Napoli non si vende!

Partecipata assemblea a Piazza San Domenico. Contro il debito ingiusto. Turisti esterefatti . Panini: la nostra vicinanza alle lavoratrici e lavoratori dell'Auchan

Riceviamo e pubblichiamo di: Rosario Marra della Segreteria Provinciale del PRC Napoli

Ieri mattina s’è svolta a P.zza San Domenico Maggiore una partecipata assemblea popolare su una questione di estrema attualità per la città come il debito e il pericolo di dissesto finanziario, in particolare il riferimento è stato alla recente sentenza delle Sezioni Riunite che ha messo in moto un pesante iter sanzionatorio (85 milioni) che secondo la normativa vigente in materia di rispetto dei vincoli relativi al pareggio di bilancio dovrebbe scattare dal 2019.

L’incontro è stato aperto da una breve introduzione e da due interventi di rappresentanti del Tavolo Audit di Massa Critica, successivamente si sono alternati al microfono, Vincenzo Benessere, il Sindaco de Magistris, un esponente della campagna per il diritto all’abitare “Magnammece o peson’”, un sindacalista dell’USB, Giovanni Pagano di Napoli direzione opposta,   l’Assessore al Bilancio Panini, e molti semplici cittadini.

Di seguito, come contributo alla discussione e come ulteriore elemento informativo sull’assemblea, pubblichiamo il testo integrale di uno dei due interventi introduttivi tenuto da Rosario Marra  componente del Tavolo Audit di Massa Critica e membro della segreteria provinciale del PRC di Napoli.

L’assemblea è stata seguita da molti turisti presenti nel Centro Storico, che con stupore hanno seguito questo dibattito svoltosi in una pubblica piazza fotografando i momenti di lavoro e svolto riprese video

 

DEBITO ED “ELUSIONE” DEL SALDO DI PAREGGIO DI BILANCIO: NELL’EMERGENZA E OLTRE, ALLARGARE LA MOBILITAZIONE!

(Elementi per una piattaforma antiliberista)

Sommario: – Premessa; – a) Due possibili direttrici per allargare la mobilitazione: lo sblocco 

                    degli avanzi liberi e la “questione meridionale” negli Enti locali in situazione di

                    criticità finanziaria; – b) Rifiutare l’istituto del dissesto: una proposta alternativa

                   all’interno di una piattaforma di medio periodo; – Allegato: I Comuni campani

                   col piano di riequilibrio e in dissesto.

 

Premessa

La studiata lentezza con cui il Governo nazionale è giunto all’accordo col Comune sui debiti pregressi dei due Commissariati alla Ricostruzione e ai rifiuti ha portato soltanto ad uno sblocco parziale della cassa dell’Ente e questo limitato risultato positivo è stato subito annullato dalla sentenza delle Sezioni Riunite della Corte dei conti che conferma l’elusione del saldo di pareggio di bilancio 2016 con l’avvio del relativo iter sanzionatorio.

Pertanto, se dovessimo immaginare un sottotitolo all’odierna iniziativa senz’altro sarebbe “CHI SANZIONA CHI?”.

E’ chiaro che tutta questa vicenda dimostra anche che esiste un forte squilibrio tra Stato ed Autonomie Locali a vantaggio del primo quantunque l’attuale testo costituzionale (art. 114) preveda che le varie componenti della Repubblica siano su un piano di equiordinazione.

Ciò, nel nostro ordinamento, ha una data che decorre almeno dal 2011 con l’entrata in vigore di uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale, quello sui premi e sanzioni.[1]

Oggi nessuno nega la situazione emergenziale in cui si trova l’Ente, tuttavia è proprio qui un primo problema che l’Amministrazione Comunale deve affrontare in quantol’esperienza c’insegna che non si può uscire dall’attuale situazione continuando ad avere un’impostazione emergenziale che nel migliore dei casi tura qualche falla che si riapre in altri punti e altre forme.

Ciò è quanto accaduto con lo “spalmadebiti”, contenuto nella legge di bilancio 2018, con cui s’è  allungato il periodo di rientro del piano di riequilibrio finanziario ma non sono stati aggrediti nemmeno parzialmente i meccanismi che generano il grave stato debitorio.

