su se stesso, oppure attivando il suono di antichi strumenti che egli fa vibrare ritmicamente. Sul pavimento si scorgono, luminose, le parole di Rilke: “Quando la bilancia passa dalla mano del mercante a quella dell’Angelo”. Youssef  è ancora  tra i suoni e i canti del suo mondo quando inizia il suo viaggio; in fondo, sulla volta centrale, scorrono le immagini convulse della sua Africa; ma presto la sua traversata si rivela tragica; in pochi attimi vediamo Youssef sfinito sul pavimento: immobile , come uno dei tanti naufraghi alla deriva sulle nostre coste; poi inizia lentamente a muoversi, a strisciare sul marmo antico della navata per terra, come un corpo animale dilaniato, ferito;  la musica della sua terra accompagna il suo respiro affannoso mentre sul presbiterio l’immagine di un cavallo nero sembra drammaticamente precipitare, inquietante, dall’alto verso il basso, nello spazio vuoto.

Gli spettatori, quando finalmente si rialza, seguono il tuareg  nelle strette scale, sino all’antico ipogeo. Ci sono poche luci e molte ombre quando, tra i suoni e i canti arcaici della sua comunità nomade, Youssef riappare  con la sua veste bianca nella zona più appartata e sacra di questo luogo. Ma è in questa area di confine, dove origine e fine si fondono, che egli ritroverà il suo vissuto, la memoria smarrita dei suoi avi; gli spettatori non perdono un solo gesto di questo suo viaggio interiore, mentre col suo corpo sfiora le mura e i resti della misteriosa Terra Santa dove si praticava la doppia sepoltura;  e sentono affiorare una speranza di pace, quando, col suo sorriso e il suo sguardo dolce, egli s’inchina, allarga le braccia, e quasi li stringe tutti a sé con un commosso  gesto di fratellanza e di comunione con gli altri.

Poi lentamente si allontana risalendo le scale per raggiungere la navata superiore della Chiesa e ripetere il rito di passaggio con altri spettatori. Rinascere tra le ceneri riscoprendo il mistero e la sacralità della vita. Nel luogo che fu ricovero per malati e pellegrini prima di andare in Terrasanta, e che i ragazzi della associazione SMMAVE hanno da poco fatto rinascere svuotandolo di detriti e di fango. Non c’era forse modo migliore per ricordare Neiwiller, visionario clandestino dell’arte, che prima di tutti noi aveva intravisto il mondo di Youssef, insieme alla necessità, attraverso il teatro,  di rifiutare  il nulla delle nostre società opulente.

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