  1. Due possibili direttrici per allargare la mobilitazione: lo sblocco degli avanzi liberi e la “questione meridionale” negli LL. in situazione di criticità finanziaria.

Secondo noi,per allargare la mobilitazione va, da un lato,ripresa la battaglia per lo sblocco degli avanzi liberi, a livello di Città Metropolitana e nazionale, dall’altro, occorre muoversi con maggior costanza eincisività in una cornice regionale e meridionale.

Sugli avanzi liberi la sentenza n. 247/2017 della Corte Costituzionale apre nuovi spazi perché il giudice della costituzionalità delle leggi,  pronunciandosi su un ricorso di una Regione a statuto speciale,ha avuto modo di affermare che “l’avanzo d’amministrazione rimane nella disponibilità dell’ente che lo realizza” e, quindi non si può accettare che l’impiego dello stesso venga deciso centralisticamente all’interno di ristretti “spazi finanziari” unilateralmente decisi ogni anno dal Governo.

La partita degli avanzi liberi, a livello nazionale, vale oltre 5 miliardi di euro e potrebbe rappresentare l’avvio di una seppur limitata politica economica espansiva, in particolare, per quanto riguarda gli enti locali della Campania, si è al terzo posto per l’entità complessiva degli avanzi (quello per investimenti, quello vincolato e quello disponibile) e al secondo, dopo gli Enti Locali della Lombardia, per l’avanzo disponibile o libero.[2]

Pertanto la situazione della finanza degli Enti Locali campani, a causa delle politiche liberiste, vive una situazione paradossale perché accanto a rilevanti avanzi liberi c’è un alto numero di dissesti e pre-dissesti (34 Comuni in dissesto e 26 in pre-dissesto) a cui se ne aggiungono 14 che sforano da 5 a 9 parametri della tabella da allegare al rendiconto e che servono a individuare la condizione di ente “strutturalmente deficitario”[3].

In totale 67 Comuni[4] in condizioni di criticità finanziaria tra cui ben sette Comuni sono passati dal riequilibrio al dissesto finanziario[5] fenomeno presente anche a livello nazionale.

A livello percentuale si tratta del 12% dei Comuni campani, ma a livello di popolazione essi rappresentano il 32% circa (in termini assoluti 1.845.418 ab.)  in quanto tra i 53 Comuni in riequilibrio o in dissesto vi sono tre capoluoghi di Provincia (Napoli, Benevento e Caserta) e Comuni come Battipaglia, Portici, Marano e Castellammare di Stabia che superano i 50 mila abitanti[6].

A livello provinciale la situazione è diversificata: si va da 4 Comuni in piano di riequilibrio e dissesto della Provincia di Avellino ai 23 della Provincia di Caserta, così per la popolazione residente, si va da un minimo di 11.036 ab. dei Comuni della Provincia di Avellino a 1.228.201 della Città Metropolitana di Napoli.

In termini percentuali rispetto al numero complessivo dei Comuni della Provincia si va da un minimo del 3% rappresentato dagli Enti in riequilibrio e dissesto dell’avellinese al 19% del casertano; rispetto alla popolazione provinciale si va dal minimo del 3% rappresentato ancora dalla popolazione dell’avellinese al 40% della popolazione della Città Metropolitana.

Quindi ci sono province che sono al di sotto della media regionale degli Enti in pre-dissesto e dissesto (quelle di Avellino e Salerno) e province che sono al di sopra (quella di Caserta è al di sopra della media regionale sia rispetto al peso percentuale sull’insieme dei Comuni che rispetto alla popolazione, quelle della Città Metropolitana e di Benevento sono al di sopra rispetto alla popolazione residente nei Comuni in riequilibrio o in dissesto).

Per quanto riguarda più specificamente i Comuni della Città Metropolitana ce ne sono 6 in riequilibrio e 3 in dissesto.

Dalla breve panoramica fatta emerge che soprattutto in alcune delle cinque province campane il numero  dei Comuni e la fetta rilevante della popolazione coinvoltaè ancora più consistente anche con il fenomeno di  Enti che hanno dovuto dichiarare il dissesto più di una volta (si veda, ad es., il caso del vicino Comune di Caserta che si avvia al secondo dissesto in sei anni) a conferma che procedure come quelledei piani di riequilibrio finanziario al pari dei dissesti sono strumenti recessivi che non avviano processi  di effettivo risanamento a prescindere dagli episodi di “malagestio”, corruzione e infiltrazioni mafiose che pure ci sono.

Naturalmente questa situazione si riflette negativamente sulla qualità della vita degli abitanti ad iniziare da quelli socialmente più disagiati.

La situazione campana s’inserisce in un quadro nazionale che, com’è stato rilevato recentemente dalla Fondazione Ca’ Foscari, “evidenzia la presenza di una “questione meridionale”: l’82% delle procedure di dissesto (485) è relativo a Comuni del Sud Italia”[7]….e ancora…”il dato, rapportato al numero dei Comuni presenti in ogni singola Regione, mostra una punta di quasi il 40% di dissesti in Calabria e del 28% in Campania, numeri che mostrano, oltre ogni ragionevole dubbio, il bisogno di un intervento in grado di tenere in conto queste forti specificità”.

Pertanto dalla “fotografia” della situazione occorre farne discendere iniziative e proposte politiche che si ricordino delle specificità meridionali non soltanto per aumentare sgravi e incentivi per le imprese che investono al Sud (e chiudono o delocalizzano appena finiscono le agevolazioni) prevedendo, ad es., delle deroghe negli asfissianti meccanismi del pareggio di bilancio per Enti Locali di Regioni dove la situazione è particolarmente drammatica come Calabria, Campania e Sicilia.

Non si tratta d’ipotizzare leggi speciali perché quelle sui piani di riequilibrio e i dissesti sono già una legislazione speciale, quanto, piuttosto, di una diversa graduazione della specialità.

  1. Rifiutare l’istituto del dissesto: prime proposte alternative all’interno di una piattaforma di medio periodo

La situazione finanziaria si è aggravata soprattutto dall’8 novembre 2001 (data di entrata in vigore della “riforma” del titolo V parte II della Costituzione) quando col nuovo art. 119 è stato previsto che l’indebitamento dei Comuni è possibile soltanto per spese d’investimento e non c’è alcuna garanzia statale sui mutui contratti dagli Enti Locali.

Da tempo le risorse per il “risanamento” degli Enti Locali sono costituiti da fondi di rotazione e anticipazioni di liquidità che portano i Comuni con criticità finanziarie ancora più all’interno della spirale del debito in quanto debbono restituire i fondi ricevuti, insomma le politiche liberiste prevedono  che si possano aumentare le spese militari fuori dai vincoli di bilancio, che si possano trovare in pochi giorni miliardi di euro per salvare banche d’affari, ma non vi possono essere mutui a carico dello Stato per gli Enti in difficoltà.

In realtà, si vogliono mantenere i Comuni in una situazione di criticità per costringerli a privatizzare i servizi e a svendere il proprio patrimonio ed è proprio quanto sta accadendo anche a Napoli.

Rispetto a questa situazione dobbiamo aumentare la capacità di coinvolgimento della città contro il “partito del dissesto” perché “la situazione del Comune dissestato non è omologa a quella dell’imprenditore privato essendo quest’ultimo per sua natura guidato dalla considerazione e dalla cura del proprio interesse personale, laddove il primo, pervocazione istituzionale, si ispira alla cura degli interessi pubblici dei quali è portatore come ente esponenziale della collettività di base e dei quali deve essere fedele interprete”.

E’ proprio in ragione di questi motivi chiariti, anche in questo caso, sin dagli anni novanta dal giudice costituzionale (sentenza n. 242/1994) che noi siamo stati sempre contrari al dissesto mutuato dall’istituto civilistico del fallimento e lo saremmo anche in presenza di una giunta diversa dall’attuale.

Pertanto la proposta che abbiamo condiviso, insieme ad altre forze di Movimento e della sinistra d’alternativa, si basa su una riduzione dell’area d’intervento del dissesto che oggi si configura quando ricorre l’impossibilità di fornire i servizi indispensabili e quando non si riesce a far fronte a crediti di terzi nei confronti dell’ente.

Quest’ ultima fattispecie, a nostro avviso, può rientrare, con i dovuti adattamenti alla realtà pubblicistica, nella categoria del “sovraindebitamento” previsto dalla legge n. 3/2012 soltanto per categorie particolarmente deboli.

In particolare, l’attuale definizione normativa del sovrindebitamento fa riferimento al “patrimonio prontamente liquidabile” per far fronte alle obbligazioni assunte e ciò eviterebbe di ricorrere a quel patrimonio disponibile che non è “prontamente liquidabile” come le case popolari o altri beni immobili[8].

In questo senso non c’appassiona la discussione che si sta facendo all’interno della maggioranza consiliare che appoggia l’Amministrazione de Magistris sull’inserimento nella lista dei beni pubblici da vendere di un determinato immobile invece di un altro perché è tutta interna alla logica dei piani di riequilibrio.

La nuova categoria degli enti in sovraindebitamento si configurerebbe ogniqualvolta il rapporto tra le passività da ripianare e l’ammontare degli impegni di spesa corrente sia superiore al 60% secondo la tabella inserita con la legge di bilancio 2018 nella procedura di riequilibrio finanziario.[9]

Naturalmente questa proposta ha senso se si affronta il nodo di un diverso ruolo del sistema creditizio dalla Cassa Depositi e Prestiti alla Banca del Mezzogiorno acquistata da INVITALIA, Agenzia di proprietà del Ministero dell’Economia.

Su quest’impostazione occorrerà individuare forme di pressione anche sull’ANCI, che sinora s’è mossa con troppa timidezza nel frattempo, come parte di un’impostazione meno difensiva, occorre che proprio dai Comuni meridionali si dia un forte contributo alla raccolta firme per la proposta di legge costituzionale d’iniziativa popolare per cancellare il pareggio di bilancio dall’art. 81 della Costituzione.

 [1] Il riferimento è al decreto legislativo 6 settembre 2011 n. 149 riguardante “Meccanismi sanzionatori e premiali relativi a Regioni, Province e Comuni, a norma degli articoli 2, 17 e 26 della legge 5 maggio 2009 n. 42”, in particolare all’articolo 7 si prevedevano le sanzioni per il mancato rispetto del Patto di Stabilità, oggi sostituite dalle sanzioni per il mancato rispetto dei saldi del pareggio di bilancio.

[2] I dati sono tratti dal focus tematico n. 5 del 9 marzo 2018 dell’Ufficio Parlamentare di bilancio e sono al 31 dicembre 2016.. – E’ chiaro che avanzi di notevole entità possono essere anche indice di scarsa capacità di spesa per inefficienza amministrativa quindi uno sblocco degli avanzi, in particolare di quelli liberi, potrebbe essere una boccata d’ossigeno almeno per le Amministrazioni con maggiori capacità gestionali.

[3] Cfr. art. 242 TUEL

[4] Per evitare duplicazioni i sette Comuni che dal riequilibrio sono passati al dissesto sono stati contati una sola volta.

[5] Si tratta di Benevento, Calvi Risorta, Capua, Casalduni, Caserta, Cerreto Sannita, Roccabascerana.- I dati sui Comuni in criticità finanziaria sono tratti dalla recente ricerca della Fondazione Ca’ Foscari su: “Le criticità finanziarie dei Comuni italiani: spunti per un’analisi ricostruttiva” con dati aggiornati al 31-12-2017.

[6] Per avere un quadro più preciso dei Comuni in riequilibrio o in dissesto si rinvia all’allegato.

[7]Cfr.: “Le criticità finanziarie dei…” op.cit. pagg. 17 e 23

[8] L’art. 6,co. 2, lett. A) della legge 27 gennaio 2012 n. 3 – contenente “disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovraindebitamento”– individua come sovraindebitamento “la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente”. – Nel caso del sovrindebitamentol’eventuale patrimonio prontamente liquidabile, di solito, viene individuato nelle dichiarazioni dei redditi della persona fisica sovraindebitata degli ultimi tre anni, nel caso dei Comuni potrebbe essere individuato nei rendiconti degli ultimi tre anni.

[9]Cfr. art. 243-bis, co. 5 bis, TUEL.

Il corredo fotografico è di Ferdinando Kaiser

